martedì, Aprile 20

Siamo tutti guardoni field_506ffb1d3dbe2

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guardoni

Nel consueto giro delle homepage di quotidiani ed agenzie, ieri mattina mi è saltato all’occhio il profluvio di foto scattate a Matteo Renzi al dibattito per la fiducia al Senato, prima e, via via che passavano le ore, alla Camera. Mi direte che è prassi normale, quasi diritto di cronaca, ritrarre i premier in queste occasioni ed in tutte le altre; anzi, nella stessa cornice, foto ‘maliziose’ sono servite a scoprire certi altarini, come quelle riprese a degli pseudo eletti dal popolo italiano, pizzicati a navigare sul proprio IPAD in Aula in siti non propriamente commendevoli (né onorevoli).

In qualche modo, con l’ausilio dell’occhio lungo del fotogiornalismo, ci trasformiamo tutti in Grandi Fratelli di costoro, con la sconcertante scoperta che ciò non li scoraggia dall’agire straimpippandosene del giudizio dei cittadini/elettori. La parte superficiale di questo mio ragionamento concerne il mutamento antropologico che ci ha trasformato tutti in piccole fiammiferaie che guardano (diciamocela tutta: spiano) i ‘potenti’ qualsiasi cosa facciano: dal grattarsi in testa – e ci sentiamo tutti contenti che anche loro, come noi, soffrano di desquamazione sebacea delle cute – al bersi il caffè (vedi la sequenza di scatti su Renzi), quasi a convincerci che lui è uno di noi.

Oppure a creare un mito (ad esempio, fissando l’immagine del libro ‘L’Arte di correre’ di Haruki Murakami che fa parte del materiale da consultazione che tiene a portata di mano: insomma, il messaggio subliminale potrebbe essere che il dibattito per la fiducia può essere una vera e propria maratona…), in una manipolazione sociale che lo assevera quale ‘uomo della Provvidenza’, quello a cui gli italiani anelano quando si sentono nella palta fino alle sopracciglia.

E’ storia vecchia la ricerca di ‘un punto di gravità permanente’ che attragga le masse con la parola-chiave: ‘Speranza’. Che non è la nonna di Guido Gozzano, bensì il placebo evergreen utile per evitare punti di squilibrio. Speranza: e allora mettiamoci nella vetrina della normalità, beviamo caffè, citiamo Gigliola Cinquetti e i personaggi Disney, perché i nostri ‘piccoli fiammiferai’ restano impressionati soprattutto da ciò che fa parte del loro quotidiano e ci si sente tutti sulla stessa barca.

Persino, e qui i guardoni vanno in solluchero, quella mano in tasca lì fissa, manco gli fosse venuta la paralisi, sembra quasi un guanto di sfida (calcolato…) ai devoti di cerimoniali e galatei, come un bimbo un po’ allo stato brado; così come quella distrazione da aula (scolastica) che gli costa un richiamo dalla signora maestra dalla penna rossa, Laura.

L’involucro della facilità comunicativa, però, è solo esteriore: e qui i guardoni cascano nella trappola della superficialità. Certe sacralità e certe membrane vengono rotte con l’apparente intento di avvicinare i cittadini ed il ‘potere’.  In realtà, il gioco non è un gioco, bensì il rovesciamento delle relazioni cittadini – premier, rispetto all’esperienza berlusconiana. In quel caso si fidelizzò l’elettorato con un modus agendi ‘complice’, che sfruttava anche l’emulazione repressa dei suoi interlocutori.

L’ammiccante peccatore (carnale) ha sempre avuto un suo successo con entrambi i sessi (con gli uomini, per meccanismi di ‘ammirazione’ e invidiosa emulazione, con le donne perché anche la meno attraente subisce il fascino del successo e del tombeur des femmes), a cominciare dalla letteratura. Nell’universo renziano, invece, la rappresentazione è diversa, seppure mirante all’identico scopo di ‘sedurre’, ovvero di assicurarsi il controllo del gradimento degli interlocutori, ovvero del corpo (elettorale).

Quest’obiettivo, però, non viene perseguito attraverso la grandeur del mio Innominato e neanche tramite l’esibizione di mirabolanti avventure che rendono privato anche il pubblico, bensì grazie ad un messaggio ben calcolato di accessibilità e di parallelismo dei comportamenti. Paradigmatica è l’esclamazione di una certa signora, riportata dai giornali – sarà stata la Casalinga delle Cascine – che ha commentato: ‘Se puoi fare tu il Presidente del Consiglio, può farlo chiunque!’. 

Non credo che costei abbia detto ciò in tono offensivo, bensì come constatazione di un dato di fatto: il riconoscimento dello status di aurea mediocritas per guidare il Paese, che, per proprietà transitiva, riflette anch’esso tale caratteristica. A fare la differenza è una capacità comunicativa che assume il sembiante, nel ‘nostro’, di un rapporto fra vicini di pianerottolo. Anche quegli elementi ‘fuori squadra’, come la cravatta ‘ribelle’ – raddrizzata dal servizievole sottosegretario alla Presidenza del Consiglio,  servono ad avvicinarlo alla pancia del Paese, senza, peraltro, scadere nel tono sentenzioso e apocalittico della pattuglia dell’M5S.

Piuttosto piacioni, poi, anche gli annunci di disseminazione delle location simbologiche del potere. Domani, Treviso, per stare vicino alla gggente… Bypassa ogni sovrastruttura comunicativa tramite un tweet; il che non può diventare una regola, perché non stiamo lì a scambiarci messaggi per un rendez vous in Piazza della Signoria. Mi direte che è persino una strategia usurata, visto che Obama ci ha vinto un’elezione… 

Ma sono innovazioni formali e stiamo aspettando la ‘ciccia’: persino la dichiarazione di voler realizzare riunioni di Consigli dei Ministri itineranti, con i Ministri a mo’ di Madonne pellegrine, seppure pare avere una propria suggestività, è piuttosto un atto di pura immagine: l’importante non è dove si fanno i CdM, bensì quello che si decide collegialmente. Insomma… per il momento una dissacra-rappresentazione: continuiamo a fare i guardoni… senza nemmeno risvolti erotici….

 

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