lunedì, Aprile 19

Siamo uomini o caporali … del digitale Dal fordismo della fabbrica ai fattorini delle piattaforme digitali, dando un’occhiata sguardo attraverso la lente dei riders

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Pensiero lento vs velocità elettronica

I can’t breathe (sussurrava il cittadino americano ma di pelle nera George Floyd al poliziotto squadrista che lo ha ucciso volontariamente per soffocamento a Minneapolis con un ginocchio per 8 minuti e 46 sec. sul suo collo. Nell’incivile America in apparenza democratica, che criminalizza da 400 anni gli esseri umani neri dalla schiavitù alla segregazione razziale)

Oggetto: a metà maggio del fatidico anno del virus 2020, la Procura di Milano ritiene Uber Italy Spa ed una struttura che funge da intermediaria nella ricerca di forza lavoro colpevoli di aver operato in regime di caporalatonei confronti deirider’ (parola evocatrice, di chi corre), in realtà fattorini, pescando tra molti stranieri rifugiati in stato di estrema difficoltà pagandoli 3 euro (!) a consegna di cibo, che possono arrivare a 4-5 a consegna più una quota per i chilometri percorsi. Il tutto avviene nella Milano ex da bere di craxiana memoria (che poi si sono pure mangiati…), oggi piegata dal corona virus.

Giova ricordare, su ciò si fonderebbe l’accusa, ciò che recita l’art. 600 del Codice Penale: «Chiunque riduce o mantiene una persona in uno stato di soggezione continuativa, costringendola a prestazioni che ne comportino lo sfruttamento compie il reato di riduzione in schiavitù. La riduzione nello stato di soggezione ha luogo quando ci si approfitta di una situazione di vulnerabilità o di una situazione di necessità» (corsivi miei).

Se chi legge pensa che ciò vada attribuito a Nazioni e contesti geografici a noi lontani e che, soprattutto, sarebbero fenomeni addebitabili a contesti produttivi economici e culturali propri di società arcaiche, si troverà dinanzi ad una duplice smentita rispetto alle informazioni in suo possesso.
Parliamo di quella che tutti si ostinano a voler chiamare ancora l’eccellenza d’Italia dopo lo scandalo morale e mortale delle sue migliaia di morti, avvenuto, soprattutto per i suoi (forse) incapaci e forse responsabili, ce lo diranno le inchieste oggi aperte, amministratori regionali, ma anche nel suo Sindaco. Tutti a sbraitare per settimane che Milano non poteva e non chiudere. Il motivo? Essere la locomotiva d’Italia, vero, e quindi, come dicevano i solerti imprenditori, la produzione non poteva essere fermata. E noi che pensavamo che gli schiavi stessero soltanto nelle meno progredite Puglia nei campi nella filiera agroalimentare, altro vanto italiano, o in zone della Campania,Calabria, Sicilia!

Il tema, dunque, concerne l’emergere di una dinamica sociale che molti ritenevano facesse parte di un passato ormai lontano, di un diverso tempo,luoghi e protagonisti, ma con un unico oggetto: il lavoro con i suoi cambiamenti, individuali e collettivi, che oggi sempre più si declina nel tema della risorgenza della schiavitù sotto altre spoglie nel tempo che,erroneamente, è stato chiamato di post-fordismo, ovvero dismessa l’era della concentrazione di migliaia di lavoratori nelle fabbriche, fino alla sua frammentata individualizzazione. Ciò dà luogo alla formazione di un nuovo aggregato vasto e variegato che assume oggi il termine diinvisibili’.
Milanesi e ‘prima gli italiani’ di beota leghistica memoria o stranieri lì, in Puglia ed in altre regioni italiane. Nostri giovani figli o giovani stranieri, tutti (dis)uniti a svolgere lavoretti sempre più sfruttati, per periodi sempre più lunghi, e per un numero sempre maggiore di soggetti.

Il fatto che noi pensiamo a ‘Spartacus’ di Stanley Kubrik con un grande Kirk Douglas ci lascia nella mente l’idea che l’ individuo reso schiavo sia colui o colei il/la quale porti dei ceppi o delle catene a segnalarne lo stato di sottomissione. Oggi quelle catene sono invisibili, appunto come loro, e noi li vediamo sfrecciare a forte velocità vicino a noi nelle strade percorse da tutti, nelle città come nelle campagne. Tutto ciò rende l’attenzione più difficile e lo sguardo più affinato per comprendere.

E faticano tanto nel commercio, vedasi la tanto utilizzata Amazon con ritmi di lavoro talmente massacranti dovendo correre, sì correre, nei centri di distribuzione di tutti i beni di cui godiamo l’arrivo nelle nostre case in 24-48 ore.
Per cui
dopo 2-3 anni i ragazzi defezionano perché distrutti, senza guadagni significativi se non quelli per sopravvivere, in attesa di un contrattino di sfruttamento da qualche altra parte.
Oppure nell’edilizia, settore da sempre tra i più illegali dove si muore con facilità, nei segmenti del terziario. Consapevoli spesso di essere schiavi, ma privi di tutele, unità
e forza per cercare di contrastare amministratori di società con indirizzi legali o fiscali dall’altra parte dell’Oceano. Dunque,sottomessi in uno stato di soggezionecontinuativa’ come recita il citato cp.
Insomma, in sintesi e senza falsi infingimenti,
si misurano due forze ampiamente disparitarie: giganteschi profitti, sovente esentasse, contro vite singole.

Se torniamo con la mente alle scene televisive nei cupi ‘gelidi’ giorni di chiusura totale della città di Milano, assurta suo malgrado al triste primato come tutta la Lombardia, forse ricorderà che gli unici umani, quasi come gli zombies nel notevole ‘La notte dei morti viventi’ alla George Romero, ma molto più veloci, che percorrevano le strade della metropoli, erano i riders, termine bello evocativo di corsa autonomia libertà che suona meglio di fattorini, per varie società con la consegna di cibo a domicilio, colossi globali con apprezzate facilitazioni ovunque nel mondo. Una nuova forma di servitù per le chiusure costrette nelle case a difesa di un virus diffusosi in modo sistemico nella città meneghina e non solo.

Ma chi sono i protagonisti involontari di questo disorganizzato, individualizzato ed atomizzato esercito di nuovi schiavi? Sonoragazzi/e tra i 25 ed i 35 anni, ma in altri comparti anche più giovani, di prevalente istruzione medio-alta, senza alcuna norma a tutela della propria persona, con pezzi di carta chiamati per comodità contratti. Sono qualcosa come 3 milioni e 700 mila italiani, e contano, udite udite, per il 4,5% del nostro Pil (qualcosa come 80 miliardi ca. di euro, una cifra colossale! ‘La Repubblica’, 14 giugno 2020).
L’attività è frenetica e produce stati d’ansia continui alla ricerca continua delle ‘ore’, ovvero dei clic da aggiudicarsi velocemente contro gli altri riders, tutti avversari tra loro, equivalenti al tempo utile per fare più consegne possibili, ossia il pranzo e la cena. Tutti contro tutti, in una lotta per la sopravvivenza, battagliando con un’app che ti dà un punteggio da 1 a 100 che equivale ad ottenere più fiducia. Così «se l’app ti dà più fiducia, tu fai più ore di lavoro posizionate meglio nell’arco della giornata». Immagino che leggendo tutto ciò molti vorranno cimentarsi in un’attività di questo tipo!

Detto ciò sul presente, è necessario fare qualche passo indietro per ricostruire con dovizia di elementi ciò vi è dietro alla esemplare vicenda di Milano, esempio vivido di ciò che si nasconde dietro i lustrini che ci avevano mostrato, del pari come i conquistadores nelle Americhe nei confronti dei nativi indiani, poi massacrati insieme agli afroamericani, della new economydegli anni ’90 ed oggi della sharing o gig economy e degli smartjobs. Wow, i lavoretti intelligenti… neolingua patinata ‘à la’ Orwell, della nuova forma di capitalismo luccicante sul palcoscenico sociale, infestante e barbarica nel backstage dei veri rapporti di forza, oggi post corona virus, estesa allo smart working,mentre si sta già progettando la smart city. Ed all’inizio c’era solo l’auto scatoletta Smart… Ma qualcosa di meno smart più civile e dignitoso per tutti non sarebbe preferibile? No,perché se no i tempi nuovi che sono arrivati a fare?
L’età dei
cookies, dolcetti, per dire che ci profilano e controllano, ma solo dolcemente… Equità, uguaglianza e libertà reale certo sparsa a parole dai players globali, oggi padroni del mondo (Facebook che gli ingenui considerano un dono di qualche dio, Amazon naturalmente, Apple, Google su tutti come scoprite più avanti), un mondo dove domina il capitalismo delle piattaforme digitali con i suoi algoritmi matematici sostitutivi sempre più non del solo lavoro umano, proprio dell’intelligenza umana. In questa storia epifenomenica del mondo attuale occorre fare un passo indietro con le conoscenze e la memoria per capire meglio di ciò di cui sto parlando.

Due date sono a modo loro simboliche ed emblematiche che ci riguardano molto più di quanto non ci facciamo caso. La prima data è il primo aprile del1913, ma non è uno scherzo, quando ingegneri e tecnici della Ford Motor Company implementano a Detroit nello Stato del Michigan, East Coast, la produzione di massa dell’auto con l’uscita della poi famosa Model T che nel 1908, con i primi vecchi metodi di assemblaggio, veniva venduta a 825 dollari, mentre nel 1924 venne posta in vendita a soli 260,67 dollari, cifra record per una quattro cilindri (da S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza).
È il tempo della prima rivoluzione industriale con un rigido protocollo nella divisione del tempo ed un suo utilizzo sempre più esaustivo. Poi verrà la catena di montaggio con i prodotti in serie e l’organizzazione ‘scientifica’ del lavoro (il famoso ‘Tempi e Metodi’ dell’ingegnere F. W. Taylor).
È la storia del progresso umano e tecnologico, del passaggio alla macchina a vapore della grande manifattura di fabbrica, la cui analisi ancor oggi tra le insuperate è quella di Karl Marx nel primo volume tomo 1 del ‘
Capitale’ che ha formato diversi di noi nel corso degli studi universitari, allora seri degli anni ’70 e forse fino agli ‘80. Senza dimenticare Marcuse, Fromm, Freud, la sociologia americana, francese, italiana in ritardo, la Scuola di Francoforte… si parla del passaggio dalla piccola produzione circoscritta alla gigantesca fetida oscura terribile grande fabbrica, luogo concentrazionario di uomini donne e bambini in luoghi bui antri infernali dove tisi tubercolosi e malattie respiratorie erano l’accompagnamento di un salario insufficiente per vivere. Basta su ciò leggere una tra le prime importanti ricerche sociologiche, quella condotta da Friederich Engels, di cui quest’anno ricorre il duecentenario della nascita, sodale ed amico di Marx, ‘La situazione della classe operaia in Inghilterra’, edita nel 1845, che nel 1842 va a Manchester a seguire la fabbrica Ermen & Engels di cui il padre è comproprietario.

Con un salto di fase per brevitas,giungiamo all’oggi, con l’avvento della rete elettronica ed il progressivo percorso nefasto di progressiva individualizzazione del rapporto di lavoro che distrugge e frammenta un lavoro ormai sulle spalle ed in capo al singolo. E qui viene la seconda data: è il 2002, sono passati novanta anni e diverse forme di società, siamo sempre negli Stati Uniti, ma siamo arrivati nella mitica solare allora psichedelica West Coast, regno allora di hyppies, guru, schizzati di testa, nella California della controcultura ma anche del neoliberismo reaganiano, artefice della distruzione ‘creatrice’ della nuova forma di capitalismo, un territorio sempre più regno delle ‘app’ nell’area della Silicon Valley.
Qui
Google diviene padrona del mondo con una giravolta radicale rispetto alle sue premesse. Infatti, il gigante della rete rompe un rapporto di reciprocità con i suoi utenti e dinanzi alla prospettiva di crisi e fallimento Google aprele sue porte alla pubblicità, certo, ma a un tipo di pubblicità ‘rilevante’ per gli utenti’.Nasce così una nuova retorica: gli ads(le pubblicità) non sarebbero più stati linkati a una parola chiave di una query, ma sarebbero statitargettizzati’, ‘miratia un determinato individuo” (Zuboff). Insomma, dalla concentrazione umana della grande fabbrica alla miniaturizzazione della produzione offerta à la carte ad ogni singolo individuo, con il suo singolo desiderio aspettative comportamento.
La
società viene dunque atomizzata, una sorta di massa individualizzata di miliardi di atomi, senza più un centro, un’unità, di pensiero, di azione, di bene comune. Dinanzi a sé il singolo ha colossi globali. Davide troppo piccolo e Golia troppo grande e tentacolare.

Ciò che va sottolineato sono le differenze fondamentali tra il capitalismo di Ford, che ha rivoluzionato la produzione, mentre quelle di Google sono coincise con l’estrazione, «imponendola come primo imperativo economico del capitalismo della sorveglianza. L’imperativo dell’estrazione vuole che le materie prime vengano accumulate in misura sempre maggiore». Ciò che viene estratto non sono materie prime naturali, siamo noi, materie prime umane, i nostri comportamenti e le nostre scelte in rete. Facendo ciò rilasciamo i nostri dati, ovvero parti di noi stessi. Google, senza chiederci il permesso, ‘ruba’ quei dati lasciati lì come un valore d’uso, per rivenderceli come valore di scambio, sfruttando un surplus comportamentale prodotto da noi. Noi siamo il ‘valore’, non più il nostro lavoro. E dunque la formazione di plusvalore avviene su di noi. Noi siamo le nuove merci degli algoritmi.Nondimeno ci crediamo liberi. (La storia continua…).

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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