domenica, Dicembre 5

Sicurezza urbana: l’orizzonte della sostenibilità

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All’indomani della sua approvazione, sono prontamente scattate le misure previste dal Decreto-Legge «Disposizioni urgenti in materia di sicurezza nelle città» n.14/2017, vigente dal 21 febbraio scorso e convertito nella Legge n. 48/2017, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 21 aprile. Il Ministro dell’Interno Domenico Minniti ha respinto le accuse di incostituzionalità riferite al provvedimento e diffuse in rete da Roberto Saviano, sottolineando come quel testo normativo sia stato redatto congiuntamente ai Sindaci di diversi Capoluoghi regionali (come Firenze, Cagliari, Milano, Bari) e all’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI).

A inizio marzo, a Milano, è stato notificato il c.d. «DASPO urbano» a tre writer spagnoli muniti di bombolette, sorpresi a pitturare le carrozze sulla Linea Gialla del metrò. La misura è consistita nel divieto di avvicinarsi alle linee e alle fermate della metropolitana per 48 ore.  Per gli amanti dello spray, la nuova disciplina prevede che, in sede di giudizio, la sospensione condizionale della pena potrà essere concessa dal giudice a condizione di ripristinare e ripulire i luoghi o i mezzi interessati.

A Sassuolo (Modena), il 5 maggio, sono state sanzionate, ai sensi dell’Art. 9 del Decreto, tre persone di cittadinanza italiana per avere impedito, pernottando sotto una pensilina della stazione ferroviaria, «la libera accessibilità o la fruizione di aree e infrastrutture pubbliche». Oltre alla sanzione amministrativa di 100 euro, ne è stato disposto l’allontanamento dalla città per 48 ore. In caso di reiterazione delle condotte colpite dal provvedimento, c’è la possibilità, da parte del questore, di vietare l’accesso ai luoghi indicati per un periodo compreso tra 6 mesi e 2 anni.

Il 5 aprile, il Questore di Palermo ha ordinato l’allontanamento di due spacciatori, vietando loro l’ingresso nel centro storico («locali pubblici» e «spazi antistanti») per 3 anni, trattandosi di persone già condannate per la vendita o cessione di sostanze stupefacenti o psicotrope. Nel caso di sentenza definitiva o condanna confermata in appello negli ultimi 3 anni, l’Art. 13 prevede un periodo di ‘bando’ compreso tra 1 e 5 anni.

Il «Divieto di accesso alle manifestazioni sportive» («DASPO»), concepito per contrastare la violenza negli stadi, è stato così esteso al contesto urbano per «chiunque» limiti la «libera accessibilità» di aree urbane infrastrutturali (come stazioni, ponti, aeroporti), aree di interesse storico-culturale, parchi pubblici e aree verdi inclusi nei regolamenti di polizia urbana. La ratio normativa consiste nel trattare pubblica sicurezza e decoro dei luoghi pubblici come un binomio capace di legittimare interventi ad ampio spettro. Intanto, lo strumento ha già conosciuto un successo diffuso in diversi Comuni d’Italia.

Autorità competenti ad applicare le misure contenute nel Decreto sono i sindaci, con un aumento di prerogative e priorità di tutela per i residenti. Per come è strutturata, nella dichiarata urgenza applicativa, la normativa mira a colpire la criminalità che gravita intorno ai centri cittadini, ma anche il fenomeno dei ‘senza fissa dimora’ destinatari degli interventi di sgombero, soprattutto quando non risultino residenti nel comune in cui è scattata la misura.

Andando oltre, il potere di ordinanza dei sindaci, con le inerenti modifiche all’Art. 50 del «Testo unico sugli Enti Locali», si estende ora alla prevenzione di un’ampia gamma di condotte illecite tra loro difformi sia per gravità che per ambito di interessi colpito: «spaccio di stupefacenti», «sfruttamento della  prostituzione»,  «accattonaggio con impiego di minori e disabili»; «fenomeni  di abusivismo, quale  l’illecita occupazione  di  spazi  pubblici,  o  di violenza, anche legati all’abuso di  alcool  o  all’uso  di  sostanze stupefacenti» (Art. 8, co. 1 lett. b).  Il Decreto ministeriale 5 agosto 2008 ha qualificato la «sicurezza urbana» come un «bene pubblico da tutelare attraverso attività poste a difesa, nell’ambito delle comunità locali, delle norme che regolano la vita civile, per migliorare le condizioni di vivibilità nei centri urbani, la convivenza civile e la coesione sociale» (Art. 1).   Nel nuovo testo legislativo, essa è lungamente ridefinita all’Art. 4, includendo – oltre alla «vivibilità» – la prerogativa ‘estetica’ del «decoro delle città», obiettivo di un’azione di «riqualificazione e recupero delle aree e dei siti più degradati», il contrasto alla marginalità sociale e la prevenzione di fenomeni antisociali diffusi e condotte criminali, «in particolare di tipo predatorio».

Il sistema in cui si muove la Pubblica Amministrazione è quello della c.d. «Sicurezza integrata», una serie di interventi attuati, secondo le rispettive competenze e responsabilità, dagli enti territoriali ad ogni livello (Stato, Regioni, Enti locali) e da altri soggetti pubblici, sulla base delle linee-guida decise in Conferenza unificata su proposta del Viminale (competenze dei soggetti, formazione degli operatori, collaborazione tra forze di polizia statale e locale).

Nella dibattito relativo al modello securitario adottato dal nostro ordinamento, c’è da chiedersi se il paradigma dell’ordine pubblico, attraverso la tutela del decoro urbano, non possa risultare di per sé troppo criptico nella giustificazione delle scelte preventive/repressive in materia di pubblica sicurezza.

Si tratta di una domanda ‘urgente’ al pari delle disposizioni da poco entrate in vigore, che abbiamo rivolto alla Prof.ssa Anna Coluccia, specializzata in Criminologia clinica e Ordinario presso il Dipartimento di «Scienze Mediche, Chirurgiche e Neuroscienze» dell’Università degli Studi di Siena.

Il problema della sicurezza”, osserva la Docente, “deve essere declinato in termini sociali, sia sul piano della vivibilità della città che su quello dell’ordine pubblico.  Lo spazio urbano percepito dai cittadini come sicuro è l’effetto di un processo. La gestione della sicurezza, da parte degli enti locali, significa produzione di politiche di welfare, formazione nelle scuole, educazione alla legalità. Questo è il primo aspetto fondamentale. Sul piano dello spazio abitato comune, della geografia urbana definita dall’architettura di una città, conta ‘ciò che si vede’: strade pulite, marciapiedi idonei alla loro funzione, illuminazione… Pertanto, chiunque si occupi di sicurezza urbana ha di fronte una sintesi tra gli interventi di formazione e impegno inerenti allo status di cittadino e un’attenzione attiva per la struttura e l’architettura urbane. Si tratta, in altre parole, di un concetto complesso che non può essere ridotto in termini di controllo sociale da parte delle polizie. Occorrerà invece attivare un civismo consapevole come principio dinamico, capace di attraversare l’intero tessuto sociale, e lavorare sul senso di appartenenza.  

Con queste premesse, risulterà forse più chiara la differenza esistente tra «safety» (la «sicurezza personale» già delineata dal sociologo Zygmunt Bauman, comprendente – in termini effettivi – la nostra incolumità fisica, i nostri affetti, i nostri beni e il nostro entourage) e «ordine pubblico», a pena di cadere nella virata ricorsiva del ‘sindaco-sceriffo’ ”.

In base a uno studio che ricopre il triennio 2008-2010 relativamente a 5 realtà provinciali (Padova, Milano, Firenze, Bari, Reggio Calabria), si è cercato di capire quali «comportamenti, situazioni e fenomeni» connessi al degrado e al conflitto nello spazio urbano abbiano mosso gli amministratori locali (prefetti, sindaci e comandanti della polizia municipale) ad adottare ed eseguire misure in materia di sicurezza.

In particolare, il ricorso dei sindaci allo strumento principe dell’ordinanza si è rivelato generalizzato – benché più intenso al Nord – nell’intento dichiarato di migliorare, nelle nostre città, la citata ‘triade’ vivibilità / coesione sociale / convivenza. Quanto alle motivazioni, a seconda del contesto locale si è posto l’accento sulla somministrazione o il consumo di bevande alcoliche e sulla prostituzione (Milano e Bari), oppure su atti di vandalismo e fenomeni di degrado e disordine urbani (ad esempio, a Padova). Il più delle volte, non è indicato un termine di applicazione, malgrado precise specificazioni sui luoghi laddove si tratti di chiusura anticipata dei locali, di salvaguardia della pubblica incolumità o di sgombero di «campi nomadi» abusivi.

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