sabato, Giugno 19

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Hazem Beblawi

Percorso da una lunga serie di tensioni che affondano le proprie radici nella storia dei rapporti tra regione e Stato, il Sinai continua ad allontanarsi dall’Egitto. Venerdì scorso, uomini armati hanno attaccato un gasdotto nel Sinai centrale che conduceva gas naturale verso un’industria, una fabbrica di cemento, facendolo saltare in aria. L’attacco non ha causato feriti ma ha provocato l’interruzione della fornitura di gas, bloccando la produzione nell’area industriale, di proprietà dell’Esercito egiziano. Hazem al-Beblawi, Primo ministro egiziano, ha condannato l’azione, annunciando che le Forze armate faranno il possibile per prevenire il ripetersi di simili attacchi. L’azione segue di circa venti giorni un altro attacco a una pipeline che riforniva un’altra area industriale nella penisola. Altre indiscrezioni riguardanti un attacco a una stazione radiofonica nella città di al-Arish sono state smentite dalle autorità.

Le votazioni per l’approvazione della nuova Costituzione egiziana hanno rivelato l’entità della frattura in seno al Paese: solo il 17% degli aventi diritto al voto hanno partecipato allo scrutinio nella regione, contribuendo quindi in percentuale marginale al plebiscito che ha condotto all’approvazione del testo, contro una media nazionale del 34%. La minaccia proveniente dai militanti, che avevano preannunciato attacchi nei confronti delle sedi elettorali, e il malcontento profondamente radicato nella regione hanno contribuito a mantenere al minimo la partecipazione. I timori riguardanti possibili azioni terroristiche hanno indotto le forze dell’ordine a ridurre le sedi elettorali nella regione a 51, contro le 76 aperte in occasione del voto del luglio 2012, in maniera tale da concentrare gli sforzi in difesa di un minor numero di possibili obiettivi.

Un mese prima del voto, su un forum online, presunti membri dell’organizzazione Ansar Bayt al-Maqdis, il gruppo jihadista più forte e pericoloso tra quelli attivi nel Sinai, hanno condannato la nuova Costituzione e annunciato futuri attacchi. «Prima di parlare di alcuni degli orridi articoli della costituzione secolare, cristiana e sionista, promettiamo di fronte ad Allah il Grande che effettueremo un’azione dimostrativa sui leader delle forze militari e della polizia, attaccheremo le loro case e li uccideremo come pecore».

Lo scorso 24 dicembre, il gruppo jihadista si è reso protagonista di un attacco suicida con un’auto carica di esplosivo nella città di Mansoura, nell’area del Delta del Nilo, causando la morte di 12 persone e il ferimento di almeno 130. «Siamo i più risoluti e determinati a portare a compimento il comando di Allah e del suo Messaggero per fare il jihad contro voi e combattervi finché tutta la religione sarà quella di Allah» ha comunicato il gruppo in seguito all’attacco.

Dal 3 luglio scorso, giorno della deposizione di Mohamed Morsi, oltre 260 attacchi contro forze dell’ordine, esercito e infrastrutture sono stati sferrati nei due governatorai del Sinai. Le violenze jihadiste hanno causato centinaia di vittime, generando lamentele all’interno delle autorità locali riguardanti la scarsa assistenza proveniente dal Cairo. Una serie di operazioni militari predisposte per colpire le varie organizzazioni attive nella zona hanno portato all’uccisione e all’arresto di numerosi militanti, ma non a un effettivo indebolimento della guerriglia salafita.

«Con le operazioni in corso nel Sinai, i locali hanno molte buone ragioni per lamentarsi» scrive Drew Brammel, giornalista di ‘Egypt Independent’, nell’inchiesta “Sinai: Can The Truth Be Told”. «Nonostante tutti i servizi pubblici siano virtualmente inesistenti, dall’elettricità all’acqua ad internet fino ai servizi telefonici cellulari, per molti il maggior problema è rappresentato dall’essere tagliati fuori dall’Esercito, solo perché vengono dal Sinai. […]Fonti militari informate hanno negato qualsiasi problema con le operazioni riguardanti errati arresti di civili o abitazioni date alle fiamme, sottolineando come i militari stiano semplicemente colpendo i rifugi dei terroristi».

La vicinanza al confine con Israele e la prossimità della penisola del Sinai al Canale di Suez, rotta navale di cruciale importanza per gli interessi commerciali internazionali, fa sì che i Governi occidentali siano particolarmente preoccupati da quanto accade nella vasta area desertica. Il governo statunitense fornisce all’esercito egiziano 1,2 miliardi di dollari l’anno per assisterlo nel suo compito di portare sicurezza nella regione e nel Sinai.

Ulteriore ragione di preoccupazione proviene dal cattivo rapporto che corre tra la comunità beduina che risiede nella Penisola e il governo centrale egiziano. «La risposta del governo egiziano alla crescente instabilità nel Sinai si è limitata all’invio di ulteriori forze militari» scriveva nel settembre 2011 l’analista Amr Youssef su ‘Foreign Affairs’. «Questo approccio si basa sull’assunto, ampiamente accettato al Cairo, che la causa base dell’instabilità nel Sinai è la mancanza di forze armate, i cui numeri son limitati da quanto stabilito nel trattato di pace Egitto-Israele del 1979.  […] Ma questa strategia è sbagliata per varie ragioni. […] Questo approccio ritiene erroneamente che la violenza presente nel Sinai sia legata ad attacchi isolati provenienti da Gaza e non come un insorgenza a tutto campo causata da particolari e, in alcuni casi, legittime preoccupazioni».

«Sin dal 1982 – continua Youssef – quando l’Egitto riportò il proprio controllo sulla Penisola del Sinai dopo 15 anni di occupazione israeliana, la maggioranza beduina che vive nell’area è stata vista dal governo del Cairo come fuorilegge. […] I beduini del Sinai hanno per lungo tempo subito una discriminazione di Stato: almeno a un quarto di loro è stata rifiutata la cittadinanza egiziana, e a tutti è negato il diritto di possedere terra per timore che poi la rivendano agli israeliani. […] Combinata con la miseria economica, la brutalità di Stato ha fornito un territorio fertile per la radicalizzazione e la violenza».

 

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