venerdì, Luglio 30

Sì, era la RAI: cronaca di un'involuzione Un convegno sulla Convenzione RAI del 2016 apre la stura ad una serie di caustiche riflessioni

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Malgrado un raffreddore deprimente, di quelli che ti fanno sentire la reincarnazione di un salice piangente, ieri mattina, su invito del professor Gianpiero Gamaleri, ho trascorso alcune ore nella Sala degli Arazzi di viale Mazzini, 14 – Roma (ebbene sì, nella tolda della RAI) ad ascoltare il folto gruppo di relatori del Convegno ‘La convenzione RAI 2016: un nuovo Patto con gli italiani’.

Un convegno che ha messo tanta carne al fuoco e in cui l’intervento della Presidente Anna Maria Tarantola è stato il punto di equilibrio, perché ha saputo calibrare le opposte opinioni dei relatori.

Poiché, però, io di mestiere faccio l’opinionista, manco mi ero portata il block notes per appuntarmi i concetti salienti di ciascun relatore. Ho dentro una miscellanea che, comunque, non riuscirei a ridistribuire al reale ‘proprietario’ delle idee e dunque, come cronista varrei poco.

Valgo di più, forse, come catalizzatrice di emozioni. E tante ne ho concentrate in uno spazio di dieci minuti, quando è stato proiettato un video, intitolato ‘Immagini, suoni, emozioni’ – realizzato da RaiSenior, un documento intessuto di ricordi, dedicato ai 60 anni della Tv ed ai 90 della Radio.

Un susseguirsi di immagini che mi ha riportato a galla tanti ricordi e che non sono solo miei: il bello della RAI è quello di essere il volano dei ricordi degli italiani.

Non ho potuto resistere dal confidarmi con la mia vicina di sedia, vedendo apparire sullo schermo Mario Riva che cantava ‘Domenica è sempre domenica’: “Ecco, quello è stato il preciso momento in cui ho deciso di andare ad abitare a Roma“.

Poiché vi era una ‘stringa’ in cui era riportata la data (1958), la signora mi ha guardata stupita, giacché non corrispondevano il mio aspetto e la mia affermazione alla presunta età di chi poteva decidere nel 1958 di trasferirsi nella Capitale.

Le ho chiarito subito: “Avevo 2 anni. Lo proclamai con una risolutezza insolita in una bambina di quella età. L’ho realizzato 27 anni dopo. Quando si parla di testardaggine…”.

Tutto, in quel filmato patchwork, dava il pizzicorino in gola di lacrimucce nostalgiche. Era perché eravamo bambini – o giovani – e dunque la vita ci sembrava una promessa di serenità?

Era perché il prodotto culturale propostoci non scadeva nelle volgarità che dobbiamo ora sorbirci, inoculate dalle finalità commerciali e da una concorrenza che, non avendo i laccioli del servizio pubblico, ha sollecitato i peggiori istinti dei telespettatori (volgarità, sguaiataggine, scarsa cultura) per fidelizzarli?

Forse lo stato d’animo del popolo nel suo complesso era diverso. Non nascondiamoci dietro un dito: anche il più sereno e filosofo fra noi ai giorni nostri si sente un po’ incarognito. Siamo accerchiati da una situazione ai minimi storici della demotivazione e della crasi che si apre fra Stato e Paese.

I giornali vomitano scandali a getto continuo. Tangentopoli ci appare come un saggio ginnico dei boy scout. Ritroviamo le identiche facce –Primo Greganti, lo stesso Claudio Scajola, che ai tempi andò in galera per uno scandalo su fondi regionali- più nuovi adepti, perché le furbate sono più facili da apprendere che la coerente onestà.

Ieri mattina, il mio adorato, idolatrato Massimo Gramellini ha ricamato un suo ‘Buongiorno’ partendo da una frase di Papa Francesco che aveva affermato che non negherebbe i Sacramenti neanche ai marziani.
Facile, per un faceto come il mio eroe, immaginare marziani attratti da questo messaggio di accoglienza e in crisi mistica che puntino verso l’Italia à la recherche del Verbo. E qui, però, lasciata la consolazione dello spirito, Gramellini descrive i brutti incontri di questi esserini ingenuamente indifesi con certi personaggi-orchi che pasturano nel Bel Paese.

Ne fa una lista molto folkloristica, ma, al tempo stesso veridicamente deprimente: un sequel de’ i Nuovi e i Nuovissimi Mostri che ci fanno sentire un po’ tutti mostriciattoli, visto che siamo stati capaci di farli accedere alle somme cariche dello Stato.

Pensavo a questo godendomi il mosaico delle scene d’una televisione ancora giovane e ingenua proiettate sullo schermo della sobria Sala degli Arazzi in RAI. A quell’Italia di cui da bambina manco mi accorgevo di viverci, ma che ora rimpiango perché mi pare che ci siamo tutti incattiviti, io per prima.

Un’Italia-fiaba dove non c’erano pregiudicati con le leve del comando e gli scandali fisiologici, sulle pagine dei giornali, lasciavano spazio anche alle Befane del Vigile o ai Premi per i bimbi buoni. Oppure ai Giuramenti delle reclute nelle caserme che furono i primi esercizi di cronaca mielosa della mia adolescenza sul giornale locale del mio paese.

Dove le escort si chiamavano mondane e non erano in battaglioni agguerriti e manco circolavano le baby squillo (forse perché non c’erano ancora telefonini da ricaricare come compenso per le prestazioni sessuali di DODICENNI).

Sì, dodicenni… proprio com’è emerso l’altro ieri in un paese in provincia di Roma, Ladispoli.

Nel 1950 si svolsero i Campionati mondiali di calcio in Brasile. Allora si chiamavano ‘Coppa Rimet’. Segnarono la ripresa post bellica. L’ultimo che si era giocato, l’avevamo vinto noi nel 1938.

Anche nel 2016 il Brasile ospiterà la Coppa del Mondo di football. La prima volta, però, non fu necessario esortare alla creazione di una task force per prevenire il turismo sessuale nel Paese sudamericano, come ha appena fatto Radio in Blu (fonte, la mia amica giornalista Federica Margaritora).

Certo, ancora pesti nel dopoguerra, erano pochissimi gli italiani che si recarono al seguito della squadra: proprio lo stretto indispensabile; e poi, qui a Roma si era in pieno Giubileo e fu quello l’evento da folla oceanica che si consumò nei nostri confini.

Ora che il benessere imperversa, malgrado la crisi, c’è anche questo risvolto a confermare quanto il sesso sia passato da fisiologia a patologia, una specie di pulsione ingovernabile, sollecitata anche con un acconcio e non so quanto casuale uso dei media. Catastrofista? Millenarista?

Mi ritengo una semplice osservatrice dei tempi. E quel susseguirsi d’immagini d’un’Italia pulita e ‘elegante’  -ma senza cene!-, sobria (rubo i termini alla collega Marida Caterini, fra i relatori del Convegno da cui ho preso spunto) sembravano venire pari pari da affreschi delle tombe etrusche, tanto apparivano sbiaditi.

Era quella la RAI… non quella di oggi: e se si vuole dare un’anima all’Azienda del servizio pubblico degna di una Convenzione, nel 2016, sarebbe il caso di rendersi protagonisti di una rivoluzione culturale positiva, che depuri gli italiani dalle scorie della volgarità e ridia loro il gusto della cultura e dell’apprendimento, piuttosto che del gossip e della sguaiataggine.

 

PS: La mia amica scultrice Alba Gonzales ha in mostra a Ravello una serie di bellissime opere. Fra le altre, sulla Terrazza dell’Auditorium dedicato a Oscar Niemayer, che lo disegnò, v’è quella monumentale che lei dedica alla Giustizia. Ha 5 facce ed è intitolata: ‘Lei vede, non vede e altrove guarda’.
Consiglio al Premier Matteo Renzi di fare un piccolo investimento, acquistandola (è comunque un’opera d’arte che entrerebbe nel patrimonio dello Stato) e di collocarla nel cortile di Palazzo Chigi.

Per tutte le volte che dice: ‘Ci metto la faccia’ potrebbe tornargli utile.   

 

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