giovedì, Dicembre 2

Sicurezza alle frontiere: un rebus ‘sovrano’ Come si muoverà il nuovo Governo sulla tutela del limes esterno? Incognite politiche e strutturali. Risponde Alessandro Quarenghi, Professore di Relazioni internazionali dell’Università Cattolica di Brescia

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Come si fa ad agire su questi tre ambiti e quale privilegiare?

Se l’arrivo dei migranti è costruito, secondo la comprensione interna, come una questione di sicurezza – una questione che va avanti in tutti i Paesi, fin dalla fine della Guerra fredda -, si dovrebbe cambiare la percezione sociale con una serie di politiche molto complesse e di lungo periodo, capaci di trasformare l’immagine del migrante da soggetto che causa problemi a risorsa umana che risolve problemi. Un percorso che, politicamente, è complicato da attuare perché è lungo ed esula dalla capacità politica di proporlo: è più semplice ricercare soluzioni più veloci. Se, invece, si parla del luogo di partenza, anche quello è particolarmente complicato: il discorso sulla gestione della sicurezza nell’UE, fino al 2012, reggeva perché si cooperava con gli Stati: si chiudeva un occhio ogni tanto su quel che succedeva, ma i numeri (limitati) consentivano questo sistema, anche se già allora gli Stati nazionali – Italia compresa – siglavano intese bilaterali, non cioè in ambito UE.

Quando saltano gli Stati, salta tutto. Mentre aumenta il numero di migranti…

Come fa uno Stato ad agire nei luoghi di partenza se non ha una controparte statale con cui trattare?

Non può. Si può fare come ha fatto Minniti, tentando di continuare a gestire a distanza, con interlocutori ‘belli’ o ‘brutti’. Ossia: si diminuisce il flusso dei migranti temporaneamente, risolvendo il problema sul piano politico interno, ma lo si fa con tutte le storture dal punto di vista etico e umanitario.

Fondamentalmente, non potendo agire né a casa né ‘là’, si trasferisce l’intervento ‘nel mezzo’: lungo il percorso qualcosa si può fare. Si sono modificate le varie regole, le competenze, si sono poste diverse agenzie, una più dedita ai traffici illegali, l’altra al soccorso in mare, con l’assistenza della Marina militare italiana. Ancora, si possono aprire i porti maltesi e si potrebbero persino obbligare – finora non è avvenuto – Francia e Spagna ad aprire i porti. Tuttavia, si tratta di uno solo dei tre segmenti e qui non c’è moltissimo da fare, nel senso che le persone che arrivano in mare devono essere soccorse: è un dovere imposto dal diritto umanitario marittimo e anche il diritto del mare. Una volta soccorse le persone, è qui che torniamo alla precedente domanda: possiamo parlare di come può cambiare l’impostazione del nuovo Governo italiano. La vecchia impostazione era: non possiamo far nient’altro che accettarli sul territorio, costretti dal ‘Sistema Dublino’, a tenerli almeno finché non si sia deciso se hanno diritto o meno all’asilo. Non riusciamo a fare questo perché sono troppi? Abbiamo problemi a farlo, a far funzionare l’accoglienza o ad avviare procedure di rimpatrio: non è un problema di numero, ma di efficienza.

Ciò che può fare il nuovo Governo – questa sembra la tendenza – è, sotto i due profili, non tenerli più e non farli arrivare. Se, ad esempio, le promesse avanzate dalla Lega in campagna elettorale dovessero tradursi in proposta concreta, l’unica opzione fondamentalmente diversa rispetto alle precedenti direttrici del Governo Gentiloni sarà questo tipo di azione: non li facciamo arrivare e, nel caso in cui dobbiamo salvarli, li rimandiamo indietro.

Cosa significa ‘non farli arrivare’?

Significa che li facciamo morire. Oppure li riportiamo dove sono salpati – dove è possibile o probabile che muoiano – e lo facciamo di forza: anche senza un accordo con l’autorità legittima di uno degli Stati della sponda sud-mediterranea.

Il Governo libico non ha soggettività sufficiente per il diritto internazionale?

Il problema non è solo firmare un trattato, ma essere in grado di farlo rispettare: è un problema di statualità da ricostruire… Oppure si invade il Paese e si fa in modo che le persone non partano: tale è la proposta neo-colonialista avanzata da CasaPound per la Libia. Teoricamente, e in termini di opzione strategica avulsa dal contesto, si blocca la ‘minaccia’ alla fonte (che è ‘fonte’ solo nella mente del soggetto che la percepisce): o hai uno Stato funzionante con cui dialogare, oppure fai tu lo Stato, quindi fai una colonia. Non sto affatto dicendo che sia una soluzione razionale.

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