sabato, novembre 17

Singapore: USA e Nord-Corea trattano… e gli altri stanno a guardare Mentre si avvicina il vertice bilaterale tra Washington e Pyongyang, le Potenze dell'area osservano

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Il vertice di Singapore si avvicina e l’occasione è storica: per la prima volta, un Presidente degli Stati Uniti d’America, in questo caso Donald Trump, incontrerà un Presidente della Repubblica Popolare Democratica di Corea, ovvero Kim Jong-un.

I due Presidenti sono già a Singapore e le relative diplomazie sono già a lavoro per trovare un accordo certamente non facile. Nonostante l’ottimismo ostentato dai due protagonisti, non mancano le criticità per una trattativa che mette sul tavolo aspettative e necessità differenti, tanto più che al vertice si è arrivati dopo uno dei periodi di massima tensione tra i due Paesi. Durante gli ultimi mesi del 2017, il livello di violenza verbale espressa dai due protagonisti, attraverso i propri organi ufficiali di stampa o attraverso i social network, aveva raggiunto livelli inediti, con Trump che accusava Kim di essere un folle suicida e minacciava di radere al suolo l’intero Paese e Kim, dall’altra parte, che ironizzava su Trump descrivendolo come un vecchio demente; l’apice dello scontro verbale si è raggiunto quando, con malcelata metafora sessuale, Trump ha fatto un paragone tra i ‘bottoni rossi’ (quelli per l’utilizzo dell’arsenale nucleare) affermando che il suo era molto più grande di quello del dittatore asiatico e, per di più, perfettamente funzionante.

Dopodiché, nel giro di poco tempo, si è passati dai toni grotteschi della commedia dell’arte a quelli formali e cordiali della diplomazia. Anche grazie alla diplomazia olimpica, durante i Giochi Invernali svoltisi in Corea del Sud, si è dato il via ad una fase di disgelo che, dopo incontri preliminari tra gli uomini dei due Presidenti, ha portato a questo storico incontro.

Sembrerebbe già di per sé una grande vittoria, ma le cose, in realtà, sono molto più complesse. Nelle dichiarazioni ufficiali, al fianco del Presidente di Singapore, Lee Hsien Loong, i protagonisti parlano di “pace durevole”, di “eccitazione nell’aria”, dell’inizio di una “nuova era”. Tutti sanno, però, che le trattative saranno tutt’altro che semplici, che le questioni sul tavolo sono complesse e gli interessi delle parti non del tutto coincidenti.

Se da parte nord-coreana, per ora, sembra prevalere un atteggiamento ottimista, da parte statunitense resta comunque un atteggiamento cauto: il Presidente Trump, infatti, ha comunicato, tramite i propri adorati social network, che “i coreani hanno un’unica opportunità” e che per lui “sarà sufficiente un minuto per capire se fanno sul serio”. Sembra, dunque, che il Presidente USA non voglia abbandonare quel tono aggressivo, tutto all’attacco, che ne ha caratterizzato la storia politica. D’altra parte, il Segretario di Stato USA, Mike Pompeo, nel parlare della determinazione di Washington ad ottenere una denuclearizzazione totale, definitiva e verificabile della Penisola Coreana, mette le mani avanti per un’eventuale marcia indietro, dato che, secondo l’esperto di non-proliferazione nucleare Jeffrey Lewis (James Martin Center for Nonproliferation Studies), “è apparso evidente sin dall’inizio che Pyongyang non ha intenzione di abbandonare il suo arsenale nucleare”.

Seppure si riuscisse a trovare un accordo, la denuclearizzazione, d’altronde, sarà un processo lungo e, soprattutto, difficile da verificare. Tanto per cominciare, non è chiaro di quante testate e di quanti siti disponga Pyongyang: lo smantellamento del sito di Punggyee-ri non garantisce infatti che non esistano altri luoghi adibiti a tale compito (si parla, ad esempio, di un sito che potrebbe essere in attività a Yongbyon). Inoltre, c’è la questione delle presunte armi chimiche e batteriologiche che di cui, secondo alcune fonti, i nord-coreani sarebbero a disposizione (e che rimandano all’omicidio di Kim Jong-nam, fratellastro del Presidente Kim Jong-un, nel 2017 a Kuala Lumpur). In ogni caso, secondo gli esperti, una eventuale denuclearizzazione della Penisola Coreana non potrà che passare attraverso un periodo molto lungo (si parla di dieci o quindici anni), per venire incontro alle esigente di tutti gli attori interessati.

Ma quali sono queste esigenze? Quali questi interessi? Quali queste istanze?

Cominciamo dagli USA. L’interesse di Trump per la buona riuscita del vertice potrebbe certamente essere legata all’atteggiamento che la sua Amministrazione ha assunto nel campo della politica estera: il disprezzo per le soluzioni multilaterali e per le Istituzioni che le promuovono (a partire all’ONU per arrivare al G7, dove si è consumato uno strappo senza precedenti tra gli USA ed i propri alleati) rende ancor più necessario un successo sulla questione coreana. Se il vertice di Singapore dovesse andare a buon fine, potrebbe essere la dimostrazione che gli USA possono portare avanti una politica isolazionista, che non hanno alcun bisogno dei loro vecchi alleati o di Istituzioni internazionali che, nell’ottica trumpiana, non fanno che complicare le cose. Se Washington dovesse riuscire ad ottenere effettivamente la denuclearizzazione della Penisola Coreana, potrebbe rivendicare il successo come unicamente proprio e rafforzare la propria posizione ‘anti-multilateralista’. D’altra parte, le dichiarazioni social del Presidente e del Segretario di Stato lasciano aperta la porta ad uno strappo che, se dovesse avvenire, riporterebbe tutto ad uno status quo che non dovrebbe necessariamente dispiacere ad un’Amministrazione che ha fatto dell’approccio duro contro i propri nemici un marchio di fabbrica.

Per quanto riguarda la Corea del Nord, l’obiettivo di Pyongyang è da sempre stato quello di ottenere delle garanzie per la sopravvivenza del regime della famiglia Kim. È chiaro che, per rinunciare al proprio ‘deterrente nucleare’, i nord-coreani vorranno delle garanzie di non intervento da parte degli USA: l’incoerenza dimostrata dall’Amministrazione Trump negli ultimi mesi, con gli USA che si sono ritirati dall’Accordo di Parigi sul clima, dall’Accordo sul nucleare iraniano e, infine, dalla dichiarazione congiunta del G7 canadese, getta sicuramente dei dubbi sul fatto che gli statunitensi siano in gradi di rispettare i patti siglati. A questo punto, è molto probabile che a Pyongyang vorranno delle rassicurazioni molto serie da parte di Washington, per poter fare concessioni significative. Il buon esito del vertice ed un accordo con gli USA, d’altronde, significherebbe, per il Paese, la fine di un isolamento durato più di sessant’anni e, soprattutto, l’inizio di una fase di maggiore autonomia dallo scomodo alleato cinese.

Oltre ai due protagonisti principali, però, la partita in corso riguarda anche altri Paesi dell’area, a cominciare dalla Corea del Sud e dal Giappone, per arrivare a Cina e Russia. Questi Paesi, seppure coinvolti a vario livello nella questione, non partecipano al vertice bilaterale di Singapore, ma stanno a guardare con forte interesse per gli eventuali sviluppi.

La Corea del Sud è l’unico Stato che, in un primo momento, sembrava potesse partecipare al vertice. Fino all’ultimo momento, si pensava che il Presidente Moon Jae-in potesse prendere un aereo per volare a Singapore e partecipare al vertice, il che sarebbe stato anche logico, visto il ruolo giocato da Seul nel riavvicinare Pyongyang e Washington; a quanto pare, però, non sarà così e il Presidente Moon osserverà lo svolgimento del vertice dalla Casa Blu. Ovviamente, i sud-coreani sono quelli che hanno più da guadagnare dal buon esito del vertice. Si tratterebbe, in primo luogo, della fine di una minaccia imminente sui propri confini ma, soprattutto, riaprirebbe la strada a due obiettivi che, da lungo tempo, sono nell’agenda di Seul: la firma di un trattato di pace che superi l’armistizio del 1953 e metta ufficialmente fine alla Guerra di Corea, prima, e la riunificazione dei due Paesi, poi. Questo obiettivo, soprattutto, ha un grande valore economico, oltre che simbolico e politico: la forte economia sud-coreana, infatti crescerebbe moltissimo avendo accesso alle risorse del nord e, soprattutto, ad una manodopera il cui costo sarebbe certo vantaggioso.

Il Giappone, attraversato da una crisi economica e politica duratura, è, tra i Paesi interessati, il più in difficoltà. Nel momento dello scontro più duro tra Pyongyang e Washington, il Governo di Tokyo è stato il più netto nel supportare la politica aggressiva ed intransigente di Trump; con il cambio di rotta da parte di Washington, i giapponesi si sono trovati tutto a un tratto isolati e guardano con una certa preoccupazione agli sviluppi. Oltre alle difficoltà legate al cambio di direzione degli USA sulla questione coreana, poi, i giapponesi sono stati messi in difficoltà dallo strappo di Trump al G7 (organizzazione di cui fa parte anche Tokyo): il Paese, dunque, sembra tagliato fuori dall’evolversi della situazione.

La Cina è il Paese che più ha contribuito, in un primo momento, al mantenimento della via diplomatica. Se, da un lato, a Pechino si guarda con favore al superamento di una crisi che ha danneggiato gli interessi cinesi nell’area, dall’altro, c’ preoccupazione per la piega che potrebbe prendere la trattativa. L’alleanza con Pyongyang, seppur scomoda, garantiva la presenza di uno Stato cuscinetto tra la Repubblica Popolare Cinese e la Corea del Sud, dove sono stanziate truppe statunitensi. L’ipotesi della riunificazione delle due Coree, dunque, piace poco ai cinesi che, in caso di rapido collasso del regime nord-coreano, non vorrebbero ritrovarsi le truppe USA alle porte. La soluzione più apprezzata a Pechino, dunque, sarebbe quella di un allentamento delle sanzioni contro Pyongyang, mantenendo, però, una soluzione con due Stati e, di conseguenza, anche la propria influenza sul nord.

Per finire, c’è la Russia. La posizione di Mosca, fondamentalmente, è molto simile a quella di Pechino. A differenza della Cina, però, la Federazione Russa potrebbe trarre vantaggio da una maggiore apertura della Corea del Nord e potrebbe addirittura sperare di ampliare la propria influenza sul Paese: in quest’ottica, si potrebbe vedere il viaggio che, lo scorso 31 maggio, ha portato il Ministro degli Esteri russo, Sergeij Lavrov, a Pyongyang e che, secondo indiscrezioni, sarebbe un preludio ad un incontro tra Kim ed il Presidente russo, Vladimir Putin.

 

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