martedì, Giugno 28

Si scrive Gruppo Wagner, si legge Russia? L’UE (Francia in primis) dice basta! Le sanzioni europee all’organizzazione paramilitare russa sono “un fatto politico in attesa di comprendere il valore in termini di deterrenza e, più in generale, un ulteriore tassello che conferma le complesse e difficili relazioni tra Paesi europei e Russia”. Intervista a Matteo Bressan (LUMSA)

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Poche settimane fa, è tornata alla ribalta la tanto controversa organizzazione paramilitare russa Wagner Group, anche nota come Gruppo Wagner, che l’Unione Europea ha deciso di sanzionare imponendo il divieto di ingresso e il congelamento dei beni sul territorio europeo per otto persone fisiche e tre società che costituirebbero il nucleo della società. “Gli attivisti di questo gruppo riflettono i metodi della guerra ibrida condotta dalla Russia. Rappresentano una minaccia e creano instabilità in un certo numero di paesi in tutto il mondo”, ha detto ai giornalisti l’alto rappresentante per politica estera dell’UE, Josep Borrell. Infatti, ha concluso il Consiglio Affari esteri UE, le accuse comprendono gravi violazioni dei diritti umani, tra cui tortura ed esecuzioni e uccisioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie, attività di destabilizzazione nei diversi paesi in cui sono impiegati.
La fondazione di questa organizzazione risale al 2014 ad opera di Dmitriy Valeryevich Utkin, nato nel 1970 in Ucraina, ex colonnello delle forze speciali russe oltre che ex membro del servizio di intelligence militare russo (GRU), è nel mirino già da diversi anni delle sanzioni del Dipartimento del Tesoro americano. Dal poco che si sa, una volta lasciate le forze speciali, Utkin sarebbe entrato in forze alla società di sicurezza Moran, che sarebbe poi diventata la cellula fondamentale per il progetto Wagner – cui contribuiranno veterani delle forze armate russe – il cui iniziale obiettivo era quello del contrasto alla pirateria, ma che ben presto sarebbe stato indirizzato al ‘battesimo’ dei ‘Corpi Slavi’, organizzazione, con sede a San Pietroburgo e a Hong Kong, che sarebbe stata impiegata per la protezione dei giacimenti e degli oleodotti in Siria mentre imperversava lo Stato islamico.
Se la sua biografia è alquanto sconosciuta, l’unico punto fermo è il rapporto molto stretto con Vladimir Putin, confermato dall’invito che il Cremlino gli rivolse in occasione del ricevimento offerto, nel corso della Giornata degli eroi, dal Presidente russo ai ‘militari e civili che hanno dimostrato particolari coraggio ed eroismo’ come i reduci della guerra in Siria.
Oltre a Putin, Utkin sarebbe legato ad un altro pezzo grosso, esponente dell’oligarichia economica russa: il magnate Evgheny Prigozhin, alla guida di un vero e proprio impero (oltre 30 società) della ristorazione che gli ha guadagnato il soprannome di ‘cuoco di Putin’ e che, stando a quanto appurato dall’inchiesta americana del Russiagate, sarebbe stata crocevia delle interferenze russe nelle elezioni del 2016 con cui Donald Trump ha battuto Hillary Clinton.
Proprio a causa del coinvolgimento di figure legate a doppio filo all’establishment di Mosca, il gruppo è sospettato dai servizi di intelligence occidentali di rapporti opachi con l’apparato di sicurezza russo, sebbene il Cremlino abbia sempre negato qualsiasi connessione. Verrebbe da dire che non poteva essere diversamente in un Paese dove gli oligarchi basano il loro potere sui rapporti con il potere politico.

Va detto che il Gruppo Wagner è definita una Private Military Company (PMC) ossia società create per fornire servizi militari e di sicurezza in teatri critici a committenti sia pubblici che privati. A loro volta, secondo una classificazione condivisa da molti esperti di politica estera, quella delle PMC sarebbe un sotto-insieme della più ampia categoria delle Private Security Companies (PSC), specializzate nel fornire a Stati e aziende servizi essenziali per la protezione di risorse umane e materiali, rifornimenti e logistica, raccolta di intelligence e addestramento. Il personale operativo è definito “security contractors” (appaltatori della sicurezza) o private military contractors (appaltatori militari privati).
Con il passare degli anni, il Gruppo Wagner è divenuto un ineliminabile strumento della politica estera russa, in specie per condurre la guerra ibrida. Guardando ai vantaggi, l’utilizzo delle PMC permette a Mosca di non esporsi direttamente in scenari d alto rischio operativo e politico. Un valido escamotage per allontanare da sé qualsiasi responsabilità – soprattutto in teatri dove effettua operazioni in palese violazione del diritto internazionale o di accordi tra Stati – e, di conseguenza, riducendo le possibilità di ricorso alle sanzioni per i governi. Certamente, il ricorso alle PMC consente grandi risparmi economici e abbatte l’impatto mediatico delle perdite.

Trattasi di un settore in rapida espansione – in maniera direttamente proporzionale alla riduzione ai budget stanziati dai singoli Paesi -che, proprio per il suo essere né bianco né nero, bensì grigio, la Comunità Internazionale ha provato a regolamentare con il Documento di Montreux, sottoscritto nel 2008.

Va detto che, ad oggi, i contractors non sono un appannaggio esclusivo della Russia, ma hanno un ruolo fondamentale anche negli Stati Uniti dove è nota la Blackwater di Erick Prince che fungono da supporto per molte operazioni all’estero, colmando le mancanze organizzative e logistiche dell’esercito americano, ma anche di quello degli alleati USA. Ciò nonostante, hanno sempre rifuggito gli aggettivi ‘militare’ o ‘mercenario’.

La storia delle PMC affonda le sue radici all’Impero Russo: un esempio fu l’utilizzo di Carsten Rohde da parte di Ivan il Terribile durante la guerra di Livonia (1558-1583) o alla spedizione Yermak Timofeyevich (1582–1584), finanziata anche dalla famiglia Stroganov. Venivano impiegati in larga parte non russi, caucasici, soprattutto per azioni asimmetriche. Con l’avvento dell’Unione Sovietica, i contractors o ‘consiglieri militari’ venivano impiegati per le proxy war con gli USA in Africa e Medio Oriente. Egitto, Siria, Angola sono solo alcuni esempi. Caduta l’URSS, i conflitti che la Russia si trovò a fronteggiare erano alle sue porte, in Jugoslavia dove schierò 70 cosacchi a Visegrad nel 1993, e, perfino, al suo interno, con la Cecenia e l’impiego di PMC nella battaglia di Grozny (1994-1995). Dalla società Rubikon in poi, la storia delle PMC russa sarebbe cambiata, con un maggiore interesse per il profitto ricercato piuttosto che per gli obiettivi geopolitici da conseguire. L’elaborazione, nel 2013, da parte dell’allora capo di Stato maggiore delle forze armate russe, il generale Valery Gerasimov, di una dottrina che porta il suo nome, funzionale alla ‘guerra ibrida’ (hybrid warfare), avrebbe consacrato l’uso delle PMC come strumento di attacco non ortodosso.

A differenza di quelle occidentali, quelle russe non offrono supporto militare, ma combattono attivamente. Inoltre, nonostante siano stati proposti diversi disegni di legge alla Duma per la regolamentazione che non sono mai stati approvati, agiscono senza leggi chiare. Il che è sicuramente intenzionale sia per ridurre la responsabilità, ma anche per aumentarne il controllo. Tuttavia, molti non mancano di ascrivere il vuoto giuridico alla forte competizione tra agenzie di sicurezza statali russe e il Ministero della Difesa. Ecco che se è vero che le PMC russe sono uno strumento politico e militare flessibile, è altrettanto vero che non è tutto oro quello che luccica. Il ricorso a queste organizzazioni – da parte di un Paese che ha grandi ambizioni, ma poche risorse economiche – è estremamente vantaggioso in teatri dove non occorre una grande specializzazione militare e dove la minaccia è numericamente irrisoria oltre che ‘asimmetrica’.

Nel caso della Wagner, le prime tracce del suo schieramento fanno capo alla crisi del Donbass, dove vennero impiegati a sostegno delle milizie cosacche e quelle separatiste filo-russe. Dal dicembre del 2015, la società inizia a contare i suoi primi morti: i media riportano l’uccisione di una decina di civili russi a Latakia durante gli scontri con i gruppi armati ribelli. In quel frangente, gruppo Wagner avrebbe eliminato Aleksandr Bednov e Aleksei Mozgovii, miliziani pro-russi che avevano iniziato a diventare critici e scomodi. Le perdite riportate dalla Wagner nel Donbass sarebbero state elevate, la cui responsabilità era da rintracciare in tattiche e leadership inadeguate.

Nella penisola della Crimea, invece, l’uso degli ‘omini verdi’, senza distintivi, ha avuto esito positivo – portando alla rapida conquista dei centri nevralgici – anche perché supportato da una grande propaganda mediatica (per convincere l’opinione pubblica (non solo straniera) delle persecuzioni ucraine ai danni della minoranza russa.

Nei mesi successivi, i mercenari del GW sarebbero stati schierati nella guerra di Siria, prendendo parte ad operazioni rilevanti come la riconquista di Palmira, al fianco delle forse lealiste di Assad contro l’ISIS. I numeri dell’ impiego in Siria sono ancora fumose, sebbene le stime ufficiose parlino di circa 5mila uomini inviati nel tempo in tutto il territorio siriano, spesso come gregari delle forze siriane, una sorta di collegamento fra le forze armate russe e quelle di Damasco. Nella storia dell’organizzazione, rimane cruciale la notte tra il 7 e l’8 febbraio 2018 quando un battaglione filogovernativo siriano (300-500 uomini), composto da miliziani locali e contractors russi, probabilmente con l’intento di conquistare il giacimento gasifero presidiato da SDF e americani, attaccò un’installazione delle milizie curdo-arabe SDF a Khusham, Deir Ezzor, dove erano presenti anche forze speciali statunitensi. Il che provocò l’intervento di cacciabombardieri F-15E, droni MQ-9, bombardieri B-52, cannoniere volanti AC-130 ed elicotteri Apache, causando un centinaio di morti e 200-300 feriti. In quell’occasione, oltre alle lacune in termini di difesa contraerea, risultò evidente anche una scarsa consultazione con Mosca.

Da quel momento, la Wagner ha iniziato ad effettuare operazioni meno sempre meno convenzionali come la protezione di infrastrutture energetiche, andando incontro ad un aumento delle vittime ed ad un crollo di professionalità del personale equipaggiamenti così come degli stipendi (forse a causa di un contrasto tra Prigozhin e il Ministro della Difesa russo, Sergej Shoigu)

Contractors russi sarebbero presenti, sebbene il Cremlino l’abbia sempre negato,  anche in Repubblica centrafricana e in Sudan. Sarebbero stati inviati come guardia del Presidente Touadéra sia per proteggere le miniere di diamanti e di metalli preziosi. Pochi mesi fa, il portavoce il portavoce del ministero degli esteri russo Artyom Kozhin, dichiarò che “su richiesta del presidente della Repubblica Centrafricana, la Russia ha deciso di fornire al paese aiuti militari gratuiti”, sotto il pieno consenso del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: armi e munizioni, ma anche cinque militari e 170 istruttori civili per addestrare i militari locali. I ribelli, coalizzatisi per impedire la rielezione di Touadéra ad un secondo mandato, hanno avuto la meglio sui militari supportati dalla Wagner, riuscendo, sul finire del 2020, ad assumere il controllo delle aree a sud e a ovest della capitale Bangui. A quel punto, la Russia ha inviato altri 300 contractors e mezzi aerei che hanno fatto riconquistare molti villaggi al governo. Tuttavia, le attività in Centrafrica sono costate al gruppo Wagner le sanzioni da parte USA.

Anche in Mozambico, dove la Russia è presente grazie a contratti estrattivi nel settore del gas a Cabo Delgado, 200 contractors del Wagner Group è stato impegnato, dal 2019, per contrastare, insieme alle Forze Armate di Difesa del Mozambico o FADM, la locale insorgenza jihadista dello Stato Islamico dell’Africa Centrale (IS-CAP) che dilagava nella provincia settentrionale di Cabo Delgado dal 2017. Gli insorti colpirono due delle tre basi in cui erano presenti i contractors, uccidendone tre e poi altri due sarebbero morti in imboscata il 10 ottobre ed altri cinque due settimane dopo. Un fallimento dettato dalla poca preparazione, che portò alla sospensione dei pattugliamenti congiunti tra russi e FADM e, in seguito, al ritiro completo della Wagner.

Il Gruppo Wagner è stato impiegato anche in Libia, a supporto delle operazioni del Generale Haftar e del suo Esercito Nazionale Libico contro il governo di Tripoli. Nel settembre 2019 due squadre di contractors che avrebbero dovuto guidare l’assalto a Tripoli sono state vittime di un attacco da parte di droni turchi (in appoggio al Governo di Accordo Nazionale di al-Sarraj). 35 i caduti russi, ma qui l’esercito russo, a differenza della Siria, non c’era. Dal 26 maggio 2020, infatti la Russia ha dispiegato 14 Mig-29 e Su-24, senza livree, presso la base aerea di al-Jufra e, dal 24 luglio, veicoli blindati e batterie antiaeree, oltre che sistemi Pantsir-S1 russi acquistati dagli Emirati Arabi Uniti per le forze di Haftar. Proprio come quello catturato dagli USA alle forze del GNA nella base aerea di al-Watiya, Tripoli.

Sempre in Africa, di contractors della Wagner si è tornati a parlare anche a proposti del Mali, il cui governo ha negato, pochi giorni fa, la presenza di mercenari russi sul proprio territorio, dopo che 15 Paesi occidentali tra cui Francia, Canada e 13 Stati europei avevano condannato, il 23 dicembre, Mosca per aver facilitato un presunto dispiegamento di appaltatori militari privati del gruppo Wagner in Mali, dove il governo sta combattendo un’insurrezione islamista. Il giorno seguente, il 24 dicembre, il portavoce del governo maliano, Abdoulaye Maiga, ha negato che “una società di sicurezza privata” sia stata schierata nel Paese, ma ha ammesso che “istruttori russi” erano presenti come parte di un accordo bilaterale tra Bamako e Mosca. Secondo il Dipartimento di Stato degli USA, un tale dispiegamento costerebbe al governo maliano fino a 10 milioni di dollari al mese in sanzioni, con il forte rischio di ulteriore destabilizzazione del Paese in piena lotta contro gli insorti islamisti.

Forse è proprio al Mali e al timori di Parigi che, forse, bisogna ricondurre le sanzioni europee: occorre ricordare che le truppe francesi intervennero in Mali nel 2013, nell’ambito di una missione che, nell’agosto 2014, è stata rinominata ‘Operazione Barkhane’ – lanciata insieme a Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger – con la quale Parigi ha dispiegato un contingente di 5.100 uomini, ma che ha visto la partecipazione anche di vari alleati europei – Italia, Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Svezia e Regno Unito – nell’ambito della ‘Task Force Takuba’.

Quello che impensierisce Parigi è la coincidenza tra l’accordo tra Mali e Russia e l’annuncio del Presidente francese, Emmanuel Macron, riguardo alla riduzione del contingente di Parigi nel territorio entro il primo trimestre del 2022. Nell’ottica della Francia, i contractors della Wagner in Mali sono un volano per l’espansione dell’influenza russa in Africa, dove la Francia vanta ancora grandi interessi.
Due volte nello stesso fiume’ così si intitola l’autobiografia di Marat Gabidullin, anche soprannominato ‘Nonno Martin’ (per il suo essere il più vecchio della sua compagnia) il primo contractor del Gruppo Wagner che ha raccontato la sua storia senza nascondersi dietro pseudonimi. Questo gli ha causato accuse e minacce senza contare che la sua autobiografia, che sarebbe dovuta essere pubblicata dalla casa editrice siberiana Nayemnik una prima tiratura di 50 copie, è stata, di fatto, ritirata.
Nato nel 1966, ha fatto parte delle forze aviotrasportate russe per cinque anni per poi arruolarsi nel 2015 nella Wagner, in particolare nella Evro Polis – società russa collegata a Yevgeny Prigozhin e presumibile copertura della sua compagnia militare – che aveva stipulato un contratto con il Governo siriano per riconquistare e proteggere i campi petroliferi dall’ISIS. Nel corso del tempo, da soldato semplice, ha scalato la gerarchia fino ad arrivare alla guida di una brigata di esploratori prima che una mina, nei pressi di Palmyra, nel marzo 2016, gli danneggiasse un rene e il fegato, costringendolo al congedo momentaneo. Guarito e di nuovo in servizio, nel 2018, si occupa dell’addestramento dell’unità siriana ‘Cacciatori di ISIS’ e, poi, della gestione dei caduti della Wagner alla base aerea di Khmeimim. La sua carriera in Wagner si è conclusa dopo esser divenuto consigliere speciale di Prigozhin ed essere stato insignito dell’Ordine del Coraggio.

Nel suo libro, Gabidullin passa in rassegna i maggiori problemi che nel corso degli anni hanno segnato la Wagner, sempre più esposta in teatri molto pericolosi e quindi con sempre più caduti la cui preparazione non è stata, via via, sostituita da nuove professionalità. I livelli di preparazione sono andati calando, anche in virtù del dilagante clientelismo e di una forte deriva affaristica: a farla da padrone, è solo il profitto, che, peraltro, va ad irrobustire i portafogli quasi esclusivamente di chi è ai vertici. Al contempo, sarebbero andati deteriorandosi i rapporti tra la Wagner e le truppe russe che – è la critica di Gabidullin – si prendono solo gli onori, lasciando ai contractors gli oneri e rischi del campo di battaglia. Una situazione che starebbe portando ad un forte scollamento tra la base e il vertice della struttura gerarchica della Wagner.

In molti, specie negli ultimi anni, hanno fatto notare come Putin si sia avvantaggiato, nei vari teatri crisi, dell’uso dei contractors, facendo leva anche sulla debolezza della leadership europea. Cosa cambia, con le recenti sanzioni, nell’approccio europeo alla guerra ibrida di Mosca? Cosa attendersi nelle relazioni tra Europa e Russia? Lo abbiamo chiesto a Matteo Bressan, analista del NATO Defense College Foundation, Docente presso la SIOI e direttore dell’Osservatorio per la Stabilità e Sicurezza del Mediterraneo allargato (OSSMED) della LUMSA, nonché autore del saggio ‘Hybrid warfare e Private Military Companies. Il caso della Wagner’, edito da Start Insight.

 

L’UE ha deciso di imporre sanzioni al gruppo Wagner perché – ha detto ai giornalisti l’’alto rappresentante per politica estera dell’UE Josep Borrell – “Gli attivisti di questo gruppo riflettono i metodi della guerra ibrida condotta dalla Russia. Rappresentano una minaccia e creano instabilità in un certo numero di paesi in tutto il mondo”. Cosa vuole ottenere Bruxelles?

Sicuramente con questa presa di posizione l’UE va a colpire quello che viene ritenuto uno strumento rilevante dell’azione russa all’estero. Possiamo definire questa decisione come un fatto politico in attesa di comprendere il valore in termini di deterrenza e, più in generale, un ulteriore tassello che conferma le complesse e difficili relazioni tra Paesi europei e Russia

Lei ha definito queste sanzioni come “un passo in avanti da parte dell’Unione europea nella comprensione della natura di guerra ibrida condotta da Mosca in differenti aree di crisi”. Per la Russia – Lei scrive – “la guerra ibrida è un tipo di guerra, piuttosto che un insieme di mezzi per condurre la politica statale, in cui vengono condotte azioni per influenzare, modellare la governance e l’orientamento geostrategico di uno stato e in cui tutte le azioni, compreso l’uso di forze militari convenzionali, sono subordinate a una campagna di infowar”. La guerra ibrida può essere definita come un’evoluzione  un’applicazione della cosiddetta ‘dottrina Gerasimov’? È l’Occidente, la NATO hanno imparato a riconoscerla e a contrastarla?

Negli ultimi anni, la NATO e l’UE hanno assunto maggiori responsabilità nel contrastare le minacce ibride ed entrambe sono coinvolte nel facilitare la cooperazione internazionale per proteggere le proprie strutture e istituzioni contro di esse. Sia NATO che EU hanno implementato gli sforzi a livello nazionale, poiché combattere le minacce ibride è principalmente un compito degli Stati membri. La NATO e l’UE percepiscono le minacce ibride in modo simile. Secondo la NATO, “le minacce ibride combinano mezzi militari e non militari, nonché occulti e palesi, tra cui disinformazione, attacchi informatici, pressione economica, dispiegamento di gruppi armati irregolari e uso di forze regolari”. La definizione dell’UE sembra essere più complessa. Dal suo punto di vista “le minacce ibride combinano attività convenzionali e non convenzionali, militari e non militari che possono essere utilizzate in modo coordinato da attori statali o non statali per raggiungere obiettivi politici specifici”. L’UE pone l’accento sul carattere multidimensionale delle minacce ibride, che “vanno dagli attacchi informatici alle infrastrutture critiche, attraverso l’interruzione di servizi come le forniture energetiche o i servizi finanziari, fino all’indebolimento della fiducia dell’opinione pubblica nelle istituzioni governative o all’inasprimento delle divisioni all’interno della società”. Tali azioni risultano essere difficili da rilevare o da attribuire e sono pianificate per creare confusione e ostacolare così un processo decisionale rapido ed efficace. La responsabilità principale per contrastare le minacce ibride spetta agli Stati membri e solo i governi dispongono di risorse adeguate, sotto forma di agenzie di intelligence e controspionaggio (sia civili che militari), forze armate e forze dell’ordine, mezzi di comunicazione con i cittadini e capacità di risposta agli attacchi informatici. Inoltre, le autorità nazionali sono più vicine alle potenziali minacce rispetto alle organizzazioni internazionali. Questo, combinato con un processo decisionale più breve, le rende più capaci di affrontare operazioni ibride ostili. La NATO e l’UE sono intervenute nella lotta contro le minacce ibride principalmente in risposta all’elevato rischio di attacchi terroristici, legato all’emergere dello Stato Islamico, all’aumento della guerra dell’informazione, all’ingerenza straniera sempre più comune nelle elezioni e in relazione agli attacchi informatici. Nel contrastare le minacce ibride, entrambe le organizzazioni si concentrano sulla protezione delle proprie strutture, processi decisionali e infrastruttureInoltre, entrambe le organizzazioni stabiliscono standard comuni e requisiti minimi per i loro Stati membri in merito alla resilienza alle minacce ibrideal fine di eliminare le vulnerabilità nazionali che colpiscono la sicurezza europea e transatlantica. Dal 2015, la NATO ha una strategia per contrastare la guerra ibrida. La NATO assicurerà che l’Alleanza e gli Alleati siano sufficientemente preparati per contrastare attacchi ibridi in qualunque forma si materializzino. Eserciterà una funzione di deterrenza nei confronti degli attacchi ibridi all’Alleanza e, se necessario, difenderà gli alleati colpiti.

Recentemente, i vertici UE hanno denunciato la guerra ibrida condotta dalla Russia a proposito della crisi dei migranti al confine tra Bielorussia e Polonia. Lei è dello stesso avviso?

È chiaro che i flussi migratori hanno un impatto sull’opinione pubblica e sul dibattito politico. È più difficile valutare e quantificare fino a che punto questi fenomeni possano in qualche modo rientrare negli strumenti non militari che caratterizzano una minaccia ibrida.

Parliamo della Wagner: Lei scrive che “l’anomalia del gruppo Wagner, rispetto alle PMCs occidentali risiederebbe … nei rapporti opachi con le istituzioni militari e l’intelligence russa”. Questa ‘porosità’ è rintracciabile nel tenente colonnello Dimitri Utkine, ex Gru, il comandante militare del gruppo, e nell’oligarca russo Evgeny Prigozhin, soprannominato ‘il cuoco di Putin’? 

L’impiego delle PMCs non è una novità ed è una costante in crescita dalla fine della guerra fredda. Per dare un’idea dell’impiego massiccio dei contractors da parte statunitense credo che sia sufficiente ricordare il rapporto, in termini numerici,pressoché paritetico tra personale militare e contractors in Iraq e Afghanistan negli ultimi vent’anni, pubblicato dal Watson Institute per il ventennale dell’11 settembre. La Wagner così come alcune PMCs russe ha un rapporto opaco con le istituzioni russe e per questo è più difficile equipararla ad altre PMCs occidentali che si configurano come entità commerciali, rispetto alle quali è possibile avere un quadro dettagliato di impiego in termini di personale impiegato, costi economici e perdite.

Quali vantaggi garantisce lo schieramento del gruppo Wagner?

A fronte del parziale disimpegno statunitense ed europeo da alcune aree di crisi la Russia ha potuto estendere la sua influenza non attraverso il dispiegamento di forze armate regolari, bensì attraverso gli uomini della Wagner. Mosca può fare ricorso all’uso della forza senza rischiare perdite tra le proprie forze armate e, al tempo stesso, disconoscendo o negando l’operato delle sue PMCs.

Ci sono stati casi in cui l’impiego della Wagner si è rivelato ‘controproducente’, un autogol per la Russia? 

Non parlerei di autogol quanto piuttosto di particolari situazioni in cui la Wagner ha pagato un costo assai alto in termini di perdite. Penso in particolare ad un episodio citato da ‘Foreign Policy’, secondo il quale alcuni uomini della Wagner avevano attaccato, nel 2018, un impianto di gas nella provincia di DeirEzzor, presidiato dalle forze speciali statunitensi. Gli Usa avvertirono la controparte russa, ma questa negò di essere a conoscenza dell’avanzata degli uomini della Wagner e, di conseguenza, il Pentagono ordinò degli attacchi aerei che causarono pesanti perdite alla Wagner (tra i 300 e i 500 morti). Ad oggi non sono chiare le ragioni per le quali Prigozhin azzardò una simile azione che avrebbe potuto scatenare un’escalation diretta con le forze statunitensi, ma è possibile che quell’episodio abbia avuto delle conseguenze nei rapporti con il Cremlino.

Lei sostiene che “è possibile che proprio in relazione al ruolo del gruppo Wagner in Libia, Mali e Repubblica Centrafricana, la Francia abbia convinto gli altri partner europei ad alzare la pressione, attraverso le sanzioni”. Quali conseguenze è possibile attendersi nelle relazioni tra UE e Russia?

È possibile fare una prima valutazione sulla base di quanto sta accadendo nella Repubblica Centraficana, in relazione al possibile dispiegamento della Wagner in Mali e al loro ruolo in Libia. Lo scorso 15 dicembre L’Unione europea ha sospeso la sua missione di addestramento per i soldati nella Repubblica Centrafricana (RCA) a causa dei timori che i soldati addestrati da EUTM (più di 3.400) possano essere impiegati insieme agli uomini della Wagner. Lo scorso 23 dicembre invece, Belgio, Canada, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Italia, Lituania, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Romania, Spagna, Svezia, Regno Unito hanno condannato il presunto dispiegamento della Wagner in Mali, sostenendo che tale dispiegamento potrebbe “deteriorare ulteriormente la situazione della sicurezza nell’Africa occidentale”, dove gli sforzi della Comunità internazionale si sono concentrati nel contrasto aigruppi jihadisti. Nel documento, i Paesi hanno anche esortato le autorità del Mali a ripristinare l’ordine costituzionale attraverso la preparazione delle elezioni, previste per il prossimo febbraio. Nel caso libico, nonostante la pressione internazionale ribadita nel corso della Conferenza per la stabilizzazione svoltasi in Libia lo scorso 21 ottobre così come nel corso della conferenza di Parigi tenutasi lo scorso 12 novembre, il tema della fuoriuscita della Wagner resta ancora oggi irrisolto.

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