martedì, Maggio 18

Siria, arriva il monito dei russi e l’Australia sospende le operazioni

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«Alle 6:43 pm un SU-22 del regime siriano ha sganciato delle bombe vicino ai combattenti SDF a sud di Tabqah e, seguendo le regole dell’ingaggio e dell’autodifesa collettiva delle forze dei partner della Coalizione, è stato immediatamente abbattuto da un F/A-18E Super Hornet americano». Questa la dichiarazione del Pentagono, che ammette la responsabilità nell’abbattimento del jet siriano.

I russi, ovviamente, non hanno preso bene l’attacco all’alleato di Damasco. I rapporti tra Washington e Mosca cadono in un nuovo abisso: il Cremlino ha deciso di sospendere i canali di comunicazione con il Pentagono. Fino ad ore i due ‘schieramenti’, nonostante combattessero evidentemente per raggiungere obiettivi diversi, avevano mantenuto i contatti costantemente aperti. Se non altro per evitare un pericoloso ‘fuoco amico’ accidentale che avrebbe potuto portare a un escalation tra due potenze nucleari.

Da oggi, tuttavia, i russi hanno deciso di dare una svolta alla loro diplomazia di guerra. E’ comprensibile: l’abbattimento dell’aereo siriano non è un episodio isolato. Dai numerosi attacchi da parte delle forze di Israele nel sud del Paese, al rischiosissimo episodio del lancio di missili Tomahawk sulla base siriana di Shayrat, la Coalizione non si è limitata a supportare le fazioni ribelli che si oppongono al Governo di Bashar al-Assad, sferrando attacchi sul suolo di un Paese che – almeno per la Russia – è ancora sovrano.

Se l’abbattimento dell’aereo è per gli Stati Uniti semplice ‘legittima difesa’, Russia e Governo siriano vedono gli americani come invasori non invitati, e l’episodio del jet un vero e proprio atto di aggressione da parte di una potenza straniera: «flagrante violazione del diritto internazionale e aggressione militare contro la Repubblica araba siriana», per citare le parole del Cremlino.

Mosca ha dunque deciso: «Nelle aree di combattimento della flotta aerea russa nei cieli siriani, tutti gli oggetti aerei – inclusi quelli della Coalizione internazionale – a est del fiume Eufrate, verranno considerati come bersagli aerei dalle forze di difesa russe». Jeff Devis, portavoce del Pentagono, ha immediatamente risposto: «siamo a conoscenza delle dichiarazioni russe. ISIS a parte, non cerchiamo conflitti con nessuno in Siria, ma non esiteremo a difendere noi stessi e i nostri partner, se minacciati». La risposta sembra lasciare intendere che la politica e la condotta degli Stati Uniti in Siria non cambieranno.

Tuttavia, un primo membro della Coalizione ha deciso di farsi da parte per evitare il peggio. L’Australia ha oggi dichiarato che sospenderà le operazioni aeree in Siria: «come misura precauzionale, le operazioni dell’Australian Defence Force (ADF) in Siria si sono temporaneamente fermate. Il personale dell’ADF sta tenendo sotto stretta sorveglianza la situazione aerea siriana e una decisione sulla ripresa delle operazioni dell’ADF sarà presa prossimamente», ha annunciato in un comunicato il Dipartimento della Difesa australiano.

La situazione è critica. Significativo anche il silenzio di Dimitri Peskov, portavoce del Cremlino, che non ha risposto a un giornalista che chiedeva se la Presidenza fosse preoccupata dalla possibilità di un aperto conflitto tra Stati Uniti e Russia. «Su questo preferirei non rispondere», ha affermato Peskov, «comunque la situazione provocata dalle forze della Coalizione causa seria preoccupazione».

 

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