lunedì, Agosto 15

Sigaro Toscano: quel fumo che sa di autocoscienza

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Ma il Toscano non è solo il depositario di una tradizione italiana o una realtà economica virtuosa: il Toscano ha giocato un ruolo insospettabile nella storia del Paese. Le manifatture dei sigari sono state le prime realtà industriali italiane a fare largo impiego di manodopera femminile: dalla seconda metà dell’800 il numero delle sigaraie crebbe in maniera impressionante fino ad arrivare, alla vigilia della Grande Guerra, a 16.000 unità. Con l’ingresso dell’Italia in guerra nel 1915, la situazione cambiò e le donne entrarono massicciamente nelle fabbriche per sostituire gli uomini mandati in trincea; prima della guerra, però, non esistevano realtà industriali in cui la percentuale di impiegate femminili fosse così alta (in molte manifatture tra l’80% e il 90%).

Con l’ingresso nel mondo della fabbrica, iniziarono anche le prime rivendicazioni sindacali. “Tanto dell’emancipazione femminile passa per il lavoro e uno di questi lavori è quello della sigaraia. Anche il primo sciopero femminile italiano è uno sciopero delle sigaraie di Firenze”, ci dice Nesti: siamo negli anni ’60 dell’800, prima dell’organizzazione delle leghe delle mondine nella Pianura Padana. Fu grazie a queste lotte (celebre lo sciopero del 1912-13 a Lucca) che le sigaraie ottennero le prime conquiste sindacali che alleviarono delle condizioni di lavoro estremamente dure (all’epoca erano pagate a cottimo e dovevano produrre milleduecento sigari al giorno, circa tre al minuto). A Lucca si ebbe, agli inizi del ‘900, il primo asilo nido per i figli delle lavoratrici e furono le lavoratrici delle manifatture di tabacchi ad ottenerlo: in pochi anni, nel 1908, se ne contavano altri tre, a Roma, Torino e Chiaravalle; poco dopo ne fu aperto un altro a Cava de’ Tirreni.

Terry Nesti riporta un proverbio romano secondo cui “le sigaraie, belle o brutte, prima o poi si sposan tutte: questo perché non portavano semplicemente una dote, ma portavano un’entrata che continuava ogni mese perché avevano uno stipendio e, per le donne dell’epoca, era sicuramente qualche cosa di straordinario”.

C’è dell’altro, legato in un primo momento alla fruizione popolare, il Toscano si è diffuso in tutti gli strati della società italiana già dalla seconda metà dell’800. In tutti i campi della cultura, dalla musica alla letteratura, dalla pittura al cinema, fino ad arrivare alla politica, il toscano ha trovato grandi estimatori. Musicisti come Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, Pietro Mascagni (a cui è stato dedicato un sigaro), Ferruccio Busoni ed Arturo Toscanini (di cui il 25 marzo ricorrono i centocinquant’anni dalla nascita) fino ad arrivare, in tempi più moderni, a Roberto Vecchioni; artisti come Amedeo Modigliani (anch’egli intestatario di un sigaro) o disegnatori come Altan; scrittori italiani, come Vasco Pratolini, Carlo Levi e Mario Soldati (grande “ideologo” del Toscano e ideatore del ‘Garibaldi’), o stranieri, come Stendhal e George Sand; registi come Pietro Germi, Federico Fellini o Francis Ford Coppola; politici italiani storici, come Vittorio Emanuele II e Giuseppe Garibaldi, fino ad arrivare a personaggi dell’attualità politica presenti in tutti gli schieramenti.

Humphrey Bogart aveva le sue sigarette senza filtro, Fidel Castro i suoi sigari cubani, il Presidente Sandro Pertini le sue pipe: allo stesso modo, il Toscano ha avuto in ruolo nella caratterizzazione di molti personaggi reali e di fantasia. Il maresciallo Benedetto Santovito, protagonista di una serie romanzi scritti da Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli, pensa spesso ai suoi sigari e diversi passi sono dedicati a descrivere le volute del fumo, o l’odore, o la sensazione sul palato.

È celebre l’aneddoto del giovane non fumatore Clint Eastwood che, nonostante le rimostranze, veniva obbligato dal regista Sergio Leone a tenere sempre in bocca un Toscano per caratterizzare il personaggio che lanciò il genere ‘Spaghetti Western’. Oggi Clint Eastwood è un estimatore del Toscano: una sorta di cortocircuito tra realtà e fantasia.

Il fumo del Toscano, dice Nesti, “a differenza di altri tipi di fumo, è un momento quasi di autocoscienza: devi fermare tutto, per degustare il sigaro; non puoi degustare il sigaro mentre stai facendo altre cose. È un momento di pausa che riesci a prenderti all’interno delle frenesie del mondo moderno”. È forse questo il motivo che ha reso il Toscano così diffuso in Italia. Si tratta di una diffusione relativa: un fumatore su dieci fuma il sigaro e ogni anno, a fronte dei cinquanta miliardi di chili di tabacco virginia (utilizzato per le sigarette), vengono prodotti solo cinquantamila chili di tabacco kentucky (utilizzato per i sigari). Si tratta chiaramente di una produzione di nicchia che però ha giocato, e continua a giocare, un ruolo importante nell’immaginario di questo Paese. Ne è sintomo la varietà di coloro che fumano Toscano: ci sono fumatori più giovani o più anziani, è diffuso in tutti gli strati della società, è fumato anche da molte donne: secondo Terry Nesti “è tutto molto legato al rito della degustazione perché ci dà la possibilità, non di prendere un vizio, ma di degustare qualcosa di buono: il sigaro non ama stare da solo e preferisce farsi accompagnare da altri attori dell’enogastronomia”. Per dirla con Carlo Emilio Gadda, ‘è quella volta in cui il fumo conta più dell’arrosto’.

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