mercoledì, Ottobre 27

Siamo sicuri che Orban abbia torto?

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Parigi – Mentre il taxi mi riportava all’aeroporto Regina Alia, appena fuori Amman, in Giordania, attraverso una strada circondata dall’ostinato color oro del deserto, vedevo cammelli, eleganti cavalli e placide mucche sotto un sole splendente in un meraviglioso clima primaverile. Di tanto in tanto lo scenario era interrotto da negozi per i viaggiatori e gli abitanti dei villaggi. La bellezza del paesaggio si mescolava alla sensazione di incompletezza e paura che il deserto, con la sua cruda e impersonale durezza, sempre instilla nel cuore dell’uomo.

Poi ho visto le tende con il logo dell’UNHCR. Ho subito capito di cosa si trattava: erano il riparo di rifugiati siriani e iracheni, sfuggiti alla follia dei rispettivi Paesi. Nessun essere umano con un minimo di decenza può guardare queste grandi tende bianche in mezzo al deserto, dove le temperature si impennano e precipitano bruscamente e dove può succedere qualsiasi cosa, senza preoccuparsi per i bambini e gli anziani che ci vivono. Ma c’era il logo dell’UNHCR, e mi sono detto che le Nazioni Unite sono l’ente più qualificato per occuparsi dei rifugiati. Ciò nonostante, quella vista era straziante. Mi sono chiesto quale città questi rifugiati potessero chiamare casaoltre a quella dalla quale erano fuggiti. In Giordania erano tagliati fuoriErano in Giordania, ma non erano in Giordania.

Il tassista mi disse, con il tipico modo premuroso e disponibile dei giordani, che c’erano molti rifugiati in Giordania, e che molti di loro vivevano ad Amman. Alcuni si erano stabiliti nella capitale dopo l’invasione americana dell’Iraq, nel 2003, e non erano più tornati al loro Paese. Alcuni di loro avevano abbastanza denaro per acquistare una casa. Una volta arrivati ad Amman, mi spiegava il mio autista, i proprietari avevano alzati i prezzi delle case, senza alcun rispetto per le vicissitudini che nuovi acquirenti avevano passato.

Mentre lo ascoltavo, mi ricordai di quel mio conoscente che mi aveva parlato di giordani di origine autoctona e di altri originari della Palestina. Le principali differenze, mi aveva detto, sono nella mentalità e nell’atteggiamento. Esattamente come il tassista che mi portava all’aeroporto, anche lui mi aveva raccontato queste cose come un dato di fatto. Non criticava né appoggiava nessuna fazione in particolare. Non ero sorpreso da questa neutralità, anche se questo tipo di distinzione non era una novità in Medio Oriente.

Sapevo che i giordani sono gente affabile, e grazie alle mie precedenti visite nel Paese, mi era chiaro come essi non considerassero i rifugiati come degli emarginati. Mi sembrava che non li incolpassero per la disastrosa situazione economica della Giordania, costretta a rimanere a galla tra le correnti di una sfortunata posizione geopolitica, tra inflazione, recessione e quella che gli economisti chiamano ‘stagflazione’.

Per più di cinquant’anni la Giordania ha ospitato rifugiati oltre le proprie capacità di accoglienza. Oggi il Paese sta attraversando una trasformazione demografica che sarebbe stata molto più difficile da assorbire se i rifugiati accolti non avessero avuto una cultura così simile a quella giordana. Alla luce di questa complessa realtà, Amman è riuscita a mantenere una stabilità politica, anche se a costo di sforzi minuziosi.

Con un tasso di immigrazione più basso, la Giordania sarebbe certo meno vulnerabile dal punto di vista economico e politico. I giordani hanno a cuore le sofferenze dei loro vicini iracheni e siriani; ma ora, arrivati dove sono, i giordani possono solo più sperare: la comunità internazionale dovrebbe prendersi a cuore le sofferenze dei giordani stessi e di quei rifugiati che la Giordania non può far altro che ospitare nel deserto, sotto le famose tende bianche.

La domanda cruciale è: qual’è stato il contributo della Giordania alla situazione apocalittica in Siria e Iraq? Di certo ha contribuito ad aiutare i rifugiati ben oltre le proprie possibilità. In questo senso, la Giordania è una vittima collaterale del conflitto.

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