martedì, Agosto 3

Sindacati e partiti in crisi? Guardassero la Chiesa di Papa Francesco

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Negli ultimi anni è sempre più evidente la dilagante crisi di rappresentatività che permea ogni contesto della nostra società e che colpisce, soprattutto, partiti politici e sindacati. Una mancanza di rappresentatività che riguarda le istituzioni tradizionali e che rimbalza su di un crescente malcontento che attanaglia tutti, specie i giovani. Proprio quelli che, più di tutti, sentono di non essere affatto rappresentati dalla classe politica e che si disinteressano totalmente della vita politica del Paese in cui vivono. Il quadro politico odierno riflette perfettamente la situazione; in Francia, in prossimità dell’ormai vicino ballottaggio, andranno a scontrarsi due personaggi con un comun denominatore: la volontà di distanziarsi dal passato e dal potere tradizionalmente inteso. Emmanuel Macron, da un lato, portatore di un messaggio di rinnovamento e fondatore di un movimento che, velocissimamente, si è fatto strada sulla scena politica francese e, dall’altro, Marine Le Pen che ha deciso di non essere più alla guida del suo movimento per rivestire l’interesse di tutti i cittadini. Messaggi forti e vincenti agli occhi del popolo, soprattutto alla luce del bisogno di un cambiamento netto e rapido. Per la prima volta, insomma, non si scontreranno al ballottaggio i candidati dei partiti tradizionali.

Ma il deficit di rappresentanza investe anche l’area dei sindacati. Il no al referendum della scorsa settimana proposto ai dipendenti di Alitalia chiamati a scegliere di appoggiare o meno un accordo tra azienda e sindacati per salvare la compagnia, sembra proprio una conseguenza di questa crisi. La difficoltà riguarda, però, tutte le realtà, da quelle imprenditoriali a quelle professionali. I sindacati non riescono più a rappresentare le molteplici forme di organizzazioni ed il sorgere di confederazioni e strutture specifiche a tutela di piccoli gruppi ha poi l’effetto di annacquare del tutto l’essenza stessa della rappresentanza. Il risultato è che i cittadini ormai credono che i sindacati non siano più in grado di tutelare gli interessi dei lavoratori, perché, da un lato, sono percepiti al pari dei partiti e, dall’altro, si ritengono incapaci di stare al passo con i cambiamenti propri del mondo del lavoro. Abbiamo chiesto a Stefano Fait, Trend Analyst & Communication Manager per -skopìa, start up di anticipazione dell’Università di Trento, quali saranno le conseguenze di questa crisi di rappresentanza degli enti intermedi.

 

Cosa c’è dietro questa crisi di rappresentatività politico-sindacale?

Sospetto che la radice del problema sia da ricercare in una carenza empatica e in un crescente distanziamento tra i contesti di vita delle persone comuni e quelle di certi decisori (meglio non generalizzare). Le faccio un esempio che mi ha molto colpito. Barack Obama, dopo aver fatto poco o nulla per rimettere in riga Wall Street in 8 anni di presidenza all’insegna dello ‘yes we can’, a poche settimane dalla fine del secondo mandato, ha accettato un compenso da 400mila dollari per un discorso sponsorizzato da una banca di investimenti. Milioni di cittadini che da anni si spaccano la schiena per guadagnare 9 dollari all’ora, senza alcuna prospettiva di migliorare il proprio tenore di vita e con la costante paura che una spesa imprevista comprometta il proprio presente e futuro, si saranno sentiti presi per i fondelli. Limmagine delle istituzioni democratiche ne esce con le ossa rotte, come una scadente caricatura della Fattoria degli Animali di George Orwell: «Le creature di fuori guardavano dal maiale all’uomo e dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due».  Per molti lavoratori i rapporti tra sindacati e potentati economici sono sempre più somiglianti a quelli illustrati nella ‘favola’ orwelliana.

I partiti non sono più in grado di rappresentare gli interessi degli elettori: quali saranno le conseguenze a breve, medio e lungo termine?

Francia e Stati Uniti, proprio come a fine Settecento, stanno dimostrandosi un ottimo osservatorio di macrotendenze e segnali deboli. Negli USA i due maggiori partiti sono sull’orlo dell’implosione, con i repubblicani che vincono gran parte delle elezioni ma si trovano come Presidente un cane sciolto che fino a pochi anni fa era un democratico,  che è detestato dall’establishment del partito, ma che ha raccolto più voti di qualunque candidato alle primarie repubblicane nella storia americana. Il partito democratico è invece in preda a una lotta tra fazioni e a rischio scissione, con la porzione dominante (clintoniana) che subisce un’emorragia di consensi in favore di quella ‘populista’ socialisticheggiante. In Francia i due partiti dominanti sono stati estromessi dalla corsa alle presidenziali. Uno dei due, i Républicains, affondato proprio dallo strumento che doveva servire a rinnovare i partiti e mettere in discussione la partitocrazia, le primarie. Le ha vinte il candidato più debole. I partiti, come sono concepiti ora, non hanno alcun futuro, perché la partitocrazia è un cancro della democrazia. I tentativi pionieristici di un Fabrizio Barca all’interno del PD potrebbero essere una prima risposta concreta, ma non sembrano aver raccolto i favori della leadership del partito. In ogni caso, la politica necessita di forme organizzative affidabili, resilienti e non dipendenti dal carisma di un leader, quindi, i partiti evolveranno senza estinguersi.

I sistemi elettorali vigenti rischiano di accentuare la distanza tra ceto politico e opinione pubblica. Un ritorno al ruolo decisivo di una rappresentanza politica effettiva potrebbe essere una soluzione? Cosa significa avere una rappresentanza effettiva oggi?

In tutta franchezza, anche una monarchia può essere più rappresentativa se il monarca è sensibile alle vicissitudini del suo popolo. Le formule istituzionali sono cambiate innumerevoli volte senza che quel che davvero conta – la mentalità e le coscienze degli eletti e degli elettorievolvesse. Il momento forse più alto della rappresentatività politica, pur con tutti i suoi eccessi, si ebbe a partire dagli anni Sessanta, quando milioni di persone decisero consensualmente che un mondo diverso era possibile e si fecero sentire finché le cose non cambiarono. Non escluderei un ritorno al quel tipo di attivismo riformista a 360 gradi, che riguardava tutti i mondi di vita, non solo la politica, con la fine del doppio ventennio neoliberista.

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