sabato, Luglio 24

Sicurezza e Intelligence italiana: è ancora possibile la prevenzione?

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L’episodio verificatosi lo scorso sabato durante la finale di Champions League in piazza San Carlo a Torino, ha spinto il Ministro degli Interni, Marco Minniti, a decidere di alzare il livello di allerta,  annunciando che gli oltre 1.700 eventi previsti per questa estate non avranno luogo qualora le condizioni risultino essere inadeguate. La sicurezza italiana sembra aver bisogno di nuovi strumenti e metodologie capaci di garantire la salvaguardia dei cittadini. L’episodio torinese, oltre ad aver causato 1527 feriti, risulta essere un campanello d’allarme relativo a una minaccia multiforme e in continua evoluzione. Il caso di Torino è il risultato del panico che il terrorismo sta diffondendo in Occidente. Un semplice scoppio – la cui origine deve essere ancora individuata – unito alla paura è riuscito a provocare dei feriti, e non pochi.

Le Forze di Sicurezza oggi si devono confrontare con una minaccia che ha diffuso nella popolazione un grado di preoccupazione e terrore senza precedenti. I Servizi di Intelligence sono uno strumento fondamentale per contrastare la minaccia del Daesh, ovvero un pericolo reale e psicologico, che ad oggi risulta essere di scarsa prevedibilità. Gli attacchi dei ‘lone wolves’ che si sono verificati negli ultimi giorni a Londra, e quello di ieri a Parigi, per esempio, indicano, infatti, come il fenomeno sia imprevedibile e diffuso. Ma quali sono le principali sfide per l’Intelligence italiana in relazione a questo fenomeno? E come l’apparato politico e legislativo italiano ostacola il lavoro dei Servizi Segreti italiani nella prevenzione e contrasto al terrorismo estremista del Daesh? Lo abbiamo chiesto alla nostra fonte C.P. , la cui lunga esperienza nel settore dei Servizi italiani ci aiuta a capire i nuovi parametri e le sfide che l’Intelligence italiana è chiamata affrontare.

 

Quali sono le principali sfide di oggi per l’Intelligence italiana?

Sicuramente quelle tradizionali, come il terrorismo jihadista, che più che emergente direi consolidato ormai, e anche il contributo alle attività di contrasto alla criminalità organizzata, soprattutto per la cattura dei grandi latitanti. Si tratta di richieste di grande spessore per l’interno e anche per l’estero. Un’altra grande sfida riguarda l’attività dello spionaggio. Non bisogna dimenticare che l’Intelligence fa spionaggio, al di là della ricerca che è in tutti i campi, e controspionaggio. Il sistema italiano è sempre stato un po’ un’anomalia nel quadro generale mondiale, in quanto era l’unico Stato in cui il controspionaggio veniva esercitato da chi, invece, doveva eseguire lo spionaggio, cioè dal servizio di offesa, e non di difesa. Generalmente si dice Servizio interno e Servizio esterno, e la legge 124 del 2007 ha recepito questa distinzione di massima, che in realtà non è così, nel senso che la denominazione corretta, soprattutto dal punto di vista dell’esperienza anglosassone- è tra Servizio di difesa e Servizio di offesa. L’MI5, è un servizio di sicurezza e di difesa, non a caso il suo nome è British Security Service, mentre il SIS, ovvero il Secret Intelligence Service, è il servizio di offesa. Quindi, interno o esterno è relativo, nel senso che l’MI5 può avere – come infatti ha – delle strutture all’estero, perché deve tutelare determinati interessi che attengono alla sicurezza interna, viceversa il così detto servizio esterno in realtà può operare sul territorio nazionale perché ha una proiezione di Intelligence, quindi di attacco e di spionaggio. Quindi, nelle priorità dei Servizi italiani, rientra sicuramente il controspionaggio, cui obiettivo è la difesa di tutti gli interessi nazionali in senso lato – politici, economici, finanziari, di sicurezza pubblica – e spiare gli altri, cioè raccogliere informazioni utili per orientare la politica nazionale. La principale sfida sostanzialmente è questa, e negli ultimi anni si è inserito prepotentemente il filone dell’economico-finanziario, in quanto la minaccia economico-finanziaria è una delle minacce peggiori che lo Stato possa subire.

All’Interno del settore ci sono innumerevoli controlli nei confronti degli operatori, degli ufficiali e delle fonti. C’è un limite tra la sfiducia e la prevenzione?

Scivoliamo su un campo direi quasi puramente psicologico, nel senso che sta all’equilibrio dell’operatore tenersi sul limite tra la fiducia, la sfiducia oppure la paranoia. E’ chiaro che anche caratterialmente si può influenzare questo tipo di attività, nel senso che può esserci l’operatore più diffidente, che quindi scivola nella paranoia, e vede una minaccia dappertutto, o quello più ingenuo, che, invece, non vede la minaccia. Io mi iscriverei a quest’ultimo gruppo, soprattutto memore dell’esperienza che ho avuto passando dal Servizio, diciamo così, di difesa a quello di offesa. Mi sono reso conto che effettivamente l’attività all’estero è molto più delicata e attenzionata da parte degli altri Servizi. Ho dovuto abbandonare il mio atteggiamento naïf, trovandomi a confronto con situazioni molto diverse. E’, quindi, difficile stabilire un limite, non c’è un confine fisso, è sempre un attività ‘border line’, a volte si va più da un lato, a volte dall’altro, e se dovessi indicare un criterio unico di discrimine tra i due orientamenti sarei in grossa difficoltà.

E come si sta muovendo l’Intelligence italiana in riferimento allo Stato Islamico?

Si sta muovendo in senso politico, un po’ com’è avvenuto, tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, con il contrasto al fenomeno mafioso. C’è stato un salto di qualità, cioè si è cominciato a capire che il fenomeno non può essere confrontato soltanto a livello di Polizia e Magistratura. L’attività di contrasto non può partire soltanto dal fatto conclamato, cioè dal reato commesso, bisogna risalire a monte, cosa che, ad esempio, il Generale Della Chiesa aveva cominciato a fare, e probabilmente è uno dei motivi che hanno portato poi a decidere di ucciderlo. Si trattava, infatti, di un’attività molto penetrante, come quella che sta portando avanti la moglie rimasta vedova di uno dei capo-scorta di Falcone. La sua attività consiste nel girare per le scuole, insegnano la cultura della legalità. E’ un lavoro culturale che si fa nelle scuole e che deve essere fatto prima che il reato venga commesso. Questo tipo di attività nelle scuole non può essere naturalmente fatta dai Servizi, perché i ragazzi vengono già indottrinati nelle madrasat afghane o irachene. Per quanto riguarda l’estero, bisognerebbe incrementare gli accordi internazionali e le attività di concerto con i Servizi locali, trovando naturalmente un Servizio che collabora e che sia affidabile. A livello locale è importante spingere molto sull’integrazione, intesa non come cessione di sovranità o di giurisdizione sulle comunità locali che si insediano in Italia. Si tratta, quindi, di un fattore culturale e su questo ovviamente l’Intelligence si sta attrezzando, spingendo sul potere politico per quello che può fare, come anche a livello di consulenza. E’ importante che i Servizi di intelligence continuino a esercitare una pressione e un convincimento sulle Autorità politiche, affinché il Governo, in qualche modo, attui una politica di integrazione basata su uno sviluppo culturale. Le nostre Forze di Sicurezza a livello europeo e internazionale hanno fatto scuola riguardo gli aspetti relativi allo sviluppo culturale. Nell’attività di contrasto al terrorismo endogeno noi abbiamo fatto grandissimi passi avanti, abbiamo addirittura insegnato determinate tecniche e strategie per contrastare il fenomeno, e siamo stati in grado di debellare questi fenomeni grazie anche a questa crescita culturale delle stesse Forze di Sicurezza.

Nei Servizi, il reclutamento di una fonte ha una durata temporale stabilita?

A livello temprale il reclutamento di una fonte non è quantificabile, in quanto varia da fonte a fonte, o anche in base alle situazioni sul terreno, nel senso che se io devo capire quali contatti ha una persona che vive in un ambiente ostile anche sul territorio nazionale, è ovvio che impiegherò più tempo per arrivare a determinati risultati. Se ho degli strumenti che mi consentono di facilitare questo compito, anche a livello di conoscenze  – ovvero ho accesso a una cerchia di persone conoscenti del soggetto – posso avvicinarmi in senso figurato al soggetto stesso e capirne un po’ il profilo, guadagnando molto tempo.

E’ possibile arrivare a una fiducia somma zero – ovvero completa tra fonte e funzionario?

Direi di si, io ha avuto esperienze positive in questo senso, anche negative ovviamente. Si può, però, arrivare alla fiducia totale, una volta che si è consolidato il rapporto e si sono avuti riscontri, e che si entra in sintonia con la persona, sintonia che deve essere reciproca.

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