venerdì, dicembre 14

Siria, dove va la crisi? A colloquio con Philip Giraldi

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L’attacco statunitense contro la base militare siriana ha determinato un radicale cambio di rotta da parte di Trump? Quali sono le motivazioni alla base dell’azione e quale l’impatto sull’inerzia del conflitto? Abbiamo parlato di tutto ciò con Philip Giraldi, agente della Cia in pensione.

Mr. Giraldi, come interpreta l’attacco statunitense alla base militare siriana? Quale ritiene sia l’obiettivo dell’azione?

Penso si tratti di una mossa molto stupida perché da un lato vanifica gli sforzi per combattere l’Isis e gli altri gruppi islamisti, e nel contempo non fa che degradare significativamente le relazioni con la Russia. L’intenzione era quella di lanciare un’operazione militare che fungesse da avvertimento, senza provocare necessariamente vittime. Credo che alla base di tutto vi sia l’intenzione di Trump di zittire i critici all’interno degli Stati Uniti che da mesi lo tengono sotto scacco per i suoi presunti legami con Mosca. Così facendo, Trump ha assunto una postura ostile nei confronti della Russia, e questo è estremamente dannoso per tutti.

Solo pochi giorni prima dell’attacco, il segretario di Stato Rex Tillerson aveva dichiarato pubblicamente che il rovesciamento di Assad non figurava tra le priorità Usa. Cosa è cambiato? Crede che lo ‘Stato profondo’ abbia giocato un ruolo chiave nello spingere Trump all’azione?

La Siria è ormai parte determinante della politica russa, e Trump, trovandosi sotto il fuoco incrociato in patria, ha pensato di recuperare credibilità agli occhi dei detrattori assumendo un approccio molto più aggressivo nei confronti di Assad. L’establishment, in cui gli interessi di Israele, del complesso militar-industriale e di Wall Street sono sempre in primo piano, ha fatto di tutto per indurlo a prendere una simile decisione.

Crede che l’attacco chimico su Idlib, che Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia hanno immediatamente attribuito al governo siriano, possa esser stato in realtà perpetrato dai ribelli? Intravede qualche analogia – specialmente per quanto riguarda la narrativa – tra questo evento e l’attacco con il sarin su Ghouta nell’agosto 2013?

Credo che sia stata senza ombra di dubbio opera dei ribelli, i quali avevano tutte le ragioni per operare in questa maniera, al contrario di Assad. Ci sono molti punti di contatto con ciò che accadde nel 2013, a partire dal fatto che, come allora, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno istantaneamente addossato la colpa sul governo siriano in assenza di qualsiasi prova tangibile.

Crede che Israele, Turchia e Arabia Saudita abbiano avuto un ruolo rispetto alla decisione di Trump di attaccare?

A fianco delle evidente ragioni interne – non va dimenticato che il pubblico Usa in genere reagisce positivamente allo scatenamento di nuove guerre da parte del governo – vanno indubbiamente rilevate le pressioni da parte di Israele, Turchia e Arabia Saudita, i quali mirano a ottenere da Trump un maggior coinvolgimento degli Stati Uniti nel conflitto siriano.  Nella fattispecie, c’è il rischio che ciò possa manifestarsi sotto forma di una (tentata) imposizione di una no-fly zone sulla Siria.

Al momento dell’attacco, il presidente cinese Xi Jinping si trovava in visita negli Stati Uniti, mentre Tillerson ha da poco incontrato Lavrov e si appresta a vedere Putin. Crede che Mosca e Pechino fossero i destinatari del messaggio implicito nell’attacco statunitense? Come pensa che Russia e Cina reagiranno?

Russia e Cina hanno ricevuto il messaggio e l’hanno immediatamente respinto. I loro interessi nazionali non coincidono affatto con ciò che Washington intende imporre in Siria, ma nondimeno sono disposti a rinunciare a difenderli. Trump dovrebbe imparare la lezione, altrimenti trascorrerà i prossimi quattro anni di mandato a negoziare con le altre potenze da una base di estrema diffidenza, cosa che non facilita di certo le trattative.

Ritiene credibili le recenti accuse di utilizzo di bombe a grappolo, napalm e fosforo bianco mosse contro Assad?

No. Gli unici a esprimersi a supporto di questa tesi sono i ribelli, attraverso i loro siti internet e i loro portavoce. Di fatto, l’intera narrativa ufficiale sulla crisi siriana che arriva negli Stati Uniti e in Europa è basata integralmente su fonti strettamente legate ai ribelli.

Crede che, alla luce di quanto accaduto, il futuro della Siria sia destinato a cambiare significativamente (balcanizzazione, caduta di Assad, ecc.)?

Sono convinto che, grazie anche alla fondamentale assistenza fornita da Russia ed Iran, il governo riuscirà a vincere la guerra contro i ribelli e ad assumere nuovamente il controllo delle aree popolate dello Siria. Gli Stati Uniti rimarranno ai margini a domandarsi cosa sia andato storto, nonostante le grandi risorse profuse allo scopo di rovesciare il governo siriano. Assad rimarrà al potere, a meno che non scelga egli stesso, in maniera del tutto autonoma, di uscire di scena.

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