mercoledì, Aprile 21

Si pronuncia BrAYGOR! Musicista? Ti licenzio! I licenziamenti all’Opera di Roma come conseguenza della legge Bray

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 Teatro_dell'Opera_di_Roma

La stampa italiana si è scatenata! Su tutti i giornali ogni giorno si possono leggere uno o più pezzi dedicati alla vicenda dell’Opera di Roma. Curiosamente tutti concordi nel biasimare i lavoratori licenziati in massa, nel plaudire alle scelte del Consiglio di Amministrazione di cui è Presidente il Sindaco di Roma, realizzate con l’appoggio e l’accordo del Ministro Dario Franceschini e del Governatore della Regione Nicola Zingaretti. In sostanza c’è tutta la sinistra di Governo e di potere schierata su posizioni di un giustizialismo estremo che non si era mai visto contro nessuna categoria (non a caso Marino ha sostenuto che licenziare è di sinistra). Se poi si pensa che tali licenziamenti di massa verranno realizzati in un settore culturale di quelli emblematici nella storia e nell’identità italiane, la cosa dovrebbe suscitare ancora maggiore scalpore.

Invece niente! Tutti continuano a bersagliare i lavoratori della musica, quasi facessero parte di una casta di privilegiati strapagati, con delle invettive tanto risentite da essere del tutto nuove per il panorama mondiale. Forse, sarebbe necessario fare delle riflessioni più approfondite, cercare di capire le varie posizioni e, soprattutto, provare a ricercare le vere ragioni che hanno portato ad una scelta così dirompente.

 Sia chiaro che non vogliamo fare una difesa del sindacalismo acceso che ha caratterizzato certe scelte (soprattutto di alcuni dell’orchestra, che con i loro scioperi bloccavano tutto il Teatro) ma è un dovere di verità sgombrare il campo dalle strombazzate ma inesistenti ‘aree di privilegio’ dei musicisti. Gli stipendi mensili medi, infatti, arrivano si e no a 2.500 euro per l’orchestra e scendono ulteriormente per il coro. Inoltre, certe ‘indennità’ sono state spesso concesse, per dinamiche salariali che miravano a rimpolpare stipendi base piuttosto bassi. Pertanto chi non è informato dettagliatamente farebbe meglio a tacere, piuttosto che infervorarsi in battaglie senza fondamento!

Così come dovrebbe tacere chi, per giustificare i licenziamenti, parla di libero mercato del lavoro musicale. Che sciocchezza! In un Paese come l’Italia questo, infatti, non può esistere, provenendo tutte le risorse per la cultura dall’ambito pubblico, visto che c’è una detassazione ridicola (altra occasione perduta dalla legge Bray) e i privati investono nel settore solo a fronte del ritorno pubblicitario che si ottiene sponsorizzando unicamente grandi nomi, grandi iniziative o grandi marchi (è il motivo per cui solo La Scala, con il passaggio alle fondazioni, ha trovato finanziamenti cospicui e tutti gli altri hanno preso quattro soldi). Pertanto il ‘libero mercato del lavoro’ non esiste e solo le risorse pubbliche garantiscono la sopravvivenza di un settore nel quale, peraltro, lo Stato ha già investito molto per la formazione (quanto costa la preparazione di un musicista professionista tra strutture, docenti, personale, etc.?).

Intanto affermiamo con chiarezza che un licenziamento così eclatante non si pianifica in una settimana o due, per le ripercussioni che esso comporta. Tanto per citarne qualcuna: le risorse necessarie per pagare tutte le liquidazioni o quelle per gli innumerevoli contenziosi che, inevitabilmente, si apriranno; poi le conseguenze sulla riorganizzazione del lavoro di chi è rimasto in Teatro; oppure le conseguenze politiche (locali ma anche nazionali) che possono pesare notevolmente dal punto di vista elettorale.

 Ci sono poi le parole del Sindaco che già da mesi parlava di ‘Teatro a rischio liquidazione’ o l’operato dell’attuale dirigenza che ha già demolito il corpo di ballo per ridurlo a soli quindici danzatori: solo qualche anno fa erano circa 70! C’è poi il referendum (se appoggiare o meno la linea di Fuortes il sovrintendente) che, evidentemente, serviva solo a dividere i dipendenti, e in caso di non approvazione poteva essere un’ottima scusa per procedere con i licenziamenti. Infatti, nonostante esso sia stato approvato a larga maggioranza dei votanti, di fatto, si è rivelato un atto del tutto inutile: una volta detto si a Fuortes, sono stati decisi i licenziamenti! In verità ci sembra la fiaba del lupo e dell’agnello: “Mi hai sporcato l’acqua. No, non posso, sono più in basso! Allora ti mangio perché tuo fratello …”.

Come già in più occasioni ho detto e ribadito, la legge Bray sembra sia stata concepita appositamente per ridimensionare e poi chiudere i teatri, ai quali darà soldi non per risollevarli, ma, probabilmente, per pagare le liquidazioni dei lavoratori.

A questo punto si comprendono anche le motivazioni dell’improvviso ed inaspettato abbandono del Teatro da parte del maestro Riccardo Muti, non giustificate affatto dal presunto cambiamento di ‘clima’ (che è stazionario da anni …). Al Maestro certamente è stato comunicato, anche se tardivamente, ciò che stava per accadere: immaginate cosa sarebbe successo se avessero licenziato l’orchestra con lui ancora in sella! Quindi, è ovvio che sia stato avvertito e che, quindi, non poteva non sapere! Egli ha scelto (diciamolo: in maniera poco elegante) di defilarsi dando comunicazione dall’estero, per lettera, della sua decisione (su carta intestata dell’orchestra di Chicago: che caduta di stile!), e non impegnandosi minimamente a favore di tutti quei musicisti che fino al giorno precedente aveva pomposamente definito “la prima orchestra verdiana del mondo” e che da domani si troveranno  in mezzo ad una strada nonostante abbiano sostenuto e vinto un concorso internazionale.

Altro paradosso è che si sia voluto far pagare tutto ai musicisti e fare salvi i tecnici, gli amministrativi, i danzatori e i dirigenti. Che non siano stati toccati i lavoratori del comparto non artistico, il cui ruolo è infinitamente più facile da ‘esternalizzare’ che non quello di orchestra e coro, si può spiegare in due modi: il primo è che potrebbero venir ridotti progressivamente di numero con il blocco del turnover o licenziati a piacimento delle direzioni dei teatri ‘ope legis’ (riduzione del personale non artistico del 50%), il secondo è che nella fascia amministrativa è infinitamente più facile fare clientelismo, quindi, mantenere alto il numero degli addetti (che entrano senza alcun concorso a differenza dei musicisti!), consente di gestire a propria discrezione molti posti di lavoro. Del Corpo di Ballo abbiamo già detto che sono rimasti in quindici. Relativamente ai dirigenti si sa che in Italia chi ha un incarico politico non è mai responsabile …

Sul perché sia accaduto tutto questo, oltre che conseguenza della legge Bray, al di là delle chiacchiere sulla vendetta sui lavoratori ‘privilegiati’ ma scioperanti, sulla produttività (che è scarsa non per colpa dei lavoratori ma di chi non sa gestire per incapacità o per ‘altro’), sul risparmio sugli stipendi, ma anche sulle costose produzioni di Muti, non va sottovalutata la teoria dei due poli dell’eccellenza da tempo delineata e perseguita. Essa prevede da una parte Santa Cecilia, con un disegno di accorpamento dell’Opera di Roma nell’Accademia (certa sinistra non ha mai amato l’opera lirica, troppo popolare, poco intellettuale: ricordate quando Rutelli chiuse Caracalla?) finalizzato ad un significativo risparmio per le casse del Comune di Roma; dall’altra parte La Scala riconosciuta eccellenza mondiale quindi accettata e protetta anche se fa opera (anch’essa nonostante le tante risorse disponibili, con tanti bilanci in rosso …). Proprio in questi giorni, non a caso appena prima del licenziamento di massa all’Opera di Roma, a conferma ulteriore delle nostre supposizioni su scelte che sono predeterminate da tempo, Franceschini ha sbandierato la conseguita autonomia per le due istituzioni!

Si continua a considerare la cultura come una spesa e non come un investimento, si continua a chiudere orchestre e demolire patrimoni materiali ed immateriali che il mondo ci invidia, si continua a ragionare con provincialismo o grette visioni di interessi personalistici. Per quanto ancora durerà tutto questo? Probabilmente fino a quando non saremo totalmente circondati da rovine fumanti. Che tristezza!

 

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