martedì, Ottobre 19

Siani e malati

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Il 23 settembre 1985 veniva ucciso Giancarlo Siani, cronista ‘precario’ de ‘Il Mattino’ di Napoli. ‘Clandestino’, come più crudamente, e giustamente, ricorda Paolo Siani, il fratello, medico e Presidente della Fondazione Polis, della Regione Campania, che si occupa di Vittime innocenti della criminalità organizzata e Beni sequestrati alla stessa.

Sono passati trenta anni, e qualcosa, da quel giorno, ma la vita recisa di Siani ha dato frutto. Ed oggi possiamo dire che se da una parte ci sono ‘i Siani’, dall’altra ci sono i malati. Che sono, in gran parte e soprattutto per quello che ci riguarda in questo momento, quelli dell’informazione. Già allora ‘Il Mattino’ aveva ‘sottovalutato’ la notizia. Si elevò poi una sorte di ‘barriera di sicurezza’ sul suo nome. Non se ne poteva parlare, e peggio. Ci volle l’avvento alla guida del quotidiano napoletano di Sergio Zavoli, nell’estate del 1993, per rivalutarne e mettere appieno in luce la figura dopo la gestione di Pasquale Nonno.

Il crimine di Siani era stato provare a raccontare la realtà della criminalità napoletana, processo per processo, crimine per crimine. Consumando la suola delle scarpe.

Paolo Siani dice oggi: «Uccidendolo hanno fatto un pessimo affare. I ‘figli’ di Giancarlo sono tutti quei ragazzi, molti ormai non più tanto ragazzi, che si sono impegnati a raccontare quella realtà, quelle realtà». Giornalismo, informazione, criminalità, rappresentano i tre vertici di un triangolo, strettamente collegati tra loro. Rompere quel legame significa ridare spazio e respiro ad un diverso modo di essere e lavorare. Di sperare. Di operare.

Le sue inchieste scavavano sempre più in profondità, tanto da arrivare a scoprire la moneta con cui i boss mafiosi facevano affari. Siani con un suo articolo accusò il Clan Nuvoletta, alleato dei corleonesi di Totò Riina, ed il Clan Bardellino, parte della ‘Nuova Famiglia’. Volevano spodestare e vendere alla polizia il boss Valentino Gionta, divenuto pericoloso, scomodo e prepotente, per porre fine alla guerra tra Famiglie. Ma le rivelazioni, ottenute grazie ad un suo amico carabiniere e pubblicate il 10 giugno 1985 indussero la Camorra a sbarazzarsene.

In quell’articolo Siani ebbe modo di scrivere che l’arresto di Gionta fu reso possibile da una ‘soffiata’ che esponenti dei Nuvoletta fecero ai carabinieri. La pubblicazione suscitò le ire dei fratelli Nuvoletta, che agli occhi degli altri boss partenopei e di Cosa Nostra (di cui erano gli unici componenti non siciliani), facevano la figura degli ‘infami’, che contrariamente al codice degli ‘uomini d’onore’ intrattenevano rapporti con le forze di polizia.

In quel giorno di settembre, appena giunto sotto casa con la propria auto, Siani venne ucciso. Fu colpito 10 volte in testa da due pistole Beretta 7.65mm: l’agguato avvenne attorno alle 20.50, a pochi metri dall’abitazione, in Piazza Leonardo-Villa Majo, quartiere napoletano del Vomero. Così si credeva di averlo definitivamente azzittato. In realtà veniva portato a ‘parlare’ probabilmente più di quanto avrebbe potuto personalmente fare. In occasione dei trenta anni da quel crimine, ‘Il Mattino’ ed il suo attuale Direttore, Alessandro Barbano, hanno colto l’occasione per ricordarlo, ricordando nel dettaglio anche quanto aveva fatto. E anche oggi, anche noi. Ripartire da Siani e dal suo lavoro è indicazione operativa per chi vuole concretamente sapere e ricostruire come stanno le cose. In qualsiasi campo.

 

 

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