domenica, Dicembre 5

Siria, attacco di Shayrat: solo un bluff o guerra all’orizzonte?

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L’inaspettata quanto repentina reazione dell’Amministrazione Trump alle accuse che Turchia, Elmetti Bianchi e ribelli hanno avanzato verso la Siria di Assad – colpevole, secondo loro, di aver bombardato col gas una città in mano alle forze dell’opposizione – ha scosso gli equilibri internazionali fin’ora consolidati, che osservatori e diplomatici davano per certi. Proprio mentre l’atteso incontro con il Premier cinese Xi Jinping aveva luogo in una delle residenze di Trump, in Florida, la marina americana colpiva la base siriana di Shayrat con più di 50 missili ‘Tomahawk. La reazione è stata vista come un voltafaccia totale, nullificando – per buona parte della base repubblicana – mesi di campagna elettorale in cui Trump si è sempre dichiarato essere l’uomo dell’appeasement con la Siria e la Russia, da opporre ai ‘falchi’ Obama e Clinton.

«I rapporti della Russia con gli Stati Uniti potrebbero interrompersi», aveva avvertito Viktor Ozerov, Presidente del Consiglio federale della Difesa e Sicurezza russa, a poche ore dall’attacco, «siamo convinti che questo sia un atto di aggressione, non c’è altro modo di vederlo. […] tutto ciò che Donald Trump ha detto sulla Siria ha ora perso ogni significato. Non capisco a che gioco stiano giocando, ma risponderemo». Ozerov continua, su Pravda.ru, «anche la Russia opera in Siria, e Assad è un nostro alleato. […] la Russia reagirà in qualche modo. Con questo attacco Trump ha mostrato di essere un politico irresponsabile». Il rischio è che altri attacchi di questo genere possano coinvolgere il contingente russo presente sul territorio e portare a «un confronto diretto tra le due Nazioni».

Possibile dunque che i rischi pratici – oltre che quelli puramente ‘elettorali’ e di consenso – di una reazione simile non fossero già stati calcolati da Donald Trump e dagli ambienti militari statunitensi? In effetti, il Governo afferma di aver avvertito i russi del bombardamento mezz’ora prima (alcune fonti parlano di un’ora) che questo avesse luogo, permettendo agli uomini di Mosca di lasciare in sicurezza l’area colpita e limitare i danni. In secondo luogo, il vero bersaglio del raid potrebbe essere un altro: la Corea del Nord, oggetto del ‘braccio di ferro’ in corso qualche giorno fa tra Xi Jinping e Trump. La nuova Amministrazione statunitense ha alzato i toni della polemica sulla politica di Pyongyang, impegnata in una corsa nucleare per ottenere missili a lunga gittata, capaci di raggiungere il suolo americano. «Preferiremmo escludere la soluzione militare», aveva dichiarato asciutto il Segretario di Stato Rex Tillerson,«ma ora tutte le opzioni sono sul tavolo». L’intervento ‘a sorpresa’ in Siria potrebbe dunque essere solo finalizzato a mostrare a Pechino che il Governo Trump, al contrario del ‘tentennante’ Obama, fa sul serio.

C’è però anche, ovviamente, la possibilità che l’addio di Bannon e Flynn, tra le personalità più ‘aperte’ al dialogo con il Cremlino, rappresenti un effettivo e definitivo cambio di rotta nella politica estera della Casa Bianca di Trump. A leggere certi think tank di area conservatrice, sembrerebbe quasi che questa ‘svolta’ fosse effettivamente attesa. Stando a un’analisi del famoso ‘Heritage Foundation‘ – probabilmente il centro studi conservatore più importante -, l’approccio di Obama alla questione siriana è stato fin troppo «compiacente» verso i russi, e ha portato alla situazione attuale: Assad e Mosca trionfano nel Paese mentre gli Stati Uniti, esclusi dalle discussioni di Astana, ricoprono una posizione marginale. Lo scarso supporto ai ribelli e il passo indietro di Washington quando la Russia si è offerta di ‘mediare’ nella questione delle armi chimiche del regime nel 2013/2014 hanno minato la credibilità degli Stati Uniti e permesso ad altre potenze, come l’Iran, di subentrare nella guerra civile siriana.  

Per James Phillips, l’autore dell’articolo, la lotta all’ISIS, come detto in diverse occasioni da Trump, dovrebbe essere la priorità degli Stati Uniti. Maggiore aiuto ai gruppi di ribelli «non islamisti», potenziamento delle ‘safe zones’ per i rifugiati negli Stati limitrofi e cooperazione – a costo di dover scendere a patti con i turchi – con i combattenti curdi, sarebbero le vie principali per cui muoversi. Il report indica però chiaramente l’impossibilità di «legittimare» il ruolo delle due grandi potenze che già stanno lottando contro i combattenti dello Stato Islamico: la Russia e l’Iran. «Né l’uno né l’altra sono alleati utili contro l’ISIS e entrambi hanno attivamente minato gli interessi degli Stati Uniti. [la Russia]ha bombardato anche ribelli supportati dagli americani». Inoltre, schierarsi con Theran infastidirebbe l’alleato ‘storico’ saudita, e si legge che «nel lungo periodo l’Iran rappresenterebbe un pericolo ben peggiore di ISIS e Al-Qaeda». «L’Amministrazione Trump non dovrebbe ripetere gli errori di Obama e non fidarsi della cinica diplomazia di Putin», conclude l’analisi.

In poche parole: linea dura con Mosca, altro che appeasement. Lo stesso think tank, già a fine 2015, suggeriva all’Amministrazione Obama di «riconoscere il nemico» russo e «sospendere ogni cooperazione». E’ questa l’ala del Partito Repubblicano che avrebbe trionfato, con la decisione di Trump di bombardare la base di qualche giorno fa? Che il Presidente degli Stati Uniti debba scendere a compromessi con l’intelligence, il cosiddetto ‘deep state’, non è una novità. Il vero significato del bombardamento di venerdì, tuttavia, potrà essere compreso solo nei prossimi giorni. Per ora le voci sono discordanti. Da una parte i democratici, tra cui Hillary Clinton, plaudono l’iniziativa e auspicano l’inizio delle operazioni per concludere la guerra in Siria e ‘detronizzare’ Assad. Contraddicendo le sue stesse parole di pochi giorni prima, ora Nikki Haley, ambasciatrice americana all’Onu, dice chiaramente che il ‘regime change’ è indispensabile per concludere la guerra in Siria. Starebbero trapelando persino documenti che parlano di «150.000 truppe americane» pronte ad agireboots on the ground‘ sul territorio siriano, con la creazione di ‘zone di occupazione’, teoricamente per motivi umanitari.

Dall’altra, a far sperare per un grosso bluff che non si tradurrà in un’escalation, ci sono le circostanze dell’attacco: potrebbe essere stata una ‘prova di forza’ piuttosto rischiosa ma utile per ottenere i consensi che l’Amministrazione stava perdendo con la questione obamacare, e le fatiche del ‘ban’ agli immigrati da 8 Paesi musulmani. O magari un tentativo, cogliendo al volo l’improvvisa occasione della tragedia di Iblid, di eliminare una volta per tutte le accuse di ‘vicinanza’ e ‘sudditanza’ verso il Cremlino. O forse un segnale forte verso un regime ben più agguerrito di quello di Assad, la Corea del Nord, verso cui si muove in questo momento, mentre l’attenzione è rivolta altrove, una flotta americana in partenza da Singapore.

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