venerdì, Ottobre 22

I Simpson: intrattenimento, cultura, successo

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I Simpson sono stati il capostipite di un filone di serie animate, più o meno riuscite, dissacranti e tendenzialmente rivolte ad un pubblico adulto: si può parlare di una sorta di nuova ‘corrente culturale’ o si tratta semplicemente di una fetta di mercato che si è andata riempiendo?

Un po’ l’uno e un po’ l’altro. Il mondo delle serie TV, prima di ‘Lost’ era una cosa, dopo “Lost” c’è stato un proliferare di serie TV anche molto diverse tra loro: ‘Lost’ è stato per le serie TV quello che i Simpson sono stati per le sitcom animate. I Simpson hanno aperto un varco: hanno dimostrato che si poteva parlare della realtà in maniera anche politicamente scorretta. Basti pensare che il personaggio di Homer Sompson, ubriacone, pressappochista, superficiale, impreparato, è l’addetto alla sicurezza in una centrale nucleare. Da lì, poi, sono nati ‘South Park’, ‘American Dad’ o ‘Family Guy (I Griffin)’: qui c’è una novità culturale, ovvero il fatto che si possa parlare di argomenti seri in modo anche un po’ più sboccato, politicamente scorretto o addirittura con i rutti (che in Italia, per una legge che risale ai tempi del fascismo, non si possono doppiare). In questo i Simpson hanno aperto una breccia, un varco culturale in cui poi si sono infilati tanti altri prodotti. Naturalmente, siccome siamo in America, è chiaro che c’è anche la tematica e la ragione economica.

Quale futuro pensa che abbia il fenomeno dei Simpson?

Non lo so: sono arrivati alla trentesima stagione. Sicuramente sono la sitcom animata più longeva della storia della televisione, ma penso che siano in generale una delle serie più longeve. Naturalmente ora la sfida è riuscire a cavalcare il presente e anche ad immaginare il futuro, Io ho sempre utilizzato i Simpson dal punto di vista didattico e lo dico sempre ai miei studenti: se si riesce a raccontare bene il presente e, soprattutto, il passato come fanno i Simpson, in molti casi si può anche prevedere il futuro. La famosa immagine di Trump Presidente degli Stati Uniti era stata prevista molti anni fa dai Simpson e, ahimé, si è realizzata: i Simpson avevano previsto la cosa ben sedici anni fa, in una puntata del 2000, in cui Lisa Simpson diventa Presidente degli Stati Uniti dopo una Presidenza Trump

Come hanno influito i Simpson nella cultura statunitense? Che immagine della società, della politica e della storia statunitense hanno dato al mondo?

Non sono un esperto di società contemporanea americana, ma sicuramente i Simpson sono un prodotto mainstream, nazional-popolare, perché riesce a prendere fasce culturali molto diverse: dal laureato, professore o giornalista, fino anche all’operaio o contadino. Questo perché, naturalmente, ognuno ci può trovare il suo livello di lettura.

Dal punto di vista della storia americana, l’immagine che viene trasmessa è un’immagine che corrisponde molto bene ai National Standards: una ventina di anni fa, in America fu creata una commissione che doveva dire quali erano i punti fondamentali della storia americana che uno statunitense deve conoscere; ciò che è ineludibile conoscere. Negli eventi storici citati dai Simpson ricorrono molto spesso alcuni momenti che sono quelli fondanti della storia americana, quelli del processo di State e Nation Building: troviamo spesso riferimenti alla storia della Guerra d’Indipendenza, alla storia della Guerra Civile o di Secessione, che è stata un secondo momento di rifondazione della storia americana, e poi, naturalmente, la partecipazione americana alla II Guerra Mondiale. Anche lì la visione è un po’ politicamente scorretta: quando si parla della II Guerra Mondiale, il protagonista è Abraham Simpson, il nonno, che è un reduce e che certo non ha spiccato per coraggio durante il conflitto. Abbiamo anche una delle guerre più presenti oggi nell’immaginario collettivo americano, la Guerra del Vietnam, che è stata una guerra persa (anzi, in una puntata viene chiamata ‘la guerra non vinta’, pur di non dire persa). Il personaggio di Seymour Skinner, il direttore della scuola di Bart e Lisa Simpson, è un reduce del Vietnam e, infatti, è un perdente: rappresenta quella sconfitta che ancora gli americani non sono riusciti ad elaborare nonostante abbiano cercato di farlo con una produzione cinematografica sterminata.

Quale è il messaggio più interessante dei Simpson?

Il messaggio più interessante, secondo me, si accoppia ad un personaggio che, in generale, non è stato molto analizzato ma che è molto positivo: la madre di Homer, Mona, che è una ex-ragazza degli anni ’60, una ex-hippy, una pacifista. È un personaggio molto positivo che ci fa capire che, in fondo, Homer non è un personaggio così negativo come può sembrare. Solo quando conosce la nonna, Lisa capisce finalmente da chi ha preso: Mona Simpson era stata costretta a fuggire per aver sabotato una fabbrica di armi chimiche.

Vedo con piacere che diversi giornalisti si sono interessati ai Simpson e al mio libro. Devo dire con un certo rammarico, invece, che questo libro è stato un po’ “snobbato” dal mondo accademico. Purtroppo, la storia fatta dagli accademici ancora una volta dimostra di non aver capito bene una cosa molto importante: il fatto che un libro come questo, che apparentemente è un libro leggero e divertente, in realtà nasconde un lavoro serio ed approfondito. Anzi, lo considero uno dei miei libri migliori, anche dal punto di vista didattico e scientifico, perché mi sto convincendo del fatto che noi storici accademici ci dobbiamo porre il problema di come la storia passi nei grandi mass-media: sui giornali, in televisione, su internet, su facebook. Fino a quando gli storici non si porranno la domanda di come la storia passi nei mass-media, saremo sempre un passo indietro agli americani, al mondo anglosassone, dove invece la public history è una nuova disciplina che ha già fatto molti progressi. A giugno coordinerò un incontro a Ravenna perché anche da noi, finalmente, sta nascendo l’Associazione Italiana di Public History.

Chiudo con un esempio.

È stata prodotta da poco una fiction americana intitolata ‘I Medici’. Il giorno dopo la prima puntata, un grande storico italiano di medioevo, Franco Cardini, la stroncò dal punto di vista storico. Il fatto è che noi storici dobbiamo porci il problema di come la storia passa sui questi nuovi mezzi di comunicazione perché, se non ci poniamo il problema, lasciamo che a farla siano altri che magari non la sanno o non la sanno fare. Io cerco, nel mio piccolo, di pormi il problema spiegando ai miei studenti alcuni concetti anche molto complessi anche con riferimenti ai Simpson.

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