domenica, Settembre 26

Siria, droga in cambio di armi field_506ffb1d3dbe2

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È il pomeriggio del 17 maggio. A Yabrud, in Siria, scoppia un conflitto a fuoco tra la Forza nazionale di Difesa, organizzazione paramilitare coordinata dall’esercito siriano e un gruppo armato pro-Assad. Stanno dalla stessa parte, quella del presidente Bashar al-Assad, ma qualcosa tra loro improvvisamente va storto. Gli scontri si protraggono per due ore. Interviene l’esercito siriano che piazza checkpoint nella città, setaccia i quartieri della zona casa per casa e chiude le strade d’accesso con posti di blocco: 20 persone finiscono in carcere. L’accusa è di traffico di hashish e altre droghe.

A pochi chilometri dalla città siriana di Yabrud, controllata da oltre due anni dalla milizia libanese Hezbollah, schierata al fianco di Assad, c’è la valle libanese del Bekaa con le sue coltivazioni di cannabis, da cui si ricavano hashish e marijuana. Chi domina il mercato nero di questa valle, ha il denaro per acquistare armi e il controllo della guerra: quando la posta in gioco è questa, gli scontri possono scoppiare anche tra fazioni dello stesso campo. A febbraio l’agenzia federale antidroga statunitense, la Dea, in cooperazione con le intelligence di Italia, Francia, Germania, Belgio e Colombia, ha arrestato una cellula di militanti di Hezbollah: vendeva droga e cocaina negli Stati Uniti e in Europa in collaborazione con i cartelli dell’America Latina. Con i proventi di milioni di dollari finanziava la campagna pro-Assad in Siria.

Hezbollah controlla la maggior parte delle piantagioni di marijuana e cannabis nella valle del Bekaa. Con lo scoppio della guerra civile in Siria, la presenza dello Stato libanese in questo territorio di confine si è fatta sempre più fragile: scovare e distruggere le coltivazioni di cannabis non è più prioritario. Anzi, i signori della droga, bene armati, sono visti come un baluardo contro l’avanzata degli jihadisti di al-Nusra e dello Stato Islamico che combattono in Siria. Per esportare la droga, adesso i trafficanti possono scegliere. Via mare riescono a utilizzare i porti di Libano e Siria. Via terra hanno a loro disposizione le rotte siriane che portano in Turchia e Giordania. Grandi quantitativi di droga vengono sequestrati dalle autorità libanesi e siriane quasi ogni giorno, ma moltissimi carichi giungono a destinazione.

È il 16 aprile, un mese prima degli scontri di Yabrud. Siamo al confine tra Siria e Giordania. Due macchine provenienti dalla Siria si avvicinano alla frontiera. Vengono da diverse direzioni, cercano di distrarre le guardie giordane. Il personale di frontiera si accorge che qualcosa non va, spara e blocca le due auto. Confisca 4.670.000 pasticche di Captagon e 1.650 chilogrammi di hashish. Una settimana prima le guardie di frontiera giordane avevano sequestrato 722 chilogrammi di hashish e 667,5 chilogrammi di Captagon. Accade regolarmente da almeno un anno.

Il Captagon è un’anfetamina illegale dagli anni 80: è molto diffusa nei paesi del Golfo, dove è utilizzata come stimolante. Inibisce la paura, toglie la fatica e permette di non dormire anche per giorni: i terroristi dello Stato Islamico che hanno colpito Parigi nel novembre del 2015 hanno assunto pasticche di Captagon prima di compiere la strage. Questa anfetamina, prodotta in Libano e Siria, non è una novità in Medio Oriente, ma adesso, con la guerra civile siriana, è diventata la droga più facile con cui finanziare la guerra. Si vende all’estero e si consuma in patria per combattere. Dentro il nuovo traffico ci sono tutti: Hezbollah, Stato Islamico e Paesi del Golfo. Nell’ottobre 2015 le autorità libanesi hanno arrestato all’aeroporto internazionale di Beirut nientemeno che il principe saudita Abdel Mohsen Bin Walid Bin Abdulaziz diretto su un jet privato a Riyadh, in Arabia Saudita: viaggiava con 40 valige di Captagon e cocaina.

Il controllo della droga è centrale nella gestione e nel finanziamento della guerra. Tutti sanno cosa sia il narcoterrorismo. Ma non tutti sono ne conoscono le origini, che portano anche al nostro Paese. A inaugurarlo su larga scala intorno al 1975, è stato il siriano Ghassan al-Kassar, fratello del più noto trafficante d’armi, Munzer al-Kassar, attualmente detenuto negli Stati Uniti. Nel 1975 Ghassan prende contatti con la famiglia dei Badalamenti in Sicilia. L’accordo è chiaro fin da subito: ai siciliani l’eroina della valle del Bekaa, ai siriani le armi. Secondo Manfred Morstein, lo pseudonimo di un agente dell’intelligence tedesca, autore del libro ‘Der pate des terrors’ (traduzione inglese: ‘The godfather of terror’, 1989), le armi ricevute da Ghassan sarebbero state italiane: «dei certificati dell’utente finale necessari per l’esportazione delle armi, con documenti italiani autentici, si incaricava la mafia attraverso le sue amicizie politiche a Roma».

Nel 1977 Ghassan fu incriminato dal tribunale di Trieste per contrabbando di armi e droga: tutto si chiuse per mancanza di prove. Quando il tribunale di Trieste chiese i risultati delle indagini degli agenti speciali in merito al caso, il ministero dell’Interno li classificò come segreti. Si doveva garantire gli interessi politici dell’Italia in Medio Oriente.

 

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