lunedì, Settembre 20

Sigonella e la strana storia dei droni per la Libia

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Autorizzazione data caso per caso, solo in difesa delle truppe Usa ma senza comunicazione obbligatoria al Parlamento. Prendono forma i contorni del via libera italiano – concesso a gennaio ma risalito alle cronache solo ieri – alle missioni dei droni armati statunitensi in partenza dalla base siciliana di Sigonella. L’opinione pubblica nazionale è letteralmente implosa alla notizia e il marasma di disinformazione che segue il comunicato non aiuta ad avere un quadro chiaro della situazione.

L’aeroporto Cosimo Di Palma di Sigonella è rimasto un aeroporto militare italiano, sede del 41º Stormo AntiSom e dell’11º Reparto Manutenzione Velivoli dell’Aeronautica Militare Italiana.
Rinomato soprattutto perché sede della Naval Air Station Sigonella (abbreviata in NAS Sigonella o NASSIG) della Marina Statunitense, la base, inoltre, viene utilizzata per operazioni della NATO nel Mediterraneo. Di fatto l’avamposto è proprietà della Repubblica Italiana e per il suo utilizzo da parte degli americani è richiesta l’approvazione di Roma. Questi accordi bilaterali hanno un iter che non è prestabilito, non richiede l’approvazione del Parlamento, ma necessita di una valutazione attenta soprattutto per quanto riguarda le implicazioni giuridiche internazionali.

La base di Sigonella è uno dei più importanti hub strategici per l’aviazione statunitense che proietta il suo strumento militare nel Mediterraneo. Lo scopo di questo avamposto è quello di garantire la sicurezza degli operatori statunitensi all’estero attraverso la raccolta, la sintesi e la codificazione di informazioni utili allo svolgimento delle missione assegnate.
La superiorità informativa mira ad avere una maggior conoscenza del nemico da fronteggiare (in questo caso il terrorismo dell’IS e di Al Qaeda) che porta ad un coordinamento più efficiente delle operazioni.

Prima dell’avvento dei droni da ricognizione, la raccolta di informazioni avveniva con metodi più complessi e meno sicuri che richiedevano l’impiego di personale in loco. Gli UAV (Unmanned aerial vehicle) hanno riscritto la dottrina dell’intelligence moderna dal 2006 in avanti, trovando la loro massima espressione nel periodo 2008-2009 quando l’eliminazione dei vertici di Al Qaeda riuscì solo grazie al loro utilizzo. Successivamente ad un avanzamento tecnologico e al bisogno di strumenti militare meno onerosi dal punto di vista umano, i droni sono diventati armi vere e proprie con bombe capaci di annientare l’obiettivo dopo la ricognizione.

Con l’accordo italo-americano a Sigonella si apre una nuova stagione di intenso lavoro, la componente italiana è già oberata di impegni derivanti dalla sorveglianza del fronte libico e dal bisogno di monitorare costantemente lo specchio del Mediterraneo a causa dell’arrivo dei migranti. Gli americani garantiscono, da questa base, il supporto alle truppe appiedate in caso di attacco diretto o di minaccia generalizzata in operazione. Con l’escalation delle ostilità in Libia e la situazione sempre più tesa sul fronte siriano, gli uomini delle forze speciali statunitensi si trovano a svolgere attività segretate per monitorare il teatro operativo in modo ravvicinato. A questi uomini, che agiscono nell’ombra e nel più totale riserbo, devono essere garantite prontezza ed operatività dei migliori strumenti militari perché siano adeguatamente protetti nelle zone più avanzate.

I droni  (sia da sorveglianza che armati) rispondono pienamente a queste richieste e inoltre non inficiano la bontà delle operazioni. Uno dei problemi cruciali che riguardano i velivoli a pilotaggio remoto, soprattutto quelli americani, è la scarsa garanzia di tutela degli obiettivi da parte del diritto internazionale che garantisca un processo regolare. Gli obiettivi (detti anche target) sono acquisti e ritenuti eliminabili, non da una giuria o da un giudice incaricato ma da militari stessi.

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