martedì, Maggio 18

Singapore: il capitalismo e il mito del libero mercato Come lo stato e il mercato si uniscono per creare un miracolo economico

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Negli ultimi cinquant’anni la Repubblica di Singapore ha vissuto uno dei miracoli economici più profondi e duraturi della storia. La piccola città-stato ha una delle economie di mercato più competitive e innovative del mondo, che ne fanno uno dei centri finanziari, industriali e commerciali più importanti a livello globale. Con un reddito pro capite di circa 56,000 dollari a parità di potere d’acquisto, essa ha ormai superato molti Paesi sviluppati, inclusa la Gran Bretagna, di cui Singapore era stata una colonia. L’‘Economist’ ha definito Singapore «un’economia sviluppata con tassi di crescita da economia in via di sviluppo».

Dopo una contrazione dovuta alla recessione del 2008, Singapore nel 2009 ha visto una crescita del 14.8%, anche se ha poi subito un rallentamento, con il 5.2%  nel 2011, e solo il 1.3% nel 2012. Nel 2013, vi è stata però una ripresa, con il PIL in crescita di circa il 4%.

Singapore viene spesso definita un modello di economia di libero mercato. Secondo l’Indice di libertà economica del 2013, Singapore è la seconda economia più libera del mondo, preceduta solo da Hong Kong. Essa ha anche uno dei governi meno corrotti e più trasparenti del mondo, insieme ai paesi scandinavi e alla Nuova Zelanda. Secondo il Ministero del Commercio e dell’Industria, «Singapore adotta un sistema di libero mercato che permette alle nostre aziende di rispondere velocemente ai segnali di mercato e adattare le loro strategie alle circostanze. Grazie al libero mercato vi è una competizione aperta sia fra le aziende locali che fra quelle internazionali e i loro prodotti. Questo permette alle nostre aziende di rimanere competitive senza doversi isolare dalla competizione esterna. Anche i consumatori beneficiano di prezzi bassi».

L’impressionante successo del modello di capitalismo singaporiano non può, però,  essere attribuito unicamente alla libertà economica che esso offre. Infatti, analizzando in modo più dettagliato la struttura dell’economia di Singapore, si può facilmente osservare che il ruolo dello stato non è affatto marginale. Anzi, esso è stato decisivo nello sviluppo della ‘tigre asiatica’. Per comprendere la simbiosi fra stato ed economia a Singapore, è necessario tornare indietro di qualche decennio, quando Singapore era un paese in profonda crisi.

Fondata nel 1819 dal Britannico Sir Stamford Raffles con il benestare del Sultanato di Johor, Singapore divenne uno dei maggiori porti dell’Impero Britannico, che nel 1824 ne assunse la sovranità. Dopo un’epoca di grande espansione commerciale, il declino della Gran Bretagna come potenza globale destabilizzò anche Singapore. Durante la Seconda Guerra Mondiale, essa fu occupata dalle truppe giapponesi. Dopo il 1945, l’Impero Britannico, sfinito economicamente, decise di ritirarsi da Singapore, a cui nel 1958 concesse l’indipendenza. Nel 1959, il PPA (Partito Popolare d’Azione), guidato da Lee Kuan Yew, vinse le elezioni promettendo ripresa economica e l’entrata di Singapore nella neonata Federazione della Malesia. I leader singaporiani erano convinti che una piccola e indifesa città-stato con un’economia in crisi potesse sopravvivere solo all’interno di uno Stato più grande.

Nel 1963 Singapore fu, in effetti, ammessa nella Malesia, ma fu espulsa solo due anni dopo a causa delle fortissime tensioni etniche e religiose. Infatti, la popolazione singaporiana era costituita da una maggioranza del 75% di cinesi e da minoranze malesi, indiane, europee e tamil. Nella Malesia, invece, i malesi erano la maggioranza e godevano privilegi rispetto ad altre etnie. Inoltre, essi praticano la religione islamica, che ancora oggi è religione di stato in Malesia.

Nel 1965, dunque, Singapore divenne suo malgrado uno stato sovrano. Secondo Kishore Mahbubani, un professore e diplomatico singaporiano, «Quando Singapore divenne indipendente nel 1965, i suoi leader invece di festeggiare piansero. L’idea che una piccola isola-stato di due milioni di abitanti e senza un entroterra potesse sopravvivere in quella che era allora una regione instabile sembrava del tutto assurda».

Ma ciò che allora appariva assurdo è diventato realtà. Sotto la leadership del PPA, che dal 1958 ad oggi non ha mai perso un’elezione, Singapore si è trasformata in una delle economie più dinamiche e sviluppate del mondo. Come spiega Kucik Ali Akkemik, nel 1965 il PIL di Singapore era circa la metà di quello del Giappone e il 14% di quello degli Stati Uniti. Ma fra il 1960 e il 1990 esso crebbe di dieci volte, e nel 2006 aveva già raggiunto l’87% del PIL giapponese e il 70% di quello statunitense. Con una popolazione di solo 4 milioni di abitanti nel 2000, Singapore era il tredicesimo paese per volume di esportazioni, e il suo reddito pro capite a parità di potere d’acquisto superava quello di molti paesi, fra cui il Giappone, la Germania, l’Italia, e la media europea. Come si spiega un miracolo economico di questa portata e che continua tutt’oggi a manifestare la stessa vitalità?

La spiegazione puramente neoclassica (o neoliberista) dello sviluppo economico vuole che un governo debba confinare il suo ruolo al mantenimento della stabilità macroeconomica, alla creazione di infrastrutture e di una burocrazia efficiente e pulita. L’allocazione delle risorse, invece, deve avvenire su base privata. E’ il mercato stesso che decide in quali settori un paese abbia dei vantaggi comparati che gli permettano di competere con successo.

Ma come ha spiegato Chang Ha-joon, un economista dell’università di Cambridge, pochissime economie si sono sviluppate attraverso il cosiddetto libero mercato. In particolare, le economie dell’Est asiatico hanno utilizzato delle strategie che sintetizzano l’azione statale e i meccanismi di mercato. Secondo l’economista di Cambridge, è vero che Singapore ha molti elementi del modello neoclassico e ha un mercato molto aperto, ma, dall’altro lato, il governo singaporiano «ha utilizzato considerevoli sussidi per attrarre multinazionali in settori che considerava di importanza strategica, soprattutto attraverso investimenti nelle infrastrutture e nell’istruzione in settori specifici. Inoltre, Singapore ha uno dei settori di impresa pubblica più grandi del mondo». Infatti, le aziende pubbliche creano circa il 40% del PIL di Singapore e hanno un impatto sull’economia della città-stato di gran lunga maggiore rispetto a quello che esse hanno in economie meno sviluppate, come quelle dell’Argentina e delle Filippine, i cui fallimenti economici vengono spesso attribuiti a troppo intervento statale.

Un esempio di azienda pubblica è la Temasek Holdings, il cui unico azionario è il Ministro delle Finanze di Singapore. La Temasek è una ‘investment company’ che opera secondo criteri di mercato e ha un personale professionalizzato. Ma, allo stesso tempo, essa ha dei rapporti molto stretti con lo stato, e il suo scopo principale non è quello di garantire gli interessi di privati, ma di contribuire allo sviluppo economico e industriale di Singapore. Le decisioni che riguardano la nomina dei membri del consiglio di amministrazione di Temasek e l’utilizzo delle riserve accumulate nel corso degli anni devono essere ratificate dal Presidente di Singapore. Inoltre, i dividendi risultanti dagli investimenti di Temasek vengono distribuiti al suo unico azionario, cioè al Ministro delle Finanze. Fondata nel 1974, Temasek investe in aziende singaporiane e globali. Ad esempio, essa possiede azioni in varie compagnie, fra cui: Bank of China Limited, China Construction Bank Corporation, Standard Chartered PLC, Singapore Technologies Telemedia Pte Ltd, Mediacorp Pte Ltd, Keppel Corporation Limited, Singapore Technologies Engineering Ltd, Singapore Airlines Limited, Singapore Telecommunications Limited, e molte altre. Quindi, di fatto, lo stato singaporiano ha, attraverso la Temasek, una presenza notevole in settori come quello manifatturiero, finanziario, dei trasporti, dell’energia e delle telecomunicazioni. Lo straordinario successo di Temasek l’ha resa un modello di intervento statale nell’economia, da cui anche paesi come l’India stanno cercando di imparare per ristrutturare il loro settore pubblico.

Come è stato notato da alcuni economisti, l’economia di Singapore ha sempre puntato sugli investimenti stranieri. Ma negli anni ’60, vi erano ben poche multinazionali straniere pronte ad andare a Singapore. Per risolvere questa situazione, il governo nel 1961 fondò l’ASE (Agenzia per lo sviluppo economico). Come spiega Sunny Kai-Sun Kwong, l’ASE è un’organizzazione che, come la Temasek, appartiene allo stato ma è strutturata in modo tale da rispondere a esigenze di mercato. Lo scopo principale dell’ASE è quello di cercare investitori stranieri, formare ‘joint ventures’, fornire assistenza ed informazioni alle aziende straniere che vogliono investire a Singapore. Uno dei primi progetti realizzati dall’ASE fu la creazione della Zona industriale di Jurong, costruita su terreni paludosi bonificati dal governo. A Jurong nacquero industrie per la fabbricazione di tessili, giocattoli, legname e parrucche. Per promuovere le esportazioni singaporiane, l’ASE aprì filiali a Hong Kong e New York.

Nel giro di pochi anni, Singapore smise di essere un luogo di produzione a basso costo, e i progetti dell’ASE divennero sempre più sofisticati. Un esempio più recente è la Tech Semiconductor, una ‘joint venture’ fra l’ASE e multinazionali come la Hewlett-Packard, la Texas Instruments, e la Canon. L’ASE possedeva una quota del 26%.

L’ASE di fatto agisce come un’agenzia che cerca di realizzare le direttive generali del governo, il quale sceglie i settori strategici per l’economia. Ad esempio, è il governo ad aver stabilito che il settore industriale deve contribuire a circa il 20-25% del PIL. Ciò impedisce che Singapore subisca un processo di deindustrializzazione.

Oltre a ciò, il governo di Singapore promuove l’economia con varie sovvenzioni e incentivi, quali tagli fiscali per imprese, il co-finanziamento di progetti tecnologicamente avanzati, e massicci investimenti nella ricerca, sopratutto nei parchi industriali. In settori come l’edilizia, il governo di Singapore ha quasi un monopolio. L’intera superficie dello stato appartiene al governo, il quale, in uno dei programmi edilizi più ambiziosi della storia, ha costruito case popolari in cui vive l’85% della popolazione. Il fatto che il debito pubblico ammontasse al 111.4% del PIL nel 2012 non sembra aver provocato una diminuzione della fiducia dei mercati nel paese. Ricordiamo che il debito dell’Italia nel 2012 era pari al 126.1% del PIL.

Insomma, anche se Singapore ha un’economia di mercato di grandissimo successo, ciò non vuol dire assolutamente che il miracolo economico della città asiatica sia il frutto di ricette economiche neoclassiche. Infatti, è la riuscita simbiosi dell’ambito statale e di quello pubblico che ne fanno una fonte di ispirazione per molte economie che faticano a trovare la loro strada negli schemi ideologici sia di destra che di sinistra.

 

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