lunedì, ottobre 22

Siria, i combattenti italiani di ritorno da Afrin: Marco, “Non siamo l’Isis” Chi sono i combattenti italiani in Siria? Intervista a Marco Gelhat, 23enne italiano unitosi alle milizie YPG

0

Francesi, inglesi, italiani. Tante sono le provenienze dei ‘foreign fighters’ che si sono uniti alle milizie curde del YPG per combattere l’Isis nel nord della Siria. Negli ultimi mesi, a seguito dell’operazione turca ‘Ramoscello D’ulivo’ ad Afrin per sconfiggere l’esercito curdo, molti di questi combattenti si sono schierati proprio contro la Turchia, giurando di combattere l’avanzata turca.

Anche loro, foreign fighters (combattenti stranieri) provenienti da tutta Europa, così come quelli che erano stati attratti dall’ideologia Jihadista dell’Isis, hanno attraversato mezzo continente per riversarsi in Siria ed Iraq per difendere il popolo curdo ed unirsi ai suoi gruppi armati. Ora, ad operazioni concluse, più di un anno dopo la formale sconfitta dello Stato Islamico, sia in Siria che Iraq, e la conquista di Afrin da parte della Turchia è il momento dei ritorni. Tanti i combattenti che hanno lasciato i campi di battaglia medio orientali per tornare in Europa. E così, come per i miliziani dell’Isis, tante sono le domande riguardo alla minaccia o meno costituita da questi soldati esperti che hanno iniziato a riversarsi nel Vecchio Continente dopo mesi di battaglie e guerriglia.

Aidan James e James Matthews, due combattenti britannici di ritorno dalla Siria, lo scorso febbraio sono apparsi davanti ad una corte inglese, accusati di aver «frequentato un ambiente usato per addestramenti per fini terroristici», azioni contrarie alla sezione 8 della legge per il Terrorismo del 2006. Il Governo inglese, riporta il ‘The Guardian’, aveva più volte messo in guardia che chiunque si fosse unito ad un conflitto straniero sarebbe stato legalmente perseguito. Infatti, sono dozzine gli uomini e le donne britannici ad essersi uniti alle milizie del YPG, da quando i primi volontari sono iniziati ad arrivare nel 2014. Tuttavia, continua il ‘The Guardian’, nonostante molti siano semplicemente stati interrogati dagli uffici dell’antiterrorismo, questa è la prima volta che due combattenti di ritorno appaiono davanti ad una corte di tribunale.

Il Regno Unito non è comunque un caso isolato. Anche i media francesi hanno più volte espresso preoccupazioni riguardo al pericolo costituito dai combattenti d’oltralpe di ritorno dalla Siria. Secondo ‘France24’, nonostante i foreign fighters francesi non abbiano subito accuse formali, molti di loro si troverebbero sulla ‘fiche S’, una lista di individui considerati un pericolo per la sicurezza nazionale, lista che ovviamente non è stata resa pubblica in Francia.

Tuttavia, per alcuni analisti, come Jean-Yves Camus,  uno specialista in estremismo di estrema destra in Europa per l’Istituto per le Relazioni Internazionali e Strategiche (IRIS) intervistato da France24, considerare questi combattenti un pericolo sarebbe anacronistico. «Non ci sono state azioni dirette contro la Francia per anni». Tuttavia, ha aggiunto, «non significa che non ci siano dei trend molto disturbanti nei gruppi di estrema sinistra».

Anche dall’Italia sarebbero una dozzina i combattenti partiti per la Siria per unirsi alle milizie curde del YPG, come Marco Gelhat, 23 anni di Rovigo, tornato in Italia lo scorso Marzo dopo aver passato mesi nel nord della Siria a combattere prima l’Isis e la Turchia poi. Davide non si considera un foreign fighters, o almeno non nei termini associati con lo Stato Islamico: “La minaccia Daesh a livello europeo scorre su un piano diverso dal presunto rischio di atti violenti da parte di internazionalisti YPG: fino ad ora l’Isis ha agito con grande coordinazione per diffondere una grande e isterica paura collettiva attraverso atti di estrema violenza, mentre, nel nostro caso, casistiche del genere non si sono verificate anche perché non fanno parte della strategia curda”.

Tuttavia, è innegabile che ideologie estreme siano due facce della stessa medaglia, entrambe prevedono l’uso della violenza. L’Italia, a differenza di Francia e Regno Unito, non ha ancora preso misure dirette. “Accettiamo l’uso della violenza perché è  biologicamente necessaria a vivere. Ocalan usa l’esempio della rosa, che come altre bellezze naturali è dotata di un meccanismo di auto-difesa: l’essere umano agisce ugualmente in situazione di pericolo. Stiamo parlando di un popolo che non aggredisce, ma lotta per la sua memoria e le future generazioni. L’ Isis non è per niente comparabile, vista la sua completa deumanizzazione sotto ogni punto di vista”

Non è facile delineare un movimento che vede molti giovani lasciare casa e famiglia e partire per zone di conflitto. Viene da chiedersi cosa spinga laureati ad abbandonare tutto per imbracciare le armi. “Ogni persona ha mille e più motivazioni diverse. Io posso parlare solo per me stesso. Riassumendo, la mia scelta è stata dettata da due fattori principali: l’empatia per un popolo lontano che soffre e lotta, una scelta banalmente di ‘cuore’; e la logica prettamente politica e di pura prassi, costruita sull’internazionalismo, guevarismo e anarchismo

In una sua recente intervista ha dichiarato di «aver visto donne e bambine in fuga dai loro villaggi venire colpiti a morte». É tuttavia innegabile che anche il Pkk è riconosciuto a livello internazionale come un’organizzazione terroristica, che in Turchia, soprattutto negli ultimi anni, ha provocato molti morti. “A parte che sono anni durante i quali non si sono mai verificati attentati sul suolo turco; gli obiettivi del Pkk sono sempre stati mirati precisamente a danni dello stato e i suoi apparati militari/polizieschi. I civili in ogni azione vengono sempre tenuti in prima considerazione. E’ bene sottolineare che il nemico del Pkk non è il popolo turco ma il sistema di dominazione statale che si erge sulle loro teste.

Molti curdi-turchi affermano che il Pkk non abbia la necessaria legittimitá politica per negoziare a loro favore, e per rappresentare i loro diritti. Anzi, è stato spesso incolpato, da parte di molti curdi, del fallimento del processo di pace con la Turchia. Lo Ypg in territorio siriano non si dichiara proprietario di menti o idee, non agisce puntando sulle tempie di nessuno un’arma. Il progetto di confederalismo democratico punta proprio su questo: rappresentare i diritti di tutti, dal propriamente politico all’etnico. Storicamente i curdi sono sempre stati divisi anche all’interno e hanno avuto una storia tribolata di spionaggio, è chiaro che non si possono uniformare i pensieri; anzi sarebbe totalmente erroneo. Se la legittimità politica fosse questo, nessuna minoranza avrebbe il diritto di lottare per i propri diritti; io la definirei più propriamente legittimità “umana” la loro”.

Al di là delle singole motivazioni, si sta delineando il rischio che la Siria possa diventare un mero ideale, un po’ come la Cuba degli anni 60.Sono due momenti storici e sociali completamente differenti: la Cuba degli anni 60 è rimasta impigliata nella palude dell’ortodossia marxista; mentre il Pkk e lo Ypg poi, sono riusciti ad evolvere, criticarsi e ristrutturarsi nel corso del tempo attraverso un rimodellamento di idee che ha permesso nella Siria degli ultimi anni un esperimento confederale e una fucina culturale strabiliante”.

Come molti Marco ha seguito un percorso di addestramento della durata di un mese, ed ora, tornato dalla Siria, il suo compito sarà quello di testimoniare quanto ha visto e portare avanti, dice “la causa curda”. Rimangono tuttavia ancora molti dubbi in merito al pericolo, posto o meno, da questi miliziani addestrati e abituati alla guerra.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore