mercoledì, Ottobre 20

Siria, ancora sangue in attesa del cessate il fuoco field_506ffbaa4a8d4

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Intanto, l’Isis ha rilasciato oggi  gli ultimi 43 cristiani assiri presi in ostaggio un anno fa nel nord-est della Siria. Ne danno notizia fonti della chiesa assira citate dal sito christiantoday.com, con sede in Gran Bretagna. La notizia del rilascio è stata confermata dalla diocesi orientale della Siria della Chiesa assira. «Non rimane più alcun ostaggio» ha affermato in un comunicato l’Organizzazione per il soccorso per la Chiesa assira dell’Est. I 43 rilascati oggi erano parte del gruppo di 230 cristiani, tra i quali molti bambini e donne, che erano stati catturati dai miliziani dello Stato islamico in una fulminea offensiva il 23 febbraio del 2015 nella Valle del Khabur, nella provincia nord-orientale siriana di Hassake. Per la loro liberazione erano stati chiesti ingenti riscatti, ma non è stato reso noto se e quanto denaro sia stato consegnato ai jihadisti. Tre degli ostaggi erano stati uccisi dall’Isis lo scorso ottobre e le immagini delle loro esecuzioni erano state diffuse dallo Stato islamico per ribadire la richiesta di pagamento dei riscatti. Secondo alcune fonti, all’inizio la richiesta era di 23 milioni di dollari (centomila per ogni ostaggio), abbassata poi a 12-14 milioni di dollari.

 

Ammassati al confine di Idomeni, fra Grecia e Macedonia, al freddo, in attesa di chissà cosa. Cinquemila migranti sono lì, dopo che le autorità di Skopje hanno deciso ieri di sbarrare l’ingresso agli afghani. Secondo l’agenzia stampa ellenica Ana Mpa, che cita i dati della polizia, 2mila i migranti sono stati provvisoriamente sistemati in un campo di accoglienza a Idomeni, mentre 62 autobus con circa 3mila persone a bordo sono parcheggiati in una stazione di benzina ad una ventina di chilometri dal confine, in attesa del via libera degli agenti per proseguire il viaggio. La Macedonia ha deciso ieri di bloccare l’ingresso degli afghani perché le autorità di Belgrado non permettono più l’ingresso in Serbia di persone con questa nazionalità che cercano di raggiungere il nord Europa lungo la rotta dei Balcani. L’altolà agli afghani, blocca anche gli iracheni e i siriani che hanno perso i documenti nel pericoloso viaggio via mare dalla Turchia alle isole greche e non possono dimostrare la loro nazionalità. La decisione ha fatto infuriare i pezzi grossi della commissione Ue, ma la Macedonia ha giustificato la sua decisione citando una scelta analoga della Serbia che avrebbe chiuso il suo confine agli afgani. Era da novembre che il Paese aveva deciso di filtrare per nazionalità i migranti lasciando passare soltanto afgani, siriani e iracheni. Per quanto autorizzati sinora a varcare la frontiera, però, gli afgani non fanno parte dei gruppi di migranti che possono essere riparti all’interno della Ue (solo siriani, eritrei e iracheni ndr).

Intanto, per mercoledì è previsto uno sgombero, definito umanitario, nella cosiddetta Giungla dei migranti a Calais. Lo ha annunciato il Ministro dell’Interno francese, Bernard Cazeneuve. Venerdì scorso, diverse associazioni e Ong hanno depositato un ricorso al Tar di Lille per rinviare lo sgombero.  Non è bastato nemmeno il volto noto dell’attore britannico Jude Law, arrivato a Calais insieme ad altri artisti britannici, a far cambiare idea alle autorità. «Bisogna trovare una soluzione, in particolare, per questi bambini» ha detto Law . «Dirsi che tanta gente e soprattutto centinaia di bambini non accompagnati vivono in una situazione così spaventosa tanto vicino a Parigi e Londra è scioccante. I due terzi di questo luogo verrà sgomberato e non sappiamo che fine faranno». La prefettura assicura che farà tutto il possibile per evitare il ricorso alla forza.

 

 Il premier David Cameron ha presentato questo pomeriggio al Parlamento britannico i punti chiave dell’intesa raggiunta al vertice Ue della scorsa settimana sulle riforme dell’Unione europea, nella speranza di ottenere sostegno alla sua campagna per la permanenza nella Ue al referendum del 23 giugno. Una campagna che parte in salita, dopo che ieri una delle figure più carismatiche del partito conservatore e possibile successore del premier alla guida dei Tories, il sindaco di Londra Boris Johnson, gli ha voltato le spalle appoggiando la Brexit. «L’ultima cosa che avrei voluto fare è schierarmi contro David Cameron o il Governo. Ma dopo un doloroso conflitto interiore credo di non poter fare altrimenti. Sosterrò la scelta di uscire dalla Ue» ha detto Johnson.

Prima di raggiungere l’intesa di venerdì sera a Bruxelles per dare a Londra uno “statuto speciale” nella Ue, Cameron aveva incassato l’appoggio della maggioranza dei suoi Ministri. Ma dopo l’annuncio dell’accordo sei membri dei Governo, tra cui spicca l’influente Ministro della Giustizia, il falco Michael Gove, hanno annunciato che avrebbero fatto campagna per la Brexit. Johnson, in lizza per succedere a Cameron se questi, come annunciato, si ritirerà nel 2019, ha detto ieri che le riforme di Cameron non cambiano in maniera sostanziale il rapporto di Londra con Bruxelles. Oggi il sindaco di Londra ha scritto in un editoriale sul Daily Telegraph che la “Bremain”, in gergo media la permanenza nella Ue, rappresenterebbe un erosione della democrazia. «Assistiamo a un lento e invisibile processo di colonizzazione legale, in cui la Ue è infiltrata in praticamente tutte le aree della politica pubblica» ha scritto Johnson. «Per questo il no alla Bremain non ha alcuna valenza xenofoba, ma è un’occasione senza precedenti di reimpostare il rapporto con l’Unione, argomenta il sindaco di Londra».

Per Cameron ora è un grosso guaio. Da un lato deve cercare di evitare una spaccatura del suo stesso partito, dall’altro deve convincere gli elettori che quello di Bruxelles è un buon accordo, tale da permettere di continuare a restare nell’Unione. Ma l’annuncio di ieri di Johnson ha esposto la frattura nei Tories tra gli euroscettici, pattuglia minoritaria, ma agguerrita fin dai tempi di Margaret Thatcher, e gli europeisti. Il premier ha lasciato libera scelta ai suoi parlamentari al referendum, ma ha investito un enorme capitale politico nella campagna per il sì all’Europa. Decine di deputati hanno annunciato o lasciato intendere che si schiereranno per il no. Anche il candidato Tory per succedere a Johnson come sindaco di Londra, Zac Goldsmith, si è schierato per la Brexit. Per molti, Johnson spera di sfruttare l’ondata di anti-europeismo per farsi catapultare alla guida del partito. La campagna per il sì alla Ue di Cameron ha ottenuto l’endorsement fondamentale di una serie di pezzi da 90 del partito, dal segretario agli Interni Theresa May a quello degli Esteri Philip Hammond a quello della Difesa Michael Fallon.

Ma ha anche il sostegno della City di Londra, il cuore finanziario d’Europa, e del principale partito d’opposizione, il Labour. I capi di circa la metà delle 100 più grandi aziende britanniche, tra cui Shell, Rio Tinto e BT si preparano a firmare un appello pubblico in favore della Bremain. Secondo un sondaggio Survation/Mail on Sunday pubblicato ieri, il 48% dei britannici vuole restare nella Ue, il 33% vuole uscirne e il 19% è ancora indeciso.

 

Hanno votato in 6,5 milioni ieri i boliviani, che hanno dovuto decidere sulla riforma costituzionale che darebbe a Morales la possibilità di ripresentarsi nel 2019. I risultati non sono ancora ufficiali, ma secondo le percentuali, il 52,3% avrebbe votato No e il 47,7% avrebbe scelto il Sì. In attesa di numeri più definitivi, comunque, il partito del presidente, in carica dal 2006, ha sminuito le previsioni disfattiste, mentre gli oppositori già festeggiano. Ma secondo i capi dello staff elettorale di Morale, i dati potrebbero capovolgersi con l’arrivo dei risultati dalle zone rurali del Paese e con i voti dei boliviani all’estero.

 

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