giovedì, Agosto 5

Silvio e Matteo, il grande abbraccio Il nuovo Presidente si chiamerà Draghi?

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Appuntamento al 7 gennaio 2015. Quel giorno approderà in Aula il cosiddetto ‘Italicum’, la nuova legge elettorale; fino ad allora sui giornali e nelle televisioni ci si sbizzarrirà nel toto-Quirinale, cercando di decifrare allusioni, ammiccamenti, intenzioni, mosse e contromosse di Tizio, Caio o Sempronio. Rassegniamoci: ogni giorno, almeno fino a metà gennaio verranno fatti tutti i nomi possibili immaginabili, per il successore di Giorgio Napolitano: da Giuliano Amato a Romano Prodi, da Paola Severino a Stefano Rodotà; e poi Pier Ferdinando Casini, Pierluigi Castagnetti, Sergio Mattarella, Emma Bonino, Linda Lanzillotta

Per ora, nonostante strepiti e boutades ad uso mediatico, sostanziale bonaccia; e il Presidente del Consiglio Matteo Renzi si ‘consola’ e pavoneggia: «Abbiamo stoppato l’assalto alla diligenza, e messo in cantiere la legge elettorale; indietro non si torna».

Indietro non si torna. Lo si vedrà il 7 gennaio: quando si inizierà a discutere la legge elettorale. Sarà quello il banco di prova, quello che i giocatori di poker chiamano showdown. Quel giorno si comincerà a vedere e poter valutare fino a che punto Renzi e Silvio Berlusconi saranno in grado di tener fede al patto del Nazareno che un giorno sì e l’altro pure confermano, e che viene seriamente minacciato sia dalla minoranza del Partito Democratico che da quell’area di scontenti e mugugnanti che alligna in Forza Italia e che vediamo incarnata da Raffaele Fitto. Se per ipotesi l’ex Governatore della Puglia riuscisse a condizionare Berlusconi e la sua fronda ‘azzurra’ a impedire l’approvazione dell’Italicum, Renzi avrebbe buon gioco a sfilarsi e cercare altrove i voti che gli servono sia per l’elezione del Presidente della Repubblica, che per la riforma elettorale; uno scenario del genere significherebbe certificare l’emarginazione e la marginalità di Forza Italia, peraltro indebolita dai quotidiani sondaggi d’opinione che gli accreditano un consenso popolare ormai simile a quello della Lega di Matteo Salvini. E questo scenario è, in questi giorni, un vero e proprio incubo per Berlusconi. Non solo: come ha osservato maligno James Polito su ‘Financial Times’, «se il sostegno che Renzi ha ora dovesse dissolversi sotto i colpi di una situazione economica ancora più difficile, e se il Parlamento cominciasse a ostacolare le riforme, il Premier potrebbe cercare di capitalizzare la sua posizione di forza per dare vita a una legislatura più favorevole per i successivi cinque anni». Renzi si affanna ad assicurare che occorre star sereni, si arriverà fino al 2018. Proprio per questo la carta delle elezioni anticipate potrebbe essere giocata a breve.  

La minoranza di Fitto non è l’unica che può essere tentata di dare la spallata all’Italicum. A non gradire il patto del Nazareno sul versante opposto c’è anche la minoranza del PD, a cui potrebbero unirsi i ‘riformisti’ di Pierluigi Bersani e la pattuglia di Sinistra Ecologia e Libertà. Anche per questo nei giorni scorsi Nichi Vendola ha lanciato la candidatura di Prodi per il Quirinale. Sa bene che il Professore è un candidato che né Berlusconi né Renzi gradiscono.

Soprattutto Berlusconi si trova in una situazione paradossale: Forza Italia è lui, e al tempo stesso non ha mai veramente controllato il partito; tuttavia senza di lui, la variegata corte di vassalli, valvassori, valvassini forzista sarebbe ben poca cosa; per non parlare di Alleanza Nazionale ex Movimento Sociale, Fratelli d’Italia e altre ‘appendici’. Una situazione che il leader del Carroccio Umberto Bossi aveva ben compreso, e di qui l’astuzia (pagante politicamente) di diventareamicodi Berlusconi. Solo che alla guida della Lega non c’è più Bossi, fiaccato dalla malattia e dagli scandali, ma Matteo Salvini, un demagogo che flirta contemporaneamente con Marie Le Pen e Vladimir Putin, le spara grosse, gode di buona stampa, ma stringi stringi, ha poco o nulla da offrire. Cosa può fare, può tentare di fare, in questo contesto il leader di Forza Italia? Una cosa che non ammetterà mai neppure con se stesso: trovare un’intesa con il PD in una prima fase di transizione; un percorso al termine del quale anche lui esce dal tunnel, e, grazie alla goffaggine dei suoi apparenti avversari, riesce napolonicamente nell’impresa di finire ‘due volte nella polvere, due volte sull’altar’ (ma poi si sa come si è conclusa la vicenda). Certo l’età e anche l’ormai lungo permanere in politica non giocano a favore di Berlusconi; se alle prossime elezioni, siano esse anticipate come è possibile e probabile, sia che si tengano a scadenza naturale, dovesse essere sconfitto, cercherà allora di gestire onorevolmente la sconfitta con il suo vero erede: che, non deve sorprendere, è Renzi, il capo di quella ‘nuova’ generazione che si riconosce nel trasversalismo inventato da Berlusconi.

Tutto questo sarebbe in piena coerenza con quella scuola di pensiero che vuole il Patto del Nazareno come legittimazione della legislatura.

Per comprendere questa ‘logica’ bisogna fare un passo indietro: dopo le elezioni del 2013 Berlusconi propone un Governo di larghe intese, chiede che Napolitano resti al suo posto. Bersani risponde picche, offre al Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo di governare insieme; è la mossa sbagliata nel momento sbagliato, si gioca la carta del Governo Enrico Letta con il sostegno dei ‘dissidenti’ del centro-destra guidati da Angelino Alfano. Archiviato Letta nel modo che sappiamo, arriva Renzi; Berlusconi viene ricevuto nella sede del PD, riceve le assicurazioni che sappiamo sia sul Governo che sul Quirinale. Per ora quel ‘patto’ tiene. Per quel che riguarda il Quirinale, Renzi garantisce che cercherà il più ampio consenso possibile, una figura di ‘garanzia’.

Non è un’operazione facile, da qui l’invito a lasciar perdere le polemiche e i litigi del passato per trovare un punto d’incontro comune. Per cautelarsi Renzi esclude che si possa parlare di fallimento se alla fine il nuovo capo dello Stato fosse eletto dalle Camere a maggioranza semplice: l’ammissione che le incognite sono tante. Troppe per scommettere sulla futura tenuta del Patto del Nazareno.

Renzi si guarda bene dal definire il metodo che intende seguire per individuare il ‘candidato condiviso’, ma ignora l’avvertimento di Alfano quando lo ammonisce a non attuare il ‘sistema delle rose’: due anni fa la terna indicata dal PD di Bersani fu una Caporetto, e la linea del Piave la rielezione di Napolitano.

Al tempo stesso Renzi non può (ma neppure vuole) rinunciare a portare al Quirinale un Presidente ‘suo’; da tempo discreti emissari del Presidente del Consiglio sono al lavoro per appianare dissensi e predispongono un elenco di personalità possibili su cui ‘pescare’ il candidato giusto.

Qui si torna alle riforme e alla legge di stabilità. Servono per testare la tenuta dei ‘renziani’ e di Forza Italia; e per rassicurare la troika europea e le Borse sul versante della crisi economica.

Una gatta non facile da pelare. Renzi tifa perché Berlusconi riesca a riassorbire la dissidenza del suo partito. Fitto fa sapere di non avere nessuna intenzione di iscriversi a ‘Forza Matteo’, si tratti di Renzi o Salvini: contesta radicalmente la strategia berlusconiana ritenendola fallimentare, invoca le primarie, mostra il viso dell’arme. Tattica: quello per cui in realtà lavora è di far entrare nel gioco la minoranza che guida, e poter svolgere un ruolo al tavolo negoziale.

Poi c’è la situazione economica che complica ulteriormente le cose. Le riforme (più annunciate che realizzate) sono un percorso ad ostacoli, una marcia lentissima con esiti incerti ed effetti che molto difficilmente si vedranno nel 2015. Per poter andare avanti, Renzi avrà bisogno di una figura forte, al Quirinale, di prestigio e autorevolezza, e che sappia e voglia proseguire il progetto di Napolitano. Con queste caratteristiche c’è solo una persona, il Presidente della BCE, Mario Draghi. Per coprire un tavolo importante se ne scopre un altro, non meno determinante.

 

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