venerdì, Luglio 30

Siamo lo Stato dei Gattopardi?

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In un periodo storico dove sembra che il concetto di legalità abbia lasciato spazio al ‘malaffare’ e non solo, è il caso di riaprire le pagine della storia per ricordare che ci sono uomini che hanno dato la loro vita per difendere ciò che è giusto. In teoria dovrebbe venire spontaneo il collegamento diretto al 1992, anno in cui Falcone prima, Borsellino poi, persero la vita per portare alla luce verità scomode, per smantellare le organizzazioni criminali usando l’arma della giustizia, della legge e della perseveranza. A distanza di ventitré anni come è cambiata la percezione della legalità e della lotta alla mafia da parte della cittadinanza? Sicuramente qualcosa è cambiato. La paura ha lasciato il posto alla denuncia, da una parte, dall’altra c’è stata, purtroppo, una perdita di fiducia nelle istituzioni che ha portato ad uno smarrimento. Siamo ancora agli inizi di un processo lungo, ciò su cui si deve far leva maggiormente è la cultura della legalità, o meglio educare alla legalità. Vivendo in uno Stato di diritto, il rispetto delle leggi e delle regole dovrebbe essere una consuetudine affermata e radicata (soprattutto nella mentalità e nella cultura di ogni singolo individuo), però molte volte siamo sopraffatti da amnesie.

La legalità è sempre sulle prime pagine, anche perché la cronaca ci sta mostrando l’anima nera della società, della politica, delle istituzioni, delle associazioni mafiose che continuano a padroneggiare. La vogliamo chiamare mafia, malaffare, illegalità? Anche se usiamo nomi differenti il risultato rimane sempre lo stesso: reato contro la civiltà, contro il singolo, contro tutti. Parlarne, unicamente, non è sufficiente, agire e pungolare il nostro senso di giustizia (vera e non farlocca o raffazzonata) è la leva giusta per cambiare. “E’ necessario che si faccia strada, in parti più avvertite della società civile, la convinzione che la strategia di contrasto alla criminalità mafiosa non sarà mai vincente se sarà incentrata solo sul terreno investigativo e non su quello socio,politico e culturale. E’ bene che si tenga presente che la mafia non è un fenomeno criminale circoscritto alla Sicilia, ma purtroppo ha scavalcato i confini per espandersi dove ha trovato terreno fertile, là dove ha potuto contare su reti di continuità, di connivenze ma anche di collusioni e complicità”. Come dar torto a Leonardo Guarnotta, ex magistrato del pool antimafia. “Ritengo che tutto parta dal significato del termine legalità. Ciò significa conformità alle prescrizioni legali, e prescrizione significa norma di legge e comando – continua Guarnita – Allora la legalità, e anche il suo sinonimo la legittimità, significa rispetto delle regole, acquiescenza alla norma, obbedienza al comando della legge; significa rispettare le regole della convivenza, uniformare la propria condotta alla legalità. Fare in modo che la forza del diritto abbia sempre la meglio sul diritto della forza. In altri termini per legalità si intende quel complesso di diritti e doveri, di ogni cittadino, che gli permetta una vita serena all’interno di una società Purtroppo, sempre più stesso, anche negli ultimi tempi, gli interessi personali e individuali hanno la meglio su quelli che sono i bisogni collettivi, denaro e potere continuano ad accentrarsi sempre nelle mani di soliti pochi. Parte tutto dal concetto di legalità”.

A che punto siamo nella pratica? Dovremmo essere più solerti. Nonostante ci sia, sicuramente, una maggiore coscienza e un malessere palpabile, come abbiamo ribadito c’è parecchio lavoro da fare. Non possiamo addossare la colpa unicamente alle Istituzione e allo Stato (c’è chi aggiungerebbe “lo Stato siamo noi”), “ma un esame di coscienza non guasterebbe. Abbiamo il difetto di inquadrare “il problema sempre in maniera individuale, non in generale. Dobbiamo pensare alla collettività. Tutti lottano e protestano per un loro problema, ma devono capire che il problema è di tutti. Purtroppo dobbiamo smantellare il nostro egoismo”. Antonio Giangrande, studioso di mafie e presidente dell’ associazione CONTROTUTTELEMAFIE, ci mette davanti allo specchio.“Siamo lo Stato dei Gattopardi, tendiamo a mantenere lo status quo – spiega Giangrande – In Italia nulla è come appare. Noi, come cittadini, quando parliamo di legalità, cioè un comportamento conforme alla legge, dobbiamo fare un’esame di coscienza, analizzare tutto quello che facciamo chiedendoci se le nostre azioni si sono svolte conformemente alla legalità. Dobbiamo innanzitutto cambiare la nostra cultura. Non si possono fare le leggi contro qualcuno e non contro qualcosa, i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Lo Stato ha perso fiducia, basta vedere i risultati elettorali”.

E’ fondamentale “l’impegno della società civile, perché giochiamo una partita: la lotta alla mafia e quindi la lotta all’illegalità, che noi non possiamo assolutamente perdere. E’ una partita che si gioca nella quotidianità delle relazioni umane, nelle scuole, nelle facoltà universitarie, negli ospedali, negli uffici pubblici, nelle imprese commerciali, negli istituti di credito ma anche nelle scelte individuali e collettive, non escluse le scelte elettorali   afferma Leonardo Guarnotta – Le scelte che vengono fatte dai segretari dei partiti nel selezionare i candidati da  inserire nelle liste. In mancanza di sanzioni, ma soprattutto nella più completa assenza di un’autoregolamentazione deontologica, la responsabilità politica (e c’è ne è molta in questi ultimi tempi) rimarrà impunita. Sarà solo un pio desiderio, con la conseguenza che si è arrivati a candidare ed ad eleggere a Palermo Marcello Dell’Utri. Ciò che non va bene, anche, è che in questo contesto temporale si è palesata una forte contrapposizione tra potere politico e magistratura che certamente non ha fatto bene né all’una istituzione né all’altra”. 

Però in ambito sociale bisogna riconoscere il ruolo fondamentale delle Associazioni, che in questo momento rappresentano la parte coscienziosa della nostra società. Come Libera, di Don Ciotti. Lotta alla mafia a viso aperto. O anche come, appunto, l’attività svolta da Giangrande (a livello associazionistico). “Ogni associazione, non solo antimafia, ha il compito di assistere, di far avvicinare le vittime all’autorità pubblica”. Ma ha anche sottolineato il problema che in alcuni casi il lavoro svolto diventa quasi un business, “in Italia l’antimafia è diventato un business, e sicuramente questo non lo volevano né Falcone né Borsellino”

Business o no, comunque, il nostro alleato di maggioranza dovrebbe essere lo Stato, le Istituzioni. Ma questa non è una rivelazione, meglio un appello. Siamo consapevoli che dal 1992 qualcosa è cambiato, “nulla sarà come prima – giustamente afferma Guarnotta – è stato un punto di non ritorno. La società civile è stata allertata da questi fatti, ha capito che era successo qualcosa di veramente importante, qualcosa che ha cambiato e contribuirà a cambiare lo status quo ante. Ci fu “la costituzione di parte civile in processi di mafia da parte di associazioni di volontariato, anche da parte di associazioni come Confcommercio e Confartigianato e altre, hanno segnato una svolta perché mai era successo una cosa di simile in precedenza”. 

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