sabato, Aprile 17

Siria, Ginevra non risolve field_506ffb1d3dbe2

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Brahimi

Un inizio «modesto», senza «nessun risultato concreto», se non l’obiettivo comune di una soluzione politica, da costruire nel tempo. Nulla di fatto nei dieci giorni di negoziati in Svizzera, per fermare la guerra civile in Siria. Ma la Conferenza di Ginevra 2 riparte il 10 febbraio, come proposto dall’Inviato speciale per la Lega Araba e le Nazioni Unite Lakhdar Brahimi, dopo una breve pausa prevista dal programma. Il Ministro siriano dell’informazione Omran al Zohbi ha preannunciato che Damasco «non farà alcuna concessione, neanche durante il prossimo round». Anche il titolare degli Esteri Walid Muallim è stato tranchant: «La delegazione delle opposizioni in esilio, presenti a Ginevra, non appare composta da siriani, sembrano completamente sconnessi con quello che succede nel Paese. Non sono loro i partner per costruire la Siria del futuro».

Gli emissari del Presidente siriano Bashar al Assad non intendono cedere sul nodo della cessione del potere. Da parte sua, la Coalizione nazionale siriana (Cns), principale ombrello dell’opposizione, tira egualmente dritto per la sua strada: «Non possiamo essere distratti dalla questione della transizione». I mediatori internazionali tuttavia non si arrendono, perché entrambe le parti, nonostante le nette chiusure, sarebbero disponibili a continuare a sedere attorno allo stesso tavolo.La delegazione di Damasco si riserva il diritto di consultare Assad per il sì definitivo, ma è pronta a tornare. Il Presidente della Cns Ahmad Jarba ha dichiarato che la sua coalizione è «risoluta nel riprendere i negoziati». Nel pomeriggio, il leader dell’opposizione ha rivolto un appello diretto al popolo siriano. Poi ha annunciato la sua prima visita a Mosca, il 4 febbraio, dagli alleati russi di Assad. Entrambi gli schieramenti, comunque, si rimpallano la responsabilità dello stallo.

Chiusi i lavori a Ginevra, Brahimi volerà a Monaco di Baviera, per incontrare il Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon e i responsabili di Usa e Russia: il Segretario di Stato americano John Kerry e il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. L’alto diplomatico è convinto che tra «nonostante le ampie divergenze, tra le due parti esiste una piccola dose di base comune, probabilmente più di quanto entrambi si rendano conto o vogliano ammettere», per discutere la «piena applicazione del comunicato di Ginevra e raggiungere una soluzione politica in Siria». Per le organizzazioni umanitarie il mancato accordo è comunque una sconfitta. Terre des Hommes aveva chiesto ai «partecipanti dei colloqui di arrivare almeno a un’intesa per favorire l’accesso di farmaci, cibo e altri beni di prima necessità nelle zone più colpite». Tra queste, la città sotto assedio di Homs e i campi palestinesi come quello di Yarmouk, dove la guerra ha fatto migliaia di vittime tra i bambini.

«In dieci giorni, fino a 2 mila persone rischiano di morire e altre 40 mila saranno costrette a fuggire oltreconfine. Il fallimento dei negoziati a Ginevra avrà conseguenze sicure e tragiche per i minori. Homs continuerà a rimanere isolata, senza poter essere raggiunta dagli aiuti umanitari indispensabili, come era invece stato promesso», ha denunciato Save the Children. Ma per Damasco c’è poco da discutere: «soccorsi nella città vecchia di Homs non possono arrivare ai civili per colpa degli uomini armati che tengono in ostaggio la zona», ha tagliato corto il Ministro Muallim.

A Berlino per una visita alla Cancelliera Angela Merkel, Kerry ha incalzato Assad a «muoversi rapidamente per soddisfare gli obblighi della risoluzione dell’Onu sul disarmo chimico, altrimenti le violazioni verranno riferite al Consiglio di sicurezza». Ma per il Segretario di Stato americano, era essenziale anche rinsaldare la fiducia con il Governo tedesco, dopo il grave scandalo sulle intercettazioni del Datagate, di cui è stata vittima anche Merkel. «L’alleanza tra Stati Uniti e Germania è il motore vitale della partnership transatlantica. Vogliamo che in questo anno si rinnovi la forza di un legame decennale, fondato su una visione condivisa su una serie di valori, superando con il tempo i dossi occasionali, incontrati qui e là» ha dichiarato Kerry, invitando la Cancelliera a Washington, dopo la sua «superba vittoria elettorale».

Raggiunta Monaco, il braccio destro del Presidente Barack Obama ha incontrato, per la prima volta, i leader dell’opposizione ucraina, a margine di una conferenza sulla sicurezza, in agenda fino al 2 febbraio. La questione è stata discussa anche tra Kerry e Merkel, perché a Kiev le acque non si calmano. Abolite le leggi speciali anti-sommossa che avevano riacceso l’insurrezione, l’Esercito ucraino ha chiesto al Presidente Viktor Ianukovich «misure di emergenza nel quadro della legislazione vigente, per stabilizzare la situazione».

Nella notte del 29 gennaio, in seduta straordinaria il Parlamento aveva approvato un’amnistia per i dimostranti, ma a patto che gli edifici pubblici occupati, nonché le strade e le piazze, «tranne quelle dove si svolgono azioni di protesta pacifiche», fossero sgomberati «entro i 15 giorni» dall’entrata in vigore del testo. Le forze dell’ordine sono convinte che i manifestanti non vogliano mollare la presa. Anche il Cremlino ha esortato il Presidente ucraino a «reprimere la protesta, altrimenti rischia di perdere il potere aprendo la porta al caos». Nonostante le pressioni russe e dell’Esercito, nel primo pomeriggio Yanukovich, ha firmato e ratificato la legge d’amnistia per i manifestanti antigovernativi approvata due giorni fa dai deputati. Preoccupato, il Segretario della Nato Anders Fogh Rasmussen ha ammonito l’esercito ucraino a «restare neutrale».  Ma il numero uno della polizia di Kiev, Oleg Ghnativ, getta benzina sul fuoco, annunciando prove che le proteste e persino gli scontri violenti, siano parte di un complotto, pianificato dal partito d’opposizione Patria dell’ex Premier Iulia Timoshenko. La capitale ucraina continua a bruciare, con una ventina di auto incendiate nell’ultima notte. E le associazioni di attivisti denunciano la scomparsa di 33 dimostranti.

Violenti scontri sono in corso anche in Egitto, nell’ennesima giornata di sangueA Giza, megalopoli nella periferia del Cairo, la polizia ha aperto il fuoco contro i supporter del deposto Presidente Mohammed Morsi, leader della Fratellanza musulmana. La strada che porta alle Piramidi è stata sbarrata e c’è guerriglia anche a Fayyum e Minya, a sud della capitale. Fonti della sicurezza parlano di «diversi feriti». Lungo la via tra il Cairo e Alessandria, due ordigni sono inoltre esplosi davanti a una caserma e alcuni poliziotti sarebbero rimasti uccisi. 

Uno scenario sempre più simile all’Iraq, dove ormai si contano decine di vittime di attentati al giorno. L’ultimo bilancio è di 40 miliziani qaedisti, uccisi in combattimenti con l’esercito a sud di Falluja, dove è in corso un’offensiva dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis), attivo anche in Siria. In Yemen, 15 soldati sono caduti vittima di uomini armati sospettati di essere affiliati ad al Qaeda. Ed è alta anche la tensione lungo i confini contesi tra Israele e Palestina: l’aviazione dello Stato ebraico ha risposto con un raid nella Striscia ai lancio di razzi della sera precedente, da Gaza. Dall’inizio dell’anno, per l’esercito israelinao sono «28 razzi lanciati da terroristi da Gaza, un drammatico aumento».

Nell’Asia centrale, la Thailandia va al voto, il 2 febbraio, nel mezzo di uno scontro politico che, da novembre, ha causato 10 morti e oltre 600 feriti. Vige lo stato d’emergenza, ma nonostante il Paese sia spaccato in due tra il nord rurale, fedele al Governo, e il sud nazionalista e agiato, dalla parte dell’opposizione, la vittoria della Premier Yingluck Shinawatra è data per scontato. In lizza ci sono 53 movimenti ma non il Partito democratico dell’opposizione, che ha optato per il boicottaggio e la protesta di piazza. Finora si sono registrati tafferugli, sparatorie e un paio di attacchi esplosivi.

 

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