mercoledì, novembre 14

Siria, chi darà i soldi per la ricostruzione? Il ricatto del Ministro degli Esteri siriano all' Europa

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«L’Europa ha bisogno di un’ampia banca dati sui terroristi provenienti dalla Siria: noi abbiamo queste informazioni ma non le forniremo senza nulla in cambio perché i paesi dell’Ue devono correggere gli errori commessi contro il popolo siriano».

È Walid Muallem, il ministro degli Esteri di Damasco, a parlare dal canale televisivo russo Rossiya 24. Il messaggio è chiaro, chiarissimo. Questa mattina sono ripresi i bombardamenti dell’aviazione russa sulla provincia di Idlib, a nord del paese: se dovesse cadere l’ultima roccaforte ribelle, molti combattenti delle formazioni jihadiste come Tahrir Al Sham, vicine ad Al Qaeda, lasceranno la Siria e dai porosi confini della Turchia raggiungeranno l’Europa.

La minaccia è credibile. E i governi europei sanno che la Siria di Bashar Al Assad non sta per niente bluffando su quegli importantissimi file con i dati dei terroristi: molti dei leader di Al Nusra e dello Stato Islamico sono usciti dalle carceri di massima sicurezza di Damasco all’indomani dello scoppio della guerra civile. A liberarli all’epoca, per un lungimirante calcolo politico rivelatosi poi vincente, era stato lo stesso presidente Assad.

Che cosa Muallem voglia dall’Europa è altrettanto intuibile: soldi. Con la caduta di Idlib arriverà il momento di pensare alla ricostruzione della Siria. Potrebbero essere necessari 250 miliardi di dollari, una cifra esorbitante che non è chiaro chi sarà a mettere a disposizione del governo di Damasco. Il quale, in questa lunga guerra, secondo una stima dell’Onu, ha già perso 388 miliardi di dollari.

La Siria di Bashar Al Assad è uno stato con le tasche vuote: non solo perché è ancora sotto sanzioni statunitensi ed europee, ma anche perché la sua economia è ormai inesistente. Il settore petrolifero in otto anni ha perso il 93% dei ricavi: in un paese produttore di petrolio oggi mancano benzina ed elettricità. Per giunta, i pozzi petroliferi più produttivi, che si trovano sulla riva est dell’Eufrate, adesso sono nelle mani delle milizie curde alleate degli Stati Uniti. A febbraio è fallito un disperato tentativo di riconquistarli: nell’assalto, respinto dalle forze americane, morirono diversi contractor russi.

In questi anni di guerra milioni di lavoratori siriani hanno lasciato il paese o sono morti nei combattimenti: manca anche la forza lavoro. I settori dell’economia non legati al petrolio hanno subito un crollo del 52%: le esportazioni, colpite dalle sanzioni internazionali, sono ormai ridotte allo zero.

Russia e Iran hanno già speso tantissimo per portare alla vittoria il presidente siriano Assad. Entrambi i paesi, a loro volta sotto sanzioni statunitensi, non metteranno altri soldi. Anzi, adesso si aspettano di ricevere una ricompensa economica per i loro sforzi bellici. Già nell’aprile del 2016 Mosca aveva firmato contratti per quasi un miliardo di dollari nella ricostruzione del paese. Società legate al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane hanno stipulato contratti per il riavvio delle reti telefoniche siriane e dell’industria mineraria. Dopo la caduta di Idlib si arriverà al dunque: a Damasco serviranno i soldi promessi per ricostruire il paese e ricompensare gli ‘amici’.

La Turchia difficilmente prenderà parte alla ricostruzione: in questi giorni è alle prese con una delle peggiori crisi economiche che abbiano mai colpito la lira turca. E poi Ankara si è già fatta carico di oltre tre milioni di rifugiati siriani e la gente adesso comincia a manifestare malcontento. In un contesto come quello attuale, il presidente Recep Tayyip Erdogan difficilmente sarà disposto ad affrontare nuove, costose avventure siriane.

L’Europa ha già fatto sapere che non approverà i fondi per la ricostruzione del paese finché non si arriverà a un accordo politico. Un accordo che per ora non è stato raggiunto nemmeno dopo sette anni di sanguinosa guerra civile. Le transazioni tra banche europee e siriane sono impraticabili per via delle sanzioni imposte dall’Unione Europea. Le società di Francia, Germania e Italia si muovono con estrema cautela: hanno timore di ricevere denaro proveniente dalla Siria.

Alla metà di agosto l’amministrazione Trump ha deciso di non dare a Damasco i 230 milioni di dollari che aveva stanziato per la ricostruzione delle città siriane devastate dalla guerra. Saranno l’Arabia Saudita, con 100 milioni di dollari, e gli Emirati Arabi Uniti, con 50 milioni, a colmare il vuoto. Ma i loro soldi andranno solo alle regioni nell’est della Siria controllate dai curdi. La maggior parte di questi dollari servirà per le opere di sminamento e la ripresa dei servizi essenziali per le popolazioni di queste zone. Non verranno stanziati per la ricostruzione delle città nel resto del paese.

La Cina avrà un ruolo centrale nel futuro economico di Damasco, ma non potrà fare tutto da sola. Alla fine di agosto l’inviato speciale in Siria per la Cina, Xie Xiaoyan ha auspicato che la comunità internazionale possa prendere parte alla ricostruzione del paese. Per ora, ha ricevuto solo il no di Trump ed Europa.

E così inizia la schermaglia dei ricatti, neanche troppo velati. Il ministro degli Esteri siriano Muallem ha fatto una proposta all’Europa: se volete i file con i dati sui terroristi, dovete darci qualcosa in cambio. Con ogni probabilità mira a un alleggerimento delle sanzioni e alla promessa di fondi per la ricostruzione del paese: quello di cui il governo di Damasco ha disperatamente bisogno.

Intanto, c’è qualcuno che non dovrà chiedere informazioni a Damasco per proteggere il proprio territorio. La Cina non ha lasciato niente al caso: fin dal dicembre del 2017, nell’imminenza dell’attacco alla provincia di Idlib, dove hanno trovato rifugio 5.000 jihadisti Uyghur cinesi, Pechino ha schierato le proprie forze speciali nel porto siriano di Tartus. Sono pronte ad entrare in azione per evitare una fuga dei terroristi verso la Cina: meglio non fidarsi, soprattutto delle promesse di Damasco.

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