giovedì, Giugno 24

Sionismo e takfirismo: facce della stessa medaglia?

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Il medio Oriente, culla della civiltà, luogo di nascita delle tre religioni monoteiste, è diventato  nell’ultimo decennio un incubo di estremismo e fascismo religioso. Ma se l’opinione pubblica si è abituata ad associare il radicalismo all’Islam, al punto che la collettività in senso esteso ha cominciato a considerare la fede islamica come espressione per eccellenza del fascismo religioso, tale considerazione non tiene conto dell’ascesa di un altro trend radicale ugualmente pericoloso: il sionismo.

«Per quanto impopolare e politicamente scorretta sia l’idea, il sionismo rimane una realtà su cui la comunità internazionale non può permettersi di chiudere un occhio, soprattutto perché è un’ideologia che comporta e afferma l’annientamento di un popolo intero: quello musulmano. (…) Non è un problema limitato alla Palestina. L’assorbimento della Palestina da parte dei sionisti è solo il primo passo verso l’ascesa della Grande Israele», ha commentato in esclusiva per L’Indro il rabbino Meir Hirsh della Neturei Karta di Gerusalemme.

E aggiunge: «Criticare Israele è diventato un tabù socio-politico tale che l’opinione pubblica non può vedere la verità. La gente non può più vedere, e tantomeno immaginare, che Israele è diventata tanto radicale, intollerante ed estrema quanto gli islamisti. Vorrei anzi dire che l’ISIS ha caratteristiche sioniste, non solo nell’ideologia, ma nella politica stessa, anche se dichiara di voler distruggere Israele».

Per quanto fantasmagorica, l’idea che l’ISIS e il sionismo condividano non solo valori comuni, ma ideologie identiche, è stata un tema ricorrente negli ultimi tempi. Uniti nella loro intolleranza e nell’esclusivismo religioso, entrambi i movimenti (secondo esperti quali Israel Shahak o il Professor Michel Chossudovsky) hanno più cose in comune di quanto il mondo si renda conto.

Alcuni si sono spinti a teorizzare che l’ISIS non sia altro che una creazione del sionismo programmata a servire i suoi interessi egemonici nel Levante, ovvero la nascita sul territorio di una nuova realtà politica e istituzionale: la Grande Israele.

In un’intervista a Press TV lo scorso agosto, l’autore americano James Henry Fetzer ha dichiarato che l’azione terroristica dell’ISIS è «Un’operazione occidentale volta a creare la Grande Israele».

Grande Israele, il sogno sionista

Per usare le parole di Theodore Herzl, padre fondatore del movimento politico-religioso sionista, «L’area dello Stato ebraico si estende dal fiume d’Egitto fino all’Eufrate». Il rabbino Fischmann, altro fervente leader sionista e membro della Jewish Agency for Palestine, ha dichiarato le stesse cose nella sua testimonianza del 9 luglio 1947 davanti al Comitato speciale per le indagini delle Nazioni Unite: «La terra promessa si estende dal fiume d’Egitto su fino all’Eufrate; include parti della Siria e del Libano».

Fin dal suo emergere in Europa nel XIX secolo, i sostenitori del movimento hanno ambito e fatto pressione per ricreare quel che consideravano una loro eredità politica e religiosa, il loro diritto di nascita: il ristabilimento di uno Stato ebraico, esclusivo per il popolo d’Israele, entro il territorio designato come “terra promessa” nelle Scritture.

L’appropriazione (indebita, come sostengono alcuni) della Palestina da parte di Israele non è mai stata lo scopo finale del sionismo, ma piuttosto il fondamento di un impero ebraico.

Come spiega Ali Hammoud, analista politico libanese per Al-EtejahTV: «Il sionismo opera sulla base di due premesse: la prima è che, per poter sopravvivere, Israele deve diventare una potenza imperiale nella regione; la seconda è che Israele deve attuare la suddivisione dell’area in stati più piccoli e controllabili attraverso la dissoluzione degli Stati arabi esistenti».

E aggiunge: «L’ideologia stessa del sionismo si basa sull’istituzionalizzazione del settarismo, per cui le nazioni esisteranno entro delimitazioni religiose specifiche, per salvaguardare la supremazia politica d’Israele».

Livia Rokach, nel suo saggio ‘Israel’s Sacred Terrorism’ del 1980, ha documentato l’idea che la Grande Israele possa essere costruita solo sulle rovine del mondo arabo-islamico, descrivendo nel dettaglio come, negli anni ’50, i sionisti progettassero di usare il Libano come epicentro della divisione. Piuttosto che una teoria della cospirazione, la Rokach basa le sue argomentazioni sulle memorie di Moshe Sharett, ex primo Ministro d’Israele, esponendo non le sue convinzioni personali, bensì il manifesto politico di uno dei padri fondatori d’Israele.

Secondo Hammoud, l’atteggiamento di Israele verso il Libano e il popolo palestinese testimonia dei piani sionisti. «La massiccia invasione del Libano nel 1978 e la successiva erosione della sovranità territoriale libanese nel 1982 ricadono perfettamente nel piano israeliano per frammentare e indebolire il Paese esacerbando al contempo i sentimenti settari».

E sottolinea, in un commento esclusivo per L’Indro: «Per quanto riguarda il problema palestinese, Israele ha operato sistematicamente per sradicare e negare l’identità nazionale dei palestinesi, puntando a ripulire lentamente la terra che concepisce come propria».

Javad Arab Shirazi, analista politico iraniano, ritiene che il tentativo israeliano dell’82 di frammentare non solo il Libano, ma in qualche misura anche Siria e Giordania, sia servito come trampolino della politica divisionista sionista nel medio Oriente. «Le affermazioni con cui Israele sostiene di desiderare lo stabilirsi di Stati arabi forti e indipendenti (Libano, Siria e Giordania) ai suoi confini sono risibili. Israele desidera governi limitrofi che sanzionino la sua politica espansionista».

Aggiunge: «Quello che i sionisti vogliono, quello che stanno progettando, non è un mondo arabo, bensì un mondo di frammenti arabi pronti a soccombere all’egemonia israeliana. Israele vuole che l’intera regione s’inchini al suo volere politico, le sue mire non sono certo democratiche. (…) Tutto ciò che è Israele è l’esatto opposto della democrazia».

Facce della stessa medaglia

Se uno può fare pace con l’idea che Israele intenda affermare la propria legittimità territoriale su una regione ben più ampia della sola Palestina, per riconquistare la gloria dei tempi biblici, dove si incasella il takfirismo, l’ideologia messianica espressa dall’ISIS?

Il takfirismo (da takfiri, parola araba per indicare un musulmano che accusa un altro di apostasia) è un’ideologia vecchia di secoli ritornata in vita nel mondo islamico nel 1967, dopo la vittoria d’Israele in Egitto. Il takfirismo è definito dalla convinzione che i musulmani debbano purificare la propria fede per tornare ad essere degni dell’Islam puro, così come prescritto e praticato durante il primo califfato.

Gruppi radicali quali Al-Qaida e l’ISIS aderiscono a questa filosofia.

Per loro stessa ammissione, i militanti dell’ISIS giurano di non aver pace finché Israele non sarà sconfitta e la Palestina ripristinata con i suoi diritti sovrani.

Franklin Lamb, ex avvocato assistente dello US House Judiciary Committe presso il Congresso americano e professore di legge internazionale al Northwestern College of Law in Oregon, ha scritto in un reportage per Media with Conscience che, nell’estate del 2013, l’ISIS ha creato un’unità speciale dedicata all’annientamento d’Israele e alla riconquista della Palestina. «La “Al Quds Unit” dell’ISIS sta lavorando all’espansione della propria influenza in più di 60 campi palestinesi, da Gaza, attraverso la Palestina occupata, alla Giordania, al Libano su fino al Nord della Siria, alla ricerca di supporto mentre si prepara a liberare la Palestina», ha scritto Lamb.

Tenendo presente che Abu Bakr al-Baghdadi, leader dell’ISIS, ha enfaticamente dichiarato più volte il suo odio e il suo risentimento nei confronti d’Israele, come si può paragonare il sionismo al takfirismo, soprattutto considerato che i due movimenti sembrano essere intrinsecamente e fondamentalmente opposti e in negazione l’uno dell’altro?

In fondo, come ripetono i media, la più caratteristica espressione del fondamentalismo islamico è il suo antisemitismo.

Eppure molti esperti, analisti e studiosi sostengono che il takfirismo non sia altro che l’espressione della volontà sionista, uno strumento in mano a Israele per portare alla rovina il tessuto socio-religioso del medio Oriente.

«Israele ha passato l’ultimo decennio a progettare la caduta del mondo arabo-islamico, rafforzando la credenza che l’Islam sia un male da distruggere, equiparando sistematicamente i musulmani ai fondamentalisti. Se ne vedono i risultati nell’affermarsi del sentimento anti-islamico in Europa e Stati Uniti: i musulmani non si sono mai sentiti tanto alienati e disprezzati come nell’ultima decade. Chi se ne avvantaggia? Israele», ha detto Hammoud a L’Indro.

E ha aggiunto: «Quante volte i reporter in Siria e Iraq hanno accusato Israele, prove alla mano, di supportare l’ISIS? Eppure il pubblico si è rifiutato di fare due più due, scartando certe ipotesi come teorie della cospirazione. (…) Se la sola motivazione dell’ISIS è, come dichiara, distruggere Israele, perché i suoi militanti hanno preso di mira i musulmani e le minoranze religiose nella regione? Dov’era l’ISIS la scorsa estate, mentre Gaza bruciava? Al-Baghdadi ha diretto i suoi uomini verso Israele? No. L’ISIS ha provato a penetrare in Israele dalle colline del Golan in cui si è insediato? No. Perché? Perché il solo obiettivo dell’ISIS è di ritagliare una zona cuscinetto intorno a Israele».

Il nuovo medio Oriente

Yuram Weiler, un critico politico con un profondo interesse per i movimenti fondamentalisti, sostiene che il modo stesso in cui l’ISIS ha espanso i territori controllati è sospetto. «Se guardiamo una mappa del medio Oriente, è ovvio che i militanti dell’ISIS controllano esattamente l’area in cui i sionisti immaginano la Grande Israele. Dobbiamo credere che le campagne dell’ISIS in Iraq e Siria, e la sua spinta verso l’Egitto e la Giordania, siano solo una coincidenza?», ha dichiarato a L’Indro.

Abdullai Rauf, analista politico per IslamOnline, ha sottolineato come gli attacchi dell’ISIS all’Iraq siano perfettamente in linea con il piano Yinon, un piano strategico israeliano studiato per assicurare la superiorità regionale d’Israele tramite la balcanizzazione di tutti gli Stati confinanti.

Spiega Rauf: «Bisogna guardare all’invasione dell’Iraq da parte dei militanti dell’ISIS nel contesto della teoria della supremazia israeliana. Gli strateghi israeliani hanno sempre guardato all’Iraq come loro più grossa sfida strategica. È per questo che l’Iraq è stato designato pietra fondante della balcanizzazione del medio Oriente e del mondo arabo. Gli strateghi d’Israele hanno chiesto la suddivisione dell’Iraq in tre stati (uno curdo, uno sciita e uno sunnita) molto prima che Washington avesse l’idea».

E aggiunge: «Proprio come Francia e Gran Bretagna si sono spartite l’influenza nel medio Oriente nel 1916 (con l’accordo Sykes-Picot), Israele intende asserire la propria ambizione neoimperialista servendosi del fascismo».

D’accordo con la visione di Rauf, Hammoud ha detto a L’Indro che, se si vuole seriamente sradicare il fondamentalismo dal medio Oriente, la comunità interazionale deve guardare a Israele, poiché è lì che si trova la fonte del takfirismo.

Parlando dei tratti in comune tra takfirismo e sionismo, il rabbino Hirsh ha sottolineato come i due movimenti siano identici anche nella violenza: «Se l’ISIS si è dimostrato rivoltante, con le sue uccisioni di civili innocenti e il suo gusto per le macabre esecuzioni pubbliche, lo stesso si può dire di Israele. Non fu forse Ariel Sharon, allora ministro della Difesa israeliana, ad ordinare i massacri di Sabra e Shatila, in cui vennero uccisi migliaia di civili palestinesi? Non è stata di nuovo Israele a prendere di mira, la scorsa estate, bambini disarmati su una spiaggia di Gaza; e non è Israele a giustificare l’uccisione di donne e bambini nel nome della propria sopravvivenza?».

 

Traduzione di Elena Gallina

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