sabato, Maggio 8

Siria, la Merkel apre ad Assad Il Papa parla al congresso americano. Pellegrinaggio di sangue a la Mecca

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L’intesa quasi c’è. Mancano ancora dettagli, ma le misure più importanti sono state concordate ieri, durante il vertice informale dei capi di Stato e di Governo Ue. Ci sono volute sei lunghe ore per affrontare il delicato tema dei migranti, ma a conclusione della giornata, si è deciso di allestire entro novembre degli hotspot per il riconoscimento dei migranti che arrivano in Italia e In Grecia. I ricollocamenti andranno, però, in parallelo con i rimpatri, particolare che è stato fortemente voluto dall’Italia per non ingolfare i centri di accoglienza. È stato deciso, poi, di rafforzare i controlli alle frontiere esterne dell’Unione, stanziando maggiori risorse per Frontex, Easo ed Europol. Tra le altre misure concordate, c’è anche quella che prevede di destinare alle agenzie Onu e al Programma alimentare mondiale almeno un miliardo di euro, aumentando anche gli aiuti ai Paesi che ospitano campi profughi sul loro territorio. In teoria sarebbe quasi tutto risolto, se non fosse che fuori dalle stanze del potere europeo la situazione continua ad essere difficile.

I rapporti tra Stati confinanti sono ancora tesi a causa dei continui flussi, e infatti ieri le autorità croate hanno deciso di impedire il passaggio alla frontiera a chi abbia un passaporto serbo. Una misura decisa subito dopo l’entrata in vigore dei provvedimenti di risposta della Serbia al blocco attuato dalla Croazia contro i mezzi pesanti provenienti dal Paese. Zagabria accusa la Serbia di indirizzare volutamente verso la Croazia massicci flussi di migranti e profughi, e così tutte le corse di autobus da Belgrado per la Croazia sono state sospese. «Questo è razzismo» ha tuonato il Ministro del lavoro e affari sociali serbo, Aleksandar Vulin, responsabile per l’emergenza migranti. «Non ci sono altre parole per un fatto del genere» ha detto, commentando che neanche durante le guerre sanguinose degli anni Novanta nella ex Jugoslavia vi furono simili interruzioni delle comunicazioni. A suo avviso non vi è alcun legame tra il movimento di merci e i profughi. Questi contrasti non sono una novità tant’è che vero che proprio durante il vertice di ieri si è parlato molto anche della questione dei confini.

«L’attuale caos alle nostre frontiere esterne deve finire. Siamo tutti d’accordo sulla necessità di recuperare il controllo» ha detto il Presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, avvertendo che l’ondata più grande di migranti deve ancora arrivare. Nonostante le polemiche degli ultimi giorni, comunque, ieri il clima dell’incontro è stato costruttivo e il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, si è detto abbastanza soddisfatto. Eppure non sono mancati attimi di fuoco, quando diversi leader hanno criticato la Grecia e la gestione della sua frontiera con la Turchia, rotta da cui negli ultimi mesi sono passate decine di migliaia di migranti. In particolare, il premier ungherese Viktor Orban ha sottolineato la necessità di un impegno comune europeo sul confine greco. E da parte sua Alexis Tsipras, fresco della nuova nomina a premier, si è difeso sostenendo che il peso dei controlli dovrebbe essere diviso fra tutti i partner Ue. Proprio per venire incontro all’emergenza di quell’area, allora, i leader Ue hanno deciso di destinare un miliardo di euro alla sola Turchia per gestire al meglio i propri campi profughi e aiutare i 2 milioni di siriani ospitati. Mossa strategica per i 28 che devono rafforzare il dialogo con Ankara, anche in vista della visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan alle istituzioni europee.

Intanto i flussi non si arrestano, e stamattina a Lesbo sono sbarcati 1.200 profughi, prevalentemente afghani, arrivati dalla costa egea della Turchia. Nonostante il peggioramento delle condizioni climatiche, le acque del Mare Nostrum continuano a essere solcate da barconi fatiscenti che spesso diventano anche la tomba di migliaia di persone. «La rotta del Mediterraneo centrale è la rotta più mortale, lo dicono i numeri. Intervenire qui significa ridurre il numero di vite a rischio» Lo ha detto Federica Mogherini, Alto rappresentante della Politica estera Ue, che ha visitato il centro di comando dell’operazione Ue Eunavfor Med, la missione navale contro i trafficanti di uomini. «Nella prima fase abbiamo raccolto informazioni di intelligence e le abbiamo condivise tra gli Stati membri» ha spiegato lady Pesc «quindi adesso sappiamo esattamente come funzionano le reti dei trafficanti, come funzionano le reti dei criminali che trafficano gli esseri umani e siamo pronti a passare alla seconda fase». Quella che prenderà il via dal 7 ottobre è la fase operativa, e consentirà di fermare i trafficanti che verranno intercettati in acque internazionali, ma non sarà un deterrente contro i migranti. Lo ha voluto precisare la Mogherini che ha poi annunciato anche la fase tre della missione, quella che si svolgerà in acque territoriali libiche. «Ma ci sono delle precondizioni» ha spiegato. «Innanzitutto avere delle autorità libiche con le quali poter lavorare in partnership, e questo dipenderà dall’esito del dialogo in corso tra le diverse fazioni libiche, che spero nei prossimi giorni possa portare alla formazione di un Governo di unità nazionale. Ma c’è un quadro internazionale di legalità che stiamo rispettando e continueremo a rispettare, un quadro dato dalle leggi internazionali, dalle leggi del mare, che ci consentono di operare già in acque internazionali».

Doveva essere un giorno bellissimo e si è trasformato in un incubo. Sono 717 i feriti e 453 le persone uccise dalla calca durante l’Hajj, il rituale pellegrinaggio alla Mecca che ogni buon musulmano in grado di farlo deve compiere almeno una volta nella vita. Non era nemmeno un giorno qualunque, perché ieri si celebrava l’Aid Al Adha, la festa del sacrificio, che è una delle feste più importanti del calendario islamico. Secondo la Protezione Civile dell’Arabia Saudita, le vittime sono state schiacciate dalla calca sulla strada 204, un percorso tra due campi allestiti dai pellegrini. Non si conoscono ancora ufficialmente le cause dell’improvvisa agitazione della folla, ma questa mattina l’Iran ha puntato il dito contro gli errori della sicurezza saudita nella ressa di fedeli alla Mecca. Il responsabile dell’organizzazione iraniana dell’haji, Said Ohadi, infatti, ha riferito che per ragioni sconosciute è stata chiusa una strada vicino al luogo della cerimonia, dove poi è avvenuta la calca mortale. «Questo ha causato il tragico incidente» ha affermato Ohadi, ripreso dalla tv della Repubblica islamica. Non è la prima volta che si contano i morti durante l’Hajj, sempre a causa della ressa che si crea. Secondo un bilancio, infatti, negli ultimi 25 anni sono stati 2.800 i morti, senza contare le vittime di una settimana fa. L’11 settembre scorso, infatti, sono rimaste uccise 109 persone e ferite 400 dopo che una gru è crollata sulla Grande Moschea.

Ancora una ferita al cuore della città millenaria di San’a, in Yemen, già sventrata da lunghi mesi di guerra. Nemmeno quello dell’ Eid al Adha, la festa del sacrificio, è stato un giorno di serenità, perché due kamikaze si sono fatti esplodere tra i fedeli riuniti per la preghiera all’interno della moschea sciita di al-Balili, controllata dai ribelli houthi. Secondo la ricostruzione dei fatti, il primo attentatore si è fatto esplodere all’interno della moschea, mentre il secondo ha azionato la sua cintura imbottita di esplosiva all’ingresso dell’edificio, mentre i fedeli tentavano di fuggire. Ventinove morti e di 30 feriti, alla fine è questo il bilancio dell’attentato che in tarda mattinata è stato rivendicato dallo Stato Islamico (Is). La firma sulla strage è stata messa, in particolare, dalla cellula yemenita dell’Is, che ha postato tutto su Twitter. «Come parte di una serie di operazioni militari per vendicare i musulmani rispetto agli sciiti houthi, gli attentatori suicidi hanno azionato le cinture esplosive durante un raduno di sciiti nella moschea di al-Blaili». Questo si legge in un post su Twitter dell’Is che già lo scorso 2 settembre aveva rivendicato un attentato kamikaze sferrato nella moschea di Al Moayyad, in un quartiere pro houthi. Sana’a è dal 21 settembre dello scorso anno in mano ai miliziani sciiti houthi, sostenuti dall’Iran. Due giorni fa il Presidente Abd Rabbo Mansour Hadi è tornato ad Aden, nel sud dello Yemen, dopo sei mesi di esilio in Arabia Saudita. Hadi era fuggito lo scorso 21 febbraio dagli arresti domiciliari che gli houthi gli avevano imposto a Sanaa. Da qui, il 26 marzo era fuggito a Riad e lo stesso giorno erano iniziati i raid della coalizione militare a guida saudita per fermare l’avanzata degli houthi.

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