giovedì, Agosto 5

SIC alla ricerca dei talenti cinematografici Parla Francesco Di Pace, delegato generale della Settimana Internazionale della Critica

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La SIC ʻSettimana Internazionale della Criticaʼ  si prepara a tagliare quest’anno il traguardo del suo trentesimo compleanno. Per chi ancora non avesse avuto modo di conoscerla, si tratta di una sezione indipendente della ʻMostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Veneziaʼ dedicata esclusivamente alle opere prime, fondata nel 1985 da Lino Micciché.
Nel tempo si sono passate la mano diverse commissioni, tutte accomunate, però, dall’impegno di «trovare in ambito internazionale registi in grado di operare un rinnovamento del cinema, di scoprire talenti disposti con coraggio, e anche con una certa incoscienza tipica del momento dell’esordio, ad anticipare tendenze e non a incamminarsi su strade rassicuranti». Si deve alla Sic la scoperta di cineasti come Olivier AssayasDesordreʼ) o Abdellatif Kechiche (con ʻTutta colpa di Voltaireʼ), giusto per citare due nomi di registi stranieri oggigiorno molto affermati. In campo italiano ha dato spazio agli esordi di registi come Carlo MazzacuratiNotte italianaʼ), Roberta TorreTano da morireʼ) o ancora Antonio Capuano con ʻVito e gli altriʼ con cui vinse nel 1991. Quest’ultimo, a distanza di ventiquattro anni, torna con un’opera che dimostra con coerenza l’iter di un regista che non si è mai piegato a certe logiche, coltivando il suo personalissimo modo di fare cinema. Un evento speciale animerà i giorni settembrini del programma: la proiezione di ʻOrphansʼ di Peter Mullan, scelto dagli iscritti del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani come «la migliore opera prima presentata nel corso di questi trent’anni di cinema».

 

Abbiamo intervistato Francesco Di Pace, il delegato generale della commissione di selezione, il quale ci ha raccontato il lavoro compiuto con i suoi colleghi (Nicola Falcinella, Giuseppe Gariazzo, Anna Maria Pasetti, Luca Pellegrini), toccando anche temi spinosi come lo stato di salute del cinema italiano, la circuitazione e molto altro ancora.

Quale criterio avete adottato per la selezione delle sette opere prime in concorso?
La Settimana è una sezione che seleziona le opere prime e, da un po’ di anni, il nostro criterio è quello di andare alla ricerca di nuovi registi e nuovi talenti, di un modo originale di fare cinema che possa essere più coraggioso e più rischioso di tanti altri cinema che si vedono in giro. Detto ciò, appunto, continuiamo a scegliere film che ci piacciono molto, che rispecchiano un po’ vari territori geografici presi in considerazione cercando di privilegiare laddove vediamo coraggio e nuovi linguaggi.

Come si fa a selezionare dei film che siano esempio dello stato di salute di quella determinata cinematografia e che, allo stesso tempo, si rivelino dei precursori?
Si combina un po’ per caso. A noi arrivano film da tutte le parti del mondo, ovviamente i territori dove si produce più cinema son quelli che creano il maggior numero di opere prime, ad esempio da Francia, Germania o Inghilterra ci giungono tantissimi titoli. È chiaro che quando si va a considerare territori come il Nepal o l’Africa o la zona remota dell’Australia che troviamo quest’anno, ecco quei titoli si rivelano degli eventi fortunati; di solito, poi, queste ultime produzioni hanno sempre bisogno di una co-produzione per vedere la luce. Se pensiamo al lungometraggio nepalese, esso ha una co-produzione con Francia e con Germania, Min Bahadur Bham è un regista nepalese che probabilmente ha studiato nel suo Paese d’origine, ma anche all’estero, in questo caso siamo molto contenti perché non c’era mai stato un film nepalese alla ʻMostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Veneziaʼ.

Ci può dire quali sono i punti di forza di ogni pellicola scelta?
Partendo dal film di pre-apertura ʻJiaʼ (The Family/Famiglia) potremmo dire che Liu Shumin sembra un regista non esordiente, ha una maturità espressiva che sembra cinema classico orientale, ci ha ricordato molto ʻViaggio a Tokyoʼ di Yasujiro Ozu. Per quanto riguarda il film di chiusura, ʻBagnoli Jungleʼ di Antonio Capuano, credo che il punto cardine stia nella sua libertà espressiva che è bello ritrovare in un regista che ha più di settant’anni. Facendo una panoramica sui film in concorso: ʻAna yurduʼ (Motherland/Madrepatria) di Senem Tuzen, il film turco, ha una drammaticità molto forte nell’esaminare un rapporto madre-figlia alquanto intenso e problematico. Per ʻBanatʼ (Il viaggio) di Adriano Valerio è il talento visivo del regista, difficilmente riscontrabile negli esordienti italiani che siamo abituati a vedere. Lui è un regista che sa dove mettere la macchina da presa, sa far parlar le immagini e non soltanto gli attori. Per la pellicola nepalese, ʻKalo Pothiʼ (The Black Hen/La gallina nera), il punto di forza sono i due bambini che percorrono tutto il film con l’ostinazione di voler salvaguardare la vita della loro gallina pur all’interno di uno scenario politico molto forte come la guerra civile tra governo e guerriglieri maosti svoltasi sul finire degli Anni ’90.
Per quel che riguarda il film inglese, ʻLight Yearsʼ (Anni luce), possiamo dire che anche qui abbiamo trovato una regista, Esther May Campbell, abile nell’esprimere un mondo come messa in scena e, in secondo luogo, sono molto bravi i tre ragazzini. In ʻMontanhaʼ (Montagna) di João Salaviza c’è il fascino del cinema portoghese, dal ritmo lento, dilatato, ma, allo stesso tempo, molto intenso nel rappresentare un romanzo di formazione. ʻThe Returnʼ (Il ritorno) di Green Zeng ha un’estetica molto raffinata e la capacità di restituire, con questo stile, l’immagine di un Paese in grande trasformazione e, infine, ʻTannaʼ. Si tratta di un mélo straordinario, anche perché vi recitano gli esponenti di quella popolazione, sono delle tribù vere che abitano in quell’isola. I due registi, Martin Butler e Bentley Dean, hanno un trascorso da documentaristi, sono degli etnografi perciò hanno lavorato tanto sulle popolazioni e hanno saputo farli recitare, facendo mettere in scena le vicende di un popolo.

Riallacciandoci a questo, negli ultimi tempi sembra che sia proprio una nuova tendenza l’esordire nell’opera prima dopo un lungo percorso da documentarista. Lei che ne pensa?
Ci capita continuamente di vedere film girati da documentaristi che realizzano la loro opera prima di finzione. È una convenzione che si fa tra i festival internazionale quella di considerare un’opera di finzione ancora un’opera prima anche se il documentarista ha fatto dei lungometraggi prima. Rispetto a ciò che riscontro, posso dire che quest’anno, in particolare, abbiamo avuto un po’ più di difficoltà con i documentaristi, soprattutto italiani, che esordivano con il lavoro di fiction. I loro film ci hanno convinto un po’ di meno, non accade sempre, si verifica quando il documentarista non è in grado di maneggiare la drammaturgia del proprio film e quindi risente un po’ della sua origine di documentarista e quando deve mettere in scena una drammaturgia di finzione trova delle difficoltà. Nel caso dei due documentaristi australiani è un esempio felice di approdo. Certamente questo passaggio dal documentario alla fiction credo che continueremo a vederlo anche negli anni a venire.

Un’altra direzione sottolineata di recente è rappresentata dal passaggio degli attori dietro la macchina da presa…
Sì sicuramente c’è; ma, in generale, possiamo dire che gli esordienti o provengono dal cortometraggio o dal documentario o sono attori che mettono a frutto la voglia di esprimere finalmente quello che hanno dentro e lo fanno con il primo film. Non è una tendenza nuova e non finirà nel futuro.

Però è innegabile che, nell’ultimo periodo, gli attori che hanno scelto di diventare registi hanno avuto risalto, forse perché più noti se si pensa a Lo Cascio o Gassman…
Forse l’attore ha più mezzi oggi, prima si dedicava alla recitazione e basta, adesso l’attore è incuriosito da tante modalità espressive per cui immagino che la voglia di realizzare una propria opera venga ancora più spontaneamente.

Spesso il cinema d’autore viene visto come di nicchia. Pensando anche ai vostri obiettivi, al lavoro che fate in vista della Settimana della Critica, ma non solo, come si fa a non cadere in questa logica di nicchia e a far arrivare l’autorialità a un pubblico più numeroso?
Noi facciamo ciò che è in nostro potere. Questi film vengono presentati a Venezia, certo a un pubblico festivaliero, però allargato. Chi viene a vedere la Settimana della Critica sa di trovarsi di fronte dei film d’autore, che fanno ricerca, però, le sale sono piene per cui a Venezia l’attenzione c’è, è ovvio che questo periodo della Mostra è una vetrina. Noi ci auguriamo che questi film acquisiscano una distribuzione soprattutto italiana perché solitamente quella internazionale ce l’hanno. A noi sta molto a cuore la circuitazione dei film, ci sono le rassegne come Venezia a Roma e a Milano, noi, in particolare negli ultimi anni, abbiamo cercato di far girare le opere in tutto il Veneto e nel Trentino, poi spetta agli altri.

Voi avete visionato più di quattrocento opere prime per cui immagino che vi sarete fatti un’idea sullo stato di salute anche del cinema italiano rispetto alla cinematografia straniera…
È sempre una nota un po’ dolente quella relativa al cinema italiano, è quello che ci dà più difficoltà probabilmente perché siamo anche un po’ più esigenti in quanto lo conosciamo di più, è il cinema del nostro Paese. Forse, in certi casi e lo dico anche facendo un po’ di autocritica, quando vedi un film di un’altra nazione sei disposto a crederci di più, mentre sul film italiano sei molto più esigente. La seconda difficoltà è che, obiettivamente, come livello medio di opere prime che vediamo, il cinema italiano non raggiunge quella media rappresentata da cinematografie come quella francese, orientale o dell’America Latina. Lì c’è, probabilmente, una maggiore volontà di investire sui giovani autori, non costringendoli dentro delle gabbie espressive, cosa che spesso, invece, si verifica in Italia, dove si investe poco e quando lo si fa, capita che il produttore chieda di renderla maggiormente commerciale. Tutti questi aspetti condizionano, in parte, l’espressività di un giovane regista che vorrebbe esordire facendolo adeguare a quelle che sono le possibilità che ha. Se ci fossero una maggiore libertà e coraggio da parte dei produttori, potremmo vedere dei risultati nel giro di pochi anni.

Lei scrive nel comunicato: «Quanto sia cambiato il cinema, nel corso di questo periodo, è sotto gli occhi di tutti: sono cambiate le possibilità produttive per un regista esordiente, certamente in meglio per un accesso al mezzo più agevole e ‘leggero’; in peggio per la contrazione di investimenti economici, siano essi pubblici o privati». Oggi, col digitale, estremizzando, chiunque può alzarsi la mattina e dire: voglio realizzare un film… Cosa può dirci a riguardo?
È vero che c’è più possibilità per fare cinema, è anche vero che, forse, delle cose sarebbe meglio che rimanessero nell’ambito delle velleità non sviluppate.

Quindi come si fa a equilibrare?
Credo che alla fine sia la legge del mercato che, per quanto abbia degli aspetti negativi, porta alla possibilità di vedere quei lavori capaci di camminare coi propri piedi e con una dignità. Per quanto riguarda la diffusione, da una parte è positiva quest’opportunità di vedere i film on demand, dall’altro lato ciò significa la morte delle sale, le quali privilegiano sempre di più il blockbuster e il cinema d’autore va un po’ scomparendo.

Vi siete fatti come regalo una nuova sigla, realizzata da Alessandro Rak (l’autore de ʻL’arte della felicitàʼ, che proprio alla SIC ebbe il suo battesimo), il quale ha dichiarato: «La sigla non è che un sospiro serale: dalla veglia si va alla notte di un cinema nuovo, senza stelle note ad orientare giudizi e pregiudizi, solo la necessità di una rotta nuova». Dopo questi trent’anni ci sono nuovi obiettivi per la SIC?
La rotta nuova si può sempre prendere, in tutte le cose, poi si può sbagliare rotta e arrivare in un altro posto. Secondo me la SIC deve continuare ad avere questa direzione e se possibile migliorare quelle che sono le sue carenze, non nel senso di progettualità o intenzioni, ma più organizzative. Dovrebbe avere più sponsor che credono in questa sezione per acquisire un po’ più di visibilità all’interno, sempre, della Mostra del Cinema. Detto ciò, credo che quello che ha fatto la SIC negli ultimi trent’anni sia la direzione giusta, è fondamentale che faccia del bene al giovane cinema d’autore, a quello di ricerca, l’importante è non fare passi indietro. Poi non andrei tanto nella definizione di nuovo, per me non è importante fare qualcosa di nuovo, bisogna soprattutto resistere perché sono anni in cui è facile essere spazzati via da un degrado culturale imperante. Il fatto stesso che si esista e con questa qualità, a mio parere, è una delle maggiori qualità di una sezione qual è quella della ʻSettimana Internazionale della Criticaʼ perciò resistere e andar avanti senza paura è ciò che dobbiamo perseguire.

 

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