lunedì, Ottobre 18

Sinistra italiana, la strada smarrita

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‘Grande è il disordine sotto il cielo ma la situazione non è eccellente’. Questa piccola ma decisiva variazione della massima del Grande timoniere ben si addice per descrivere lo stato caotico e frammentato, ormai quasi cronico, in cui versa la sinistra italiana nel suo complesso. Ironia a parte, non è certo una novità che nella storia delle sinistre nostrane e mondiali siano spesso prevalsi personalismi, scissioni,  settarismi e via dicendo. E anche vero però che la presenza di grandi partiti socialisti, socialdemocratici e comunisti ha fatto per molto tempo da argine a questa deriva, restando spesso per tanti quelle forze politiche un punto di riferimento, malgrado non si condividessero sempre i loro programmi. In Italia, con la presenza del Pci (Partito comunista italiano), è stato così per decenni. La sua scomparsa, con la conseguente fondazione di forze politiche nuove, il Pds (Partito democratico della sinistra), poi i Ds (Democratici di sinistra) e infine il Pd (Partito democratico), sempre più distanti da quelle radici, e la contemporanea nascita del Prc (Partito della Rifondazione comunista), la quale in mezzo a mille contraddizione cercò di tenere viva quell’esperienza politica, hanno aperto la strada ad una storia piena di litigi e divisioni che dura ancora oggi.

 

Prodi bis, il Pd e la sconfitta della sinistra radicale

Lasciandoci alle spalle Occhetto e Cossutta e il cruciale 1991, e prima di arrivare al quadro attuale, abbiamo individuato nel 2008 un altro anno di svolta nella storia delle forze progressiste italiane. Sette anni fa circa cadeva infatti l’ultimo governo di centro-sinistra presieduto da Romano Prodi. Si reggeva al Senato su pochissimi voti e con il sostegno dei senatori a vita sulla base di una coalizione che definire eterogenea era un eufemismo, composta come fu da persone come Clemente Mastella dell’Udeur (Unione democratici per l’Europa) da un lato e Paolo Ferrero di Rifondazione comunista dall’altro. La nascita del Pd avvenuta il 14 ottobre del 2007 da parte di Walter Veltroni mise l’acceleratore alla caduta di quell’esecutivo. Basato sull’interclassismo e sull’autosufficienza, il Pd sbarrò la strada ad ogni alleanza alla propria sinistra. La quale, uscita distrutta dall’ultima devastante esperienza di governo, riuscì a mettere insieme con fatica le sigle presenti allora, Rifondazione comunista di Franco Giordano, il Pdci (Partito dei comunisti italiani) di Oliviero Diliberto, Socialismo 2000 di Cesare Salvi e Sinistra democratica di Fabio Mussi. Il risultato nelle elezioni del 2008 fu catastrofico e non poteva essere altrimenti. Il Pd di Veltroni, dopo aver fatto credere che la sconfitta di Berlusconi fosse dietro l’angolo, fece sì il pieno di voti dell’elettorato progressista, ma, pur ottenendo oltre il 34% dei consensi nelle elezioni di aprile, non sconfisse il Cavaliere e fece inoltre, complice ovviamente lo scarso appeal della lista La Sinistra, L’Arcobaleno, terra bruciata a gauche, con il cartello elettorale appena citato che andò poco oltre il 3% dei consensi senza raggiungere dunque il quorum per arrivare in Parlamento. Nello stesso anno, alla fine di luglio, Rifondazione comunista organizzava il suo VII congresso. Nichi Vendola, già Presidente della regione Puglia dal 2005, con la propria mozione ‘manifesto per la Rifondazione’ sembrava avere le carte in regola per vincere la battaglia contro il resto del partito. Ma le altre quattro mozioni, malgrado le differenze, si allearono e vinsero il congresso proponendo come segretario l’ex ministro del Governo Prodi Paolo Ferrero.

 

La nascita di Sel

Per Vendola era l’anticamera dell’ennesima scissione dentro il Prc. Non usciva subito dal partito ma l’inevitabile successe il 21 gennaio del 2009. Atto al quale seguirà la nascita in occasione delle Elezioni Europee della lista Sinistra e libertà, che diventerà poi nel dicembre dello stesso anno Sel (Sinistra, ecologia e libertà). La scissione è stata pagata in occasione del voto europeo del 2009 a caro prezzo dalle due forze politiche, Sel da un alto e la neonata Fds (Federazione della Sinistra) dall’altro, al cui interno trovavano posto il Prc, il Pdci, Socialismo 2000 e Consumatori uniti, nuovo tentativo di mettere insieme le forze di sinistra in dissenso questa volta con il governatore della Puglia senza però la componente trotskista di Ferrando e del suo Pcl (Partito comunista dei lavoratori), usciti dal Prc già nel 2006. Insieme le due liste raddoppiarono i consensi rispetto al catastrofico risultato delle precedenti politiche, ma entrambe, in virtù di un assurdo sbarramento al 4% imposto per accedere all’assemblea di Strasburgo, restarono ancora una volta senza deputati. Fuori dalle istituzioni parlamentari, sia nazionali che europee, Sel e il Prc, divisi sostanzialmente sul nodo del rapporto con il centro-sinistra, vissero una situazione di sofferenza. Se però l’esperienza della Fds si rivelò via via sempre più fallimentare, senza possibilità di decollare e con il paradosso di scissioni avvenute all’interno delle forze politiche che la componevano a vantaggio di altre, Sel invece si fece forte del successo personale di Vendola che vinse in Puglia anche le elezioni del 2010 sfidando e battendo il Pd e D’Alema che lo avevano invitato a rinunciare. Di fatto il partito del governatore si identificò sempre più con il proprio leader. Da questa impostazione nacquero le ‘fabbriche di Nichi’, luoghi di aggregazione e di riflessione, che però, dopo un primo successo iniziale e non riuscendo più di tanto a travalicare i confini regionali, si esaurirono lentamente. Nel giugno 2011 due nuovi eventi avevano ridato fiato alla sinistra d’alternativa. La vittoria del referendum che di fatto obbligava gli enti locali ad una gestione pubblica dell’acqua, ottenuta grazie ad un enorme sforzo dei comitati referendari dove sia Sel che Rifondazione avevano giocato un ruolo importante nella raccolta delle firme. E la vittoria a Milano, Genova,  Cagliari e Napoli di sindaci indipendenti tutti collocati a sinistra del Pd, molto legati a Sel, nel caso di Pisapia, Doria e Zedda, e maggiormente a Rifondazione per quanto riguardava De Magistris, che godeva comunque di una sua autonomia e di una sua lista e che non venne sostenuto dal partito di Vendola. Ma anche in questo caso, complice l’assenza di una risposta istituzionale all’esito del referendum, l’unità non venne ritrovata.

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