lunedì, Ottobre 18

Sindacati e prelievi in busta paga

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Ma davvero tutti i lavoratori che si rivolgono al sindacato sono consapevoli di questa contribuzione? Gli viene spiegato, inequivocabilmente, che cosa stanno firmando?

“In teoria si, poiché nel prospetto-paga risulta. L’adesione è tacita, per fatti concludenti: accettando le prestazioni contrattuali (oltre eventualmente a quelle mutualistiche degli enti bilaterali cogestiti dalle associazioni datoriali e dei lavoratori, si accetta anche di avere la trattenuta in busta paga per quote di adesione contrattuale” conclude l’avvocato Ballistreri.

Naturalmente, si tratta di un ‘tot’ mensile che viene decurtato dal datore di lavoro e viene concesso ai sindacati per il lavoro svolto.

“La trattenuta, in genere, è operata da organismi bilaterali, come ad esempio le Casse edili previste dai CCNL, che erogano prestazioni ai lavoratori. Tali servizi hanno quindi, natura privata e contrattuale e come corrispettivo proprio le quote di adesione contrattuale” continua il docente. Per Ballistreri che è “un meccanismo legale, poiché data la natura privatistica delle associazioni datoriali e dei lavoratori, la stipula dei contratti dovrebbe riguardare solo gli iscritti, ma essendo estesi anche ai lavoratori non associati ai sindacati, che così beneficiano di un servizio contrattuale, essi pagano un contributo per questa prestazione”.

Lo stesso discorso è avallato dall’avvocato Giacomo Matto, esperto in diritto del lavoro, specializzato nell’assistenza di società in cause di lavoro e nella gestione delle relazioni con i sindacati, anche per la negoziazione di accordi collettivi. “I sindacati sono associazioni non riconosciute perché non hanno mai voluto dar seguito all’art.39 della costituzione, non hanno mai voluto essere controllati in nessuna maniera. Sono persone giuridiche che si autoregolamentano come preferiscono. Le forme di finanziamento sono molteplici. La prima è quella del tesseramento. Il tesseramento di per sé è, tecnicamente, è una funzione abbastanza limpida e lineare. Nessun lavoratore si ritrova iscritto a un sindacato senza saperlo. Il sindacato, poi, in una situazione di crisi con una drastica riduzione del personale, è libero di fare proselitismo. I sindacati hanno, poi, molte altre forme di finanziamento che vanno dalle proprietà immobiliari ad altre proprie strutture”.

Il sindacalista fa firmare al lavoratore una delega (indipendentemente dal fatto che abbia o meno una tessera) con la quale il contribuente dichiara di fare questa concessione.

Per l’avvocato Matto, non si tratta di una ‘tassa occulta’ perché il lavoratore, quando firma la delega, è consapevole di questa decurtazione che viene inoltrata agli Enti previdenziali automaticamente per silenzio-assenso. Ameno che il lavoratore non comunichi esplicitamente il suo dissenso.

“Le quote di assistenza contrattuale vengono definite a livello di contrattazione collettiva. Il lavoratore, nel momento in cui sottoscrive un contratto di lavoro, tecnicamente, viene portato a conoscenza delle condizioni ad esso applicate. Quanto meno dovrebbe leggerle. Che i lavoratori spesso non lo facciano, o non siano perfettamente informati di quanto previsto nel contratto collettivo è un altro discorso. Però, non si può, a mio avviso, parlare di qualcosa di ‘occulto’, cioè ‘non conosciuto’ da parte del lavoratore. Certamente, le quote di assistenza contrattuale non sono uno strumento propriamente lineare perché si basano su un automatismo. Sono quote di rappresentatività sindacale applicate a tutti coloro che firmano un contratto collettivo. In base a questo principio della rappresentatività, viene stabilito che qualsiasi aspetto definito nella contrattazione, a livello aziendale, si applica alla disciplina di quel contratto collettivo, a meno che non sia il singolo lavoratore a richiederne la non applicazione. Quindi è una forma, quasi, di silenzio assenso. D’altro canto, tra le altre attività che svolge, il sindacato, per eccesso, anche se non necessario, potrebbe fornire una corretta e talvolta completa informazione sui meccanismi che vanno ad incidere anche sui non tesserati. Perché questo è il vero problema. Per quanto riguarda il prelievo sui non tesserati, si potrebbe rivolgere ai sindacati un rimprovero morale, se, a volte, non danno una piena e dettagliata informazione al lavoratore su questo aspetto. Per il resto, spetta al cittadino andare a dichiarare che non si vuole quella trattenuta. Anche in questo caso vanno distinte due situazioni. Nel caso in cui il lavoratore iscritto al sindacato abbia firmato una delega specifica si può anche discutere che vi sia o meno un formulario, cioè che per quello specifico prelievo fosse necessaria una specifica da parte del lavoratore o del delegato. In quel caso, si può discutere sull’esistenza di un formulario che gli è stato imposto. Diversamente, se il lavoratore non è tesserato o non ha sottoscritto una delega specifica alla quale si applica la quota di assistenza contrattuale, in base a quanto stabilito dal contratto collettivo, in questo caso il lavoratore può comunicare il proprio rifiuto al prelievo, con una comunicazione al datore di lavoro che interromperà la detrazione già nella busta paga del mese successivo. Il lavoratore, però, non può chiedere il rimborso per quanto gli è stato già detratto” spiega l’avvocato Matto. Concludiamo chiedendogli se le quote di assistenza contrattuale siano una pratica legale. “Tecnicamente sono una pratica lecita. L’ente previdenziale non emetterebbe mai una circolare su questa pratica se fosse illecita” chiosa l’avvocato Matto.

Per far chiarezza, questo prelievo non avviene solo nei confronti di chi è tesserato, ma anche nei confronti di chi non è iscritto al sindacato. “In pratica è così sufficiente che il lavoratore dichiari al proprio datore di lavoro di voler versare una quota della propria retribuzione in favore del sindacato. Il datore di lavoro normalmente non può sottrarsi a tale richiesta, a meno che non dimostri in giudizio che la richiesta sia per lui eccessivamente onerosa” dice Fabio Petracci, avvocato ed esperto in Diritto del Lavoro e pubblico impiego,  componente della Commissione Lavoro e Commissioni presso il CNEL.

Nel lontano 1995, i Radicali Italiani hanno proposto un Referendum sulla rappresentanza sindacale il cui esito è stato positivo, ma i successivi risvolti lo sono stati un po’ meno. In realtà “con il referendum non è stato introdotto un divieto di riscossione di quote associative sindacali a mezzo di trattenuta operata dal datore di lavoro. In pratica è sufficiente che il lavoratore dichiari al proprio datore di lavoro di voler versare una quota della propria retribuzione in favore del sindacato. Il datore di lavoro normalmente non può sottrarsi a tale richiesta, a meno che non dimostri in giudizio che la richiesta sia per lui eccessivamente onerosa. Naturalmente quest’ultima ipotesi non si verifica mai per le grandi aziende che dispongono di adeguata organizzazione. Contro il rifiuto del datore di lavoro di adeguarsi i sindacati possono rivolgersi al giudice del lavoro facendo valere la condotta antisindacale del datore di lavoro. A questo punto, si poneva un ulteriore problema, in base alle legge 180/1950 esiste il divieto di cessione dei crediti derivanti da stipendi e salari. In tal modo si è sostenuta l’illegittimità della cessione di parte della retribuzione al sindacato. I giudici hanno ritenuto che tale divieto non si applichi alle trattenute sindacali, essendo sempre in vigore il primo comma dell’articolo 26 dello Statuto dei Lavoratori che sancisce la meritevolezza e la tutela delle raccolte di fondi per l’attività sindacale. Come possiamo vedere il referendum non ha cambiato molto ed a tutt’oggi il lavoratore con il proprio consenso può devolvere la quota di retribuzione per l’iscrizione al sindacato” conclude Petracci.

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