giovedì, Agosto 5

Siria, Damasco ha commesso crimini di guerra field_506ffbaa4a8d4

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«Sia il governo siriano che i gruppi armati antigovernativi sono colpevoli di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, a fronte delle diffuse esecuzioni e dei decessi nei centri di detenzione di tutte le parti in conflitto». Per gli inquirenti delle Nazioni Unite non ci sono dubbi e oggi a Ginevra hanno presentato un rapporto basato su 621 interviste, tra cui quelle a oltre 200 ex detenuti. Nel fascicolo d’inchiesta, intitolato “Out of Sight, Out of Mind: Deaths in Detention”, relativo al periodo compreso tra il 10 marzo 2011 e il 30 novembre 2015, gli ispettori Onu hanno denunciato che migliaia di persone detenute dal governo siriano e dai gruppi armati anti-governativi hanno vissuto in condizioni disumane e sono state picchiate a morte. «Quasi ogni detenuto sopravvissuto alla carcerazione ha patito abusi inimmaginabili» ha detto il capo della Commissione Paulo Pinheiro, secondo cui molti sono morti per le condizioni di vita disumane, in celle sovraffollate, prive di servizi igienici, senza cibo e acqua pulita. Tra i prigionieri morti ci sono uomini, donne e bambini, alcuni anche di soli 7 anni. Il regime di Damasco, dunque, è stato accusato di aver sterminato migliaia di detenuti nelle sue celle. «L’accertamento delle responsabilità per questi ed altri crimini deve essere parte di ogni soluzione politica del conflitto» ha affermato Carla del Ponte, tra i membri della commissione.

Ma intanto i negoziati sulla Siria sono ad un punto morto. A bloccare ulteriormente i lavori sono stati i raid russi che hanno dato man forte a quelli ordinati da Bashar al Assad sulla provincia di Aleppo. A fronte della minaccia, i ribelli si sono ritirati da tre località, permettendo così alle forze curde di prenderne il controllo. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, al termine di combattimenti circoscritti tra ribelli e curdi nelle località di Merenar, Aqlamiya e Deir Jamal, le Unità di protezione del popolo curdo, principale forza curda in Siria, ne hanno così preso il controllo ieri sera, pochi giorni dopo aver conquistato altre tre località. I ribelli si trovano ora stretti nella zona settentrionale della provincia di Aleppo, intrappolati tra forze curde, forze del regime e jihadisti dello Stato islamico. E in tutto ciò l’esercito del regime, continua ad avanzare verso la città ribelle di Tall Rifaat, situata a una ventina di chilometri dal confine turco. «I lealisti sono ormai a cinque chilometri dopo aver strappato ai ribelli un villaggio lungo la strada», ha precisato il direttore della Ong, Abdel Rahmane. La battaglia di Aleppo potrebbe, dunque, rappresentare una svolta nella guerra siriana, perché la perdita della seconda città del Paese, divisa in due dal 2012, indebolirebbe molto i ribelli, in difficoltà anche su diversi altri fronti.

Ma se da un lato il presidente siriano, proprio grazie all’amico Vladimir Putin, sembra a un passo dalla vittoria, dall’altro l’aumento dei bombardamenti ha provocato un esodo di massa dai villaggi. Circa 30mila siriani, infatti, sono in fuga verso la Giordania, secondo quanto riferito nelle ultime ore da fonti mediche nella regione meridionale di Daraa, e alcuni si stanno dirigendo verso il valico di Tel Shihab, fuori dal controllo del regime. Altri sono in marcia verso Yadude, a nord-ovest del martoriato capoluogo siriano e altri ancora, invece , sono scappati verso la Turchia e ora sono ammassati davanti a un confine sbarrato. Proprio lì oggi,  Garam, una bimba di meno di un anno è morta di freddo tra le braccia della madre, Nesrin Berdos, percorrendo a piedi circa 100 km. Per il primo ministro Davutoglu si tratta di una vera emergenza e oggi lo ha detto anche ad Angela Markel. La cancelliera tedesca è arrivata questa mattina ad Ankara per discutere con le autorità turche la questione dei flussi di migranti ma ha voluto vedere con i propri occhi le condizioni dei siriani . «Non sono solo scioccata, ma anche inorridita per le sofferenze subite dai civili a causa dei raid russi in Siria», ha detto intenzionata più che mai ad attuare l’accordo tra Bruxelles e Ankara per ridurre il flusso di migranti diretti in Europa. Nei giorni scorsi l’Ue ha chiesto ad Ankara di riaprire la frontiera proprio per consentire il passaggio dei siriani ammassati che e dall’avanzata del regime di Assad nella zona, ma la Turchia non ci sta a prendere ordini così. «Prima dicono aprite le frontiere, accogliete tutti, poi dicono chiudete i vostri confini e non lasciate passare nessuno. Senza neanche dare dei soldi, dicono che accogliere queste persone è un obbligo di coscienza. Solo noi dobbiamo agire con coscienza?». Parole velenose quelle del vicepremier Yalcin Akdogan cui la Merkel dovrà dare risposte. L’incontro con Recep Tayyp Erdogan, dunque, sarà fondamentale per il prossimo vertice in programma tra il 18 e il 19 febbraio durante il quale si dovrà ancora parlare di Schengen e delle masse che premono ai confini dell’Europa.

Quelli che restano intrappolati nel reticolo di cavilli del trattato di Schengen, però, sono i più fortunati. Sono quelli che la parte più brutta del viaggio l’hanno superata. Non toccheranno mai terra europea, invece, 24 migranti annegati al largo della Turchia questa mattina, poco dopo la partenza della loro imbarcazione da Edremit, nella provincia di Balikesir, sull’Egeo. Tra loro anche 11 bambini che con le loro famiglie erano diretti a Lesbo. Solo due le persone tratte in salvo, mentre sono 12 quelle che risultano ancora disperse. La guardia costiera turca ha passato l’intera giornata a cercare superstiti lungo quel maledetto tratto di costa occidentale.

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