martedì, Settembre 21

Siria, 50 militari USA al fianco dei ribelli Colpito il Camp Hurriya. La Turchia si prepara al voto di domenica

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La guerra siriana ha pesanti ripercussioni anche in Iraq, soprattutto da quando Russia e Usa hanno avviato una collaborazione con il governo di Baghdad per combattere l’Isis. Ieri notte, infatti, è stata attaccata l’ex base militare americana che ora ospita 2.200 membri dell’opposizione iraniana, noto come Camp Liberty, o Camp Hurriya. Secondo quanto hanno reso noto i Mujahedin del popolo dell’Iran, 23 militanti sono rimasti uccisi insieme a tre poliziotti iracheni nel lancio di circa 80 missili contro il campo, che si trova nei pressi dell’aeroporto della capitale. Non è il primo attacco al contro Camp Liberty, lasciato dalle truppe americane nel 2011. Già nel febbraio e nel dicembre del 2013 era stato obiettivo di lancio di missili. Per ora, comunque, non vi sono state rivendicazioni dell’attacco. «Ci stiamo consultando con il governo iracheno per capire la completa entità di questo attacco immotivato», ha detto John Kerry. Il segretario di Stato americano ha, quindi, esortato il governo iracheno a fornire maggiore protezione al campo e di individuare e punire i responsabili del lancio di decine di missili «Con il maggiore coinvolgimento iraniano in Iraq la situazione della sicurezza a Camp Liberty diventa sempre più rischiosa» ha commentato Ed Royce, presidente della commissione Affari Esteri della Camera. «Il governo iracheno si è impegnato a proteggere gli abitanti del campo. Gli Stati Uniti e la comunità internazionale devono ricordare a Baghdad questo impegno». Secondo l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, nell’attacco al campo, che si trova vicino all’aeroporto internazionale di Baghdad, sono state uccise oltre 20 persone e decine sono state ferite. Kerry ha incoraggiato più Paesi a rispondere a questa urgente situazione umanitaria accogliendo i residenti del campo e contribuendo al fondo istituito dall’Onu per sostenere la loro ricollocazione. Anche il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha condannato l’attacco condotto a Camp Hurriya. In una nota, Ban ha lanciato un appello al governo iracheno ad indagare tempestivamente sull’accaduto per consegnare i responsabili alla giustizia. «Non ci può essere impunità per tali attacchi», ha detto il segretario generale.

Mancano poche ore al tanto atteso voto turco. Domenica, infatti, si apriranno le urne per la seconda tornata elettorale in 5 mesi che vedrà protagonisti 55 milioni di persone. E comincia anche l’apnea di Recep Tayyp Erdogan, che aspetterà con preoccupazione il risultato. Il timore è che anche questa volta il suo partito, l’Akp, non raggiunga la maggioranza assoluta, proprio come accaduto per la prima volta alle elezioni del 7 giugno. L’instabilità politica scaturita dal mancato raggiungimento del numero di seggi e il mancato accordo per la creazione di una coalizione, ha di fatto reso necessario anticipare il voto. L’obiettivo dell’Akp è di ottenere almeno 367 seggi, cioè la maggioranza qualificata a cambiare la Costituzione. Erdogan, infatti, vuole creare un presidenzialismo esecutivo per avere il controllo assoluto del Paese, ma per riuscirci deve sconfiggere gli altri partiti che alle scorse elezioni sono entrate nel Meclis (la Grande assemblea nazionale, ndr), il socialdemocratico Chp, il nazionalista Mhp e soprattutto il partito filo-curdo Hdp. Il clima in Turchia è molto teso ultimamente e lo è ancora di più in queste ore in cui si continua a fare campagna elettorale sotto banco, tra inchieste giudiziarie, arresti, condanne e attentati. L’esito è incerto, ma l’Europa e il Medio Oriente sono alla finestra, per capire cosa ne sarà del Paese, da sempre in bilico tra oriente e occidente.

Ancora una tragedia tra le onde del mare. Nelle acque scure e gelide della Grecia sono annegati 22 migranti mentre erano a bordo di due barconi che stavano cercando di raggiungere, nonostante il maltempo, le coste delle isole dell’EgeoTra le vittime vi sono 13 bambini, mentre 144 persone sono state tratte in salvo. Queste nuove tragedie si aggiungono ai naufragi avvenuti ieri al largo di Lesbo e Samos che hanno provocato la morte di almeno 17 morti, tra i quali 11 bambini. «Mi vergogno come membro della leadership europea per l’incapacità dell’Europa di affrontare questo dramma umano e per il livello del dibattito ai più alti livelli, dove si gioca allo scaricabarile» ha detto oggi il primo ministro greco Alexis Tsipras intervenendo in Parlamento sulla crisi dei migranti. Il premier greco ha attaccato ancora per le ipocrite lacrime di coccodrillo versate per i bambini morti sulle spiagge dell’Egeo. «I bambini morti sempre provocano dolore, ma quando invece i bambini sono vivi e arrivano in migliaia e sono ammassati nelle nostre strade? Non piacciono a nessuno». Tsipras si è detto molto rattristato dalla mancanza di un’azione coesa nell’affrontare la crisi. Intanto dieci Stati membri dell’Ue non hanno ancora offerto accoglienza per i 160mila profughi da ricollocare. Gli Stati europei che partecipano al sistema di redistribuzione dei richiedenti asilo da Italia e Grecia hanno finora messo a disposizione 1.375 posti per accoglierli, meno d un decimo dei 160mila previsti dallo schema, di cui 39.600 dall’Italia e 66.400 dalla Grecia, con i rimanenti 54mila ancora da assegnare. Finora i Paesi più attivi nell’accoglienza dei profughi sono stati la Svezia, con 300 posti offerti sui 3.728 concordati, la Romania (300 su 4.180), la Finlandia (200 su 2.030) e Malta, che con 131 posti pronti ha già interamente fatto la sua parte. Hanno iniziato a reperire i posti anche Portogallo (130 su 2.951), Lussemburgo (90 su 557), Spagna (50 su 9.323), Francia (40 su 19.714), Bulgaria (40 su n1.302) e Germania (10 su 27.536). Ancora nessuna offerta da Austria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Paesi Bassi, Polonia, Slovacchia e Slovenia. Dall’Italia sono partiti finora 86 profughi sui 39.600 previsti, di cui 38 verso la Svezia e 40 verso la Finlandia, mentre ancora non è stato trasferito nessuno dalla Grecia.

 

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