mercoledì, novembre 14

Siria, attacco (forse israeliano) dal confine giordano I retroscena dell’attacco alla Base T4. La Siria accusa Israele e l’accusa è credibile. Le minacce di instabilità nella regione si stanno concretizzando

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È la tarda serata di domenica quando l’agenzia di Stato della Siria ‘Sana’ annuncia che la difesa aerea ha intercettato un attacco missilistico contro l’aeroporto militare T4, a est di Homs, nel centro del Paese. Sei missili avrebbero colpito la base, provocando danni.

Sembra un episodio minore della interminabile guerra siriana, che adesso si è spostata a sud, dove l’Esercito del Presidente Bashar Al Assad, sabato, ha sottratto alle forze ribelli il valico di Nassib, al confine con la Giordania. L’attacco di domenica passa quasi in sordina: è il terzo sferrato alla base T4 dall’inizio dell’anno. La Siria, anche questa volta, accusa Israele.

E l’accusa è credibile: è questo l’aeroporto da cui l’Iran, secondo l’intelligence israeliana, avrebbe lanciato il drone carico di esplosivo che in febbraio è entrato nello spazio aereo di Israele per pochi minuti, prima di essere abbattuto.

Ma questa volta le dinamiche dell’attacco sono cambiate. Un ufficiale dell’Esercito siriano ha fatto una dichiarazione che ha attirato l’attenzione degli esperti: la difesa aerea del Paese nel corso dell’attacco avrebbe abbattuto diversi missili lanciati dalla zona siriana di Al Tanf, la base al confine con l’Iraq e la Giordania. È qui che c’è il contingente più importante delle truppe americane nel Paese. Ed è qui che, secondo un report della ‘Bbc’, sarebbero attive, dal 2016, anche le forze speciali britanniche.

L’agenzia siriana ‘Sana’ e testimonianze locali  hanno in qualche modo confermato l’anomalia dell’attacco, sottolineando che ha gli aerei, dopo aver colpito la base T4, si sarebbero ritirati a sud, in direzione della Giordania. Al di là del confine con la Siria, nel nord della Giordania c’è una delle più grandi basi aeree del Medio Oriente, la Muwaffaq Salti Air Base, che il Pentagono ha recentemente deciso di potenziare con un investimento di 143 milioni di dollari.

Il portavoce del Comando centrale statunitense, il capitano Bill Urban, ha escluso che gli Stati Uniti o le forze della coalizione possano aver sferrato un attacco in direzione della base di Homs.

Fino a oggi gli israeliani, quando hanno attaccato obiettivi in Siria, sono passati dai cieli del Libano, oppure hanno scelto un attacco missilistico diretto dal nord del Paese. La Giordania non è la loro rotta usuale.  

Nella zona di Al Tanf la tensione sta salendo di giorno in giorno. Le cose sono precipitate a giugno quando l’Esercito di Assad ha cominciato ad avanzare verso sud, coperto dai massicci bombardamenti dell’aviazione russa. Agli inizi del mese il Ministro degli esteri siriano Walid Al Muallem nel corso di una conferenza stampa a Damasco non aveva lasciato spazio a interpretazioni: «non dovreste prestar fede a nessuna dichiarazione in merito agli accordi sul sud della Siria finché le forze statunitensi non si saranno ritirate da Al Tanf». Si riferiva agli accordi per il cessate il fuoco negoziati un anno fa tra Russia, Giordania e Stati Uniti, ufficialmente ancora in vigore.

Venti giorni fa, è arrivato lo scontro aperto. La sera del 18 giugno, a nord est di Al Tanf, le forze statunitensi hanno abbattuto un drone di fabbricazione iraniana, un modello Shahid 219. Con ogni probabilità era decollato proprio dalla base T4, nei pressi di Homs.

Gli scontri hanno coinvolto anche le forze britanniche. L’inglese ‘Sunday Times’ ha rivelato che in un giorno imprecisato di giugno un jet britannico avrebbe bombardato forze fedeli ad Assad in marcia nel deserto in direzione di Al Tanf. Pare che avessero oltrepassato la zona cuscinetto di 55 chilometri intorno alla base statunitense. Nel corso di una di queste operazioni coperte, rivelate dal quotidiano britannico solo agli inizi di luglio, gli inglesi avrebbero perso un costosissimo aereo cargo Hercules C-130J. Una guerra neanche troppo coperta che domenica è sfociata nell’attacco alla base di Homs.

Intanto Teheran è alle prese con il ritiro di Washington dall’accordo sul nucleare e le imminenti sanzioni. E alza il tiro, non solo in Siria. Il 4 luglio il Presidente iraniano Hassan Rouhani ha fatto sapere che, qualora gli americani, come promesso da Donald Trump, dovessero azzerare le esportazioni del petrolio iraniano, sarebbero da mettere in conto serie conseguenze. A chiarire quali è stato il comandante delle Guardie rivoluzionarie islamiche iraniane, il generale Mohammad Ali Jafari, che ha minacciato il blocco dello Stretto di Hormuz, uno snodo dal quale transita un terzo del petrolio mondiale. La minaccia è piaciuta poco agli Stati Uniti e ancor meno a uno dei più importanti alleati di Teheran, la Cina.

Venerdì l’assistente del Ministro degli esteri cinese, Chen Xiaodong, ha bacchettato il Governo iraniano invitandolo a cooperare con i Paesi del Golfo, in nome della stabilità nel Medio Oriente: il blocco di Hormuz è fuori discussione. Questa settimana a Pechino si sono riuniti i 22 Ministri della Lega Araba: i Paesi del Golfo, produttori di petrolio, sono in prima fila. La Cina è il primo importatore del greggio iraniano, ma è anche un ottimo cliente degli altri Stati che si affacciano sullo Stretto di Hormuz.

L’attacco alla base T4 in Siria indica che le minacce di instabilità nella regione si stanno concretizzando. Da una parte l’Iran, ma non necessariamente la Siria di Assad. Dall’altra gli americani, gli inglesi, gli israeliani e gli Stati arabi. Pechino corre ai ripari con il suo solito pragmatismo: pochi giorni dopo aver difeso l’accordo sul nucleare iraniano a Vienna, adesso cerca l’intesa con gli altri produttori di petrolio.  Lo scontro in Siria, partito dai cieli della Giordania, deve fermarsi lì: con la Cina Teheran non può permettersi errori.

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