martedì, Aprile 13

Sinodo sulla famiglia: tra secondini e misericordia

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Ogni volta che leggo o ascolto il cardinale Camillo Ruini, accade di rado e per caso, mi viene in mente quella volta che un mio collega si era messo a parlare un gergo talmente tecnico da farmi venire il mal di testa. Riavutomi, l’avevo pregato di girarsi verso la strada e guardare solo per cinque minuti le persone che passavano. C’era di tutto, uomini d’affari, massaie, scolaresche, nullafacenti, mendicanti, ambulanti e umanità varia. Pure qualche religioso.
Finita la breve osservazione, il collega mi aveva chiesto il motivo della mia richiesta. “Vedi”, gli avevo risposto, “quella che guardavi prima si chiama ‘realtà’, che mi sembra abbia poco a che fare con le cose che dicevi prima”.
Parole che potrei rivolgere al Cardinale, senza cambiare neppure una virgola, ma non mi permetto di provarci, sarebbe inutile. Lui appartiene a quegli intellettuali trasversali, anzi, universali, che vorrebbero fare precipitare la realtà nelle proprie categorie, le stesse da millenni, come quei cassettini belli ordinati, dove le nonne conservavano la biancheria. Costoro vivono la perenne tentazione di mettere Dio «in un barattolo di vetro, come fosse una lucciola, felici di possederlo e di mostralo a tutti come il proprio tesoro», come ho avuto modo di scrivere. Ricordano i bambini che esibivano con orgoglio l’introvabile figurina di Pierluigi Pizzaballa.

Ci prova, il Cardinale, a fare la faccia buona, non quella mostrata a Giorgio Welby, cui negò crudelmente i funerali religiosi, ma quella esibita in mondovisione per quelli concessi e celebrati a Luciano Pavarotti, divorziato risposato. La scorsa settimana mi trovavo a Modena, tenevo una conferenza presso la splendida biblioteca dedicata ad Antonio Delfini, proprio accanto al teatro comunale intitolato, meritoriamente, al grande tenore, e per associazione mi sono ricordato del Cardinale, che mostrava i muscoli alle spoglie martoriate del poeta e pittore, mentre accoglieva amorevolmente quelle della star. Da allora io e i miei familiari, nonché molti amici, non andiamo più a messa. Una semplice questione di prudenza, non vorremmo rischiare di finire in Paradiso, compagni per l’eternità del Cardinale, in fondo a noi il caldo piace e preferiamo quello alla sua compagnia.

Nelle ore che precedono l’apertura del Sinodo sulla famiglia, che comincia domenica prossima, 4 ottobre, egli, conciliante, si è premurato di ricordare che «La Chiesa vive di voci eterogenee», ma poi si è scappato di mano, ribadendo che il matrimonio e indissolubile e non bisogna concedere la comunione ai divorziati risposati.
Inutile fare il Sinodo, la sentenza è già stata scritta da Sua Eminenza. Un uomo di cultura, cattolico, di cui sinceramente non ricordo il nome, mi aveva folgorato con una battuta: “Se il cardinale Camillo Ruini dice A io faccio B. In genere mi trovo benissimo”. Ecco, parole sagge, omosessuali, divorziati e uomini liberi ringraziano.

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