martedì, Aprile 13

Sinodo: gli aspri sentieri della profezia

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Qualche tempo fa sono stato richiesto come relatore per una manifestazione teologica. Il tema, trattato in maniera multidisciplinare, era vicino alla mia sensibilità, così avevo accettato con piacere. Oltre ad alcuni teologi ed al sottoscritto, partecipavano l’ex Preside di una facoltà universitaria piemontese e la docente di un ateneo milanese. Tutti insieme avremmo declinato il l’argomento secondo filoni teologici, psicologici, sociologici, pedagogici.
La platea, che per tre giorni avrebbe riempito la cattedrale, aveva apprezzava il taglio multidisciplinare. Una scelta intelligente degli organizzatori, quella di misurarsi senza diffidenze con rappresentanti di altri rami del sapere, forse l’unico modo per non cadere in quell’abuso di soggettività che chiude le porte e impedisce la vicinanza.
Proprio perché incoraggiato dal clima di apertura, durante il dibattito che era seguito al mio intervento avevo fatto un accenno alla natura profetica della Chiesa. Si dice che un soggetto oppure un’istituzione sono profetici se possiedono l’attitudine adarrivano prima’, ad anticipare gli orientamenti del mondo, poiché solo così possono misurarsi con i relativi effetti e magari metterli sotto governo.

Mi ero permesso di sottolineare il concetto affermando che una chiesa non profetica è semplicemente inutile. Dal vescovo, che presiedeva la sessione, al pubblico, quell’affermazione era apparsa del tutto naturale, anzi, era stata accolta con una palese manifestazione di consenso. Tuttavia, se dovessimo scegliere un gruppo di candidati cui attribuire il predetto connotato, la Chiesa cattolica, almeno per quanto mi riguarda, troverebbe qualche difficoltà a farne parte.

Al capitolo 12 del suo vangelo, Luca riferisce: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo?». Come sempre il Nazareno è chiaro e inequivocabile nell’andare al cuore delle questioni, in questo caso non mi pare ci sia molto da girare in tondo. Il concetto, almeno se non cerchiamo complicazioni, peraltro inutili da reperire nella circostanza, non offre soverchi margini di interpretazione. Pare di capire che alla folla assiepata ad ascoltarlo, il Cristo stesse suggerendo quasi l’obbligo di prestare attenzione ai sintomi che ogni tempo manifesta, condizione necessaria per potere ‘esserci’ consapevolmente.

Una preoccupazione comprensibile. Se una religione come il cristianesimo vuole mantenere la sua indispensabile naturatransculturale’, che significa essere una religione ‘per sempre’ e non per un tempo specifico, non può trascurare ciò che le succede intorno né restarne ai margini, giacché una religione ferma è una religione morta. Essere «nel mondo ma non del mondo», rispecchia proprio la necessità di respirare la stessa aria degli altri esseri viventi, ma nello stesso di apportare contributi originali che permettono di fare nuove le cose o di «guardare le patate dalla parte delle radici» (il copyright è una paziente austriaca).
Naturalmente nessuno può chiedere ad una religione di rinunciare ai propri lineamenti dottrinali e nemmeno alle conseguenze che questi generano. Si può capire, ad esempio, che la Chiesa non voglia transigere sull’aborto, un tema sul quale anche i laici più intransigenti dovrebbero porsi più di una domanda, considerato che negli incastri di ideologismi e integralismi, di irragionevoli muri contro muri, si sono perduti eserciti di bambini innocenti.
Un gioco delle parti rigido, che mai è stato capace per davvero di rendere protagonista l’unico soggetto portatore di diritti insieme alle donne, il bambino. Che un aborto effettuato in condizioni di sicurezza per una donna sia molto meglio di un aborto praticato in un sottoscala non ci piove, ma dal punto di vista del bambino direi che cambia assai poco.

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