sabato, Luglio 31

Siria, con la siccità sbocciò la ‘Primavera’ Secondo le ricerche del CCS e del PNAS il riscaldamento globale potrebbe non aver causato la Primavera araba, ma potrebbe averla fatta arrivare prima

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«Marzo pazzerello, guarda il sole e prendi l’ombrello». No, non stiamo parlando del clima instabile e poco prevedibile delle giornate primaverili, ma della cosiddetta Primavera araba scoppiata, tra la fine del 2010 e lungo l’arco dell’anno seguente, in molti Paesi dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente e di come il cambiamento climatico ha inciso, in particolare, su quella che è oggi la guerra civile siriana.

Il termine Primavera Araba indica una serie di eventi verificatisi nei Paesi a maggioranza islamica che hanno portato ad una escalation di rivolte contro lo status-quo. Sebbene il concetto in sé rimandi ad un’omogeneità dei fatti, ogni Stato ha avuto in seno ragioni e cause differenti ed il processo di trasformazione che ne è scaturito ha preso pieghe diverse caso per caso.

In principio fu la Tunisia. Il 17 dicembre 2010, la contestazione del commerciante ambulante tunisino Mohamed Bouazizi -che decise di darsi fuoco per protestare contro l’oppressione della Polizia locale e del Governo- fu la scintilla che fece propagare il fuoco delle proteste in Libia, SiriaEgitto e in molte altre aree del mondo arabo, con intensità maggiore o minore a seconda del contesto.

Negli ultimi anni le analisi sul fenomeno sono state molteplici e si sono, ovviamente, concentrate sulle dinamiche storiche e politiche che hanno contribuito ad alimentare queste crisi.

In pochi, però, si sono soffermati sul cambiamento climatico che ha interessato i Paesi in cui è sbocciata la Primavera.

In uno studio dal titolo ‘The Arab Spring and Climate Change’, relativo al 2013, gli autori Francesco Femia e Caitlin E. Werrell – entrambi CEO del Council on Strategic Risks e co-fondatori dell’istituto The Center for Climate and Security (CCS) – pongono l’accento sul ruolo che il mutamento climatico ha avuto nelle agitazioni sociali, talvolta sfociate in vere e proprie rivoluzioni, che tra il 2010 e il 2011 si estesero nei territori arabi, con effetti ancora oggi evidenti.

Pur guardandosi bene dall’avallare una tesi che vede nel cambiamento climatico la causa prima e scatenante della Primavera araba, Femia e Werrel scorgono nel mutamento del clima un threat multiplier (un moltiplicatore di minacce), cioè un fattore stressante che ha contribuito ad accelerare quel percorso rivoluzionario. «Il cambiamento climatico e il suo impatto sul clima da soli sono, naturalmente, insufficienti a causare conflitti o disordini, per non parlare della escalation che si è verificata e si sta ancora verificando nel mondo arabo» si legge nel rapporto dei due studiosi, i quali continuano dicendo che «l’argomento non è mai stato che il cambiamento climatico – o in effetti qualsiasi motore ambientale – sia una causa necessaria di conflitto. La Primavera araba sarebbe probabilmente arrivata in un modo o nell’altro, ma il contesto in cui si è svolto non è irrilevante. Il riscaldamento globale potrebbe non aver causato la primavera araba, ma potrebbe averla fatta arrivare prima».

Il caso più importante in cui il cambiamento climatico ha giocato, e sta giocando tuttora, un ruolo decisivo è quello della Primavera siriana, oggi vera e propria guerre civile.

In Siria la guerra civile si protrae dal 15 marzo 2011, quando a Dar’a, nel sud del Paese, ebbero inizio le manifestazioni contro il Presidente Bashar al-Assad – in carica dal 17 luglio 2000 – ed il suo Governo totalitario e monocratico fondato su un unico partito reggente, il Partito Ba’th (Risorgimento). Le proteste, inizialmente flebili, sfociarono in una rivoluzione e i ribelli, allora, diedero vita all’FSA (Free Syrian Army – Esercito Libero Siriano) per contrastare il regime. Col passare del tempo il conflitto si allargò e vide coinvolti molti attori internazionali, tra cui: le brigate filocurde dell’YPG (Yekîneyên Parastina Gel – Unità di Protezione Popolare); le formazioni jihadiste, come il Fronte al-Nusra e l’ISIS che, nel 2014, proclamò la nascita del califfato islamico con Abū Bakr al-Baghdādī; USA, Russia e Turchia, invece, entrarono in scena dopo il 2015.

Questi, ad oggi, gli attori principali della guerra ‘civile’ siriana che, attualmente, vede Assad riprendere lentamente il controllo del Paese e la scomparsa, quasi totale, dell’ISIS.

La guerra in Sria ha portato, fino ad oggi, circa 350.000 vittime e, secondo l’UNHCR (l’agenzia Onu per i rifugiati), oltre 5.6 milioni di rifugiati. A questi bisogna aggiungere un altro dato significativo: il 69% della popolazione siriana vive in condizioni di povertà estrema.

Questo, dunque, il quadro storico-politico, ma cosa c’entra in tutto ciò il cambiamento climatico?

Tra il 2006 e il 2011 la Siria ha vissuto la più grave siccità della sua storia, che, ovviamente, si è ripercossa sui raccolti agricoli. Nel 2009 le Nazioni Unite e la Federazione internazionale delle Società della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa hanno riferito che oltre 800.000 siriani avevano perso tutto il loro sostentamento a causa della siccità. Nel 2011 nel ‘Global Assessment Report on Disaster Risk Reduction’, al paragrafo ‘Drought: the hidden risk’ (Siccità: il rischio nascosto), l’ONU ha stimato che «nella Repubblica Araba di Siria il 75% degli agricoltori ha sofferto un fallimento totale del raccolto».

problemi relativi alla siccità hanno fatto sì che molte famiglie contadine, che vivevano nelle campagne siriane ed erano dipendenti dal loro raccolto, si spostassero in massa nelle città per cercare nuove opportunità. Come riporta lo studio del CCS, nel gennaio del 2011, a causa del fallimento del raccolto, 200.000 contadini stanziati intorno alle campagne di Aleppo sono stati costretti ad emigrare verso i centri urbaniNell’ottobre precedente, invece, altre 50.000 famiglie ‘rurali’ hanno percorso lo stesso cammino verso l’urbe.

Di conseguenza le città siriane hanno visto concentrarsi al loro interno un numero molto elevato di persone. In meno di una decina di anni la Siria ha assistito, dunque, a due tipi di migrazione: quella interna che ha portato molti agricoltori ad urbanizzarsi e, da non dimenticare, quella dovuta all’occupazione dell’Iraq degli USA che, nel 2003, favorì l’esodo di molti iracheni verso la Siria.

Inoltre, come si evince dallo studio della rivista scientifica PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America – Atti dell’Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti d’America) Climate change in the Fertile Crescent and implications of the recent Syrian drought’ (Il cambiamento climatico nella Mezzaluna Fertile e le implicazioni sulla recente siccità in Siria) – che racchiude i lavori di molti professori legati alle migliori università americane – anche le politiche agricole degli Assad (padre e figlio) hanno fatto la loro parte.

Infatti, Hafez al-Assad – che governò dal 1971 al 2000 – nonostante la scarsità d’acqua e le frequenti siccità, avviò politiche per aumentare la produzione agricola avvalendosi di molti progetti di irrigazione. Così, il sovrasfruttamento dell’acqua sotterranea per l’irrigazioneunito alle scarse pioggeavrebbe causato il declino delle falde acquifere. Tutto ciò non ha fatto altro che accrescere la vulnerabilità del Paese alla siccità. Bashar, invece, come riporta sempre lo studio del PNAS, «passò alla liberalizzazione dell’economia tagliando i sussidi per il carburante e il cibo dai quali molti siriani erano diventati dipendenti. Questi tagli sono continuati, nonostante la siccità, destabilizzando ulteriormente la vita delle persone colpite».

I risultati di queste politiche sono stati: il crollo, dal 25 al 17%, dell’incidenza dell’agricoltura siriana sul PIL del Paese in soli cinque anni, dal 2003 al 2008; l’importazione di grandi quantità di grano estero dopo che, negli anni ’90, era stata dichiarata l’autosufficienza; il rapido affollamento dei centri urbani che ha portato ad un aumento della pressione sulle già esigue risorse del territorio siriano.

Il cambiamento climatico, quindi, ha inciso fortemente sulle dinamiche sociali siriane. La siccità e le scarsità di risorse hanno avuto un ruolo importante nel sovraffollamento delle città e nell’esacerbare una popolazione già in crisi. La migrazione interna e la crescente, incontrollata, urbanizzazione hanno contribuito all’aumento dell’illegalità, alla costruzione abusiva con infrastrutture carenti, alla diffusa disoccupazione e, non ultimo, all’incremento delle disuguaglianze e della povertà. Tutto questo, unito alla spinta ‘rivoluzionaria’ del mondo arabo, ha contribuito ai disordini verificatisi nei primi mesi del 2011, che sono poi sfociati in una lunga e straziante guerra civile.

In conclusione, dunque, non si può dire con certezza che il cambiamento climatico abbia causato la Primavera in Siria, ma, sicuramente, ne ha contribuito in parte, agendo come fattore stressante sui già molteplici problemi del Paese.

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