lunedì, Agosto 8

Sicurezza urbana: l’orizzonte della sostenibilità

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La veste di «ufficiali del Governo», conferita ai sindaci dall’Art. 54 «Testo Unico sugli Enti Locali» (modificato nel 2008 e nel 2010), è stata ridimensionata dalla Consulta nel 2011, con una dichiarazione di parziale illegittimità costituzionale. La Corte ha circoscritto l’emissione delle ordinanze sindacali a casi eccezionali di «contingibilità» e «urgenza» costituenti una minaccia per l’incolumità dei cittadini. Tuttavia, dagli esiti legislativi e applicativi delle politiche di pubblica sicurezza emerge una tendenza ad estendere il potere dei sindaci. Vari «Patti per una città più sicura» sono stati firmati tra i Prefetti e i Sindaci di diversi capoluoghi provinciali italiani, con l’adesione delle diverse autorità di polizia, non senza frizioni inerenti al riparto di competenze nell’azione concordata, secondo le direttive del Ministero dell’Interno, dai Comitati Provinciali per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica.

Tale dispositivo è previsto anche nella nuova normativa (Art. 5 L. 48/2017), al fine di prevenire «fenomeni di criminalità diffusa e predatoria attraverso servizi e interventi di prossimità» (pensiamo al carabiniere o al poliziotto di quartiere) e condotte «che comunque comportino turbativa del libero utilizzo degli spazi pubblici». In questo scenario, è anche prevista l’istituzione di un «Comitato metropolitano» consultivo in materia, presieduto dal prefetto e dal sindaco (Art. 6).

Le critiche non mancano”, prosegue Coluccia, “quando pensiamo a casi in cui 3 persone riunite in una pubblica piazza possono essere, di fatto, destinatarie di provvedimenti – costituzionalmente illegittimi –  di scioglimento, che spettano unicamente al prefetto, in via eccezionale. La sicurezza presuppone altre condizioni: dobbiamo avere città aperte, non assediate. Certo, la loro geografia ‘naturale’ è muraria, considerando l’impianto storico medievale o romano, ma oggi è necessario costruire una città vivibile, per i cittadini e per gli ospiti”.

Entra in gioco, a questo punto, un nuovo concetto di sicurezza, precisamente elaborato da Coluccia alla luce della sua esperienza di ricerca applicata.

Possiamo definire la «sicurezza sostenibile» come il «grado di vivibilità realisticamente realizzabile all’interno di un sito geografico, in considerazione sia del livello di criminalità sia della diffusione della sensazione di insicurezza e della paura della criminalità nella popolazione, correlate al grado di sviluppo economico e sociale».  Il paradigma della sostenibilità si configura nel suo rapporto diretto con il concetto di «governance», ossia un sistema di strumenti capaci di tradurre operativamente la collaborazione tra i vari stakeholders (enti pubblici, imprese, associazioni) e di costruire progettualità, con l’ascolto rivolto al cittadino. Stiamo parlando di tavoli di lavoro e di confronto. Le agenzie di controllo sociale (le forze di polizia) hanno la funzione imprescindibile di garantire il rispetto dell’ordine pubblico; ma la sicurezza sostenibile declinata dagli enti locali è un’azione complessa, presentandosi come la sintesi della risultanza di molte azioni.

La sicurezza sarà allora imputabile a una pluralità di attori: i comuni, i sindacati, le scuole, le università, le organizzazioni ONLUS. Ciascun attore ha diverse funzioni e poteri di intervento, ma la mission di chi lavora per la sicurezza urbana è assicurare la felicità e il benessere degli abitanti attraverso la ricchezza del territorio. Se la città ha i quartieri centrali o le periferie degradati, se una strada è lottizzata senza un processo di condivisione delle scelte (come continua a succedere a Milano), la ricchezza decade. La governance della sicurezza, in termini di sostenibilità, è posta in essere da soggetti pubblici e privati – dalla polizia municipale alle associazioni di volontariato. I volontari ‘creano sicurezza nei cittadini. Ad esempio, aiutando i bambini ad attraversare la strada all’uscita della scuola o accompagnandoli allo scuolabus, aumentano la percezione della sicurezza da parte delle madri, percezione che influenza il loro modo di osservare la città. Con un ulteriore rinvio alla lezione di Bauman, l’uomo contemporaneo è aggredito dal rischio effettivo, ma anche da tutta una serie di notizie provenienti dal mondo della globalità (i media, la rete). Se capita un fatto in una via di New York, in base a una mia rappresentazione quel fatto potrà replicarsi nella mia realtà, mentre cammino per strada.

Inoltre, lavorare sulla sicurezza non significa affidarsi alla quantità dei reati registrati: i numeri sono bugiardi. Misurare la criminalità in funzione delle denunce equivale a trascurare i motivi stessi della denuncia, che determinano la ‘dignitàgiuridica di quell’atto. Occorre, poi, considerare la sfiducia nel sistema della giustizia, che modifica la fotografia della nostra realtà falsando gli indici”.

Sulla scorta di queste considerazioni, l’opinione della Criminologa sul DASPO è netta: “Il DASPO non servirà a molto, nel senso che con l’allontanamento dalla città non si risolve il problema: lo si sposta soltanto – differendolo nello spazio o nel tempo. Personalmente, non ritengo che queste siano le misure di uno Stato civile.  In tutt’altra situazione, la misura può avere un senso nel suo contesto originario, in quanto destinata a un’area circoscritta, chiusa (lo stadio calcistico), dove si sa perfettamente chi sono i tifosi violenti, schedati in precedenza dalla polizia”.

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