lunedì, Settembre 20

Riyad, si dimette il Premier del Libano: cosa c’è dietro? L'analisi di Matteo Bressan, analista presso NATO Defense College Foundation, e Annalisa Perteghella, analista presso ISPI, sugli scenari aperi dai recenti eventi in Libano

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Il luogo in cui Saad Hariri ha annunciato le sue dimissioni non può passare inosservato. L’uscita di scena dell’ex Premier libanese, infatti, non è avvenuta in patria ma in Arabia Saudita, un Paese che da sempre ha esercitato un’influenza evidente sulla politica libanese e in cui Hariri ha la cittadinanza e i suoi principali sponsor. Pertanto, la vera incognita di queste dimissioni, secondo Annalisa Perteghella – analista presso l’ISPI (Istituto degli Studi Politici Internazionali) “è data dalla spontaneità delle dimissioni di Hariri  , al contrario, dalle sue imposizioni da parte di altri soggetti. Molti si domandano addirittura se l’ormai ex premier libanese non sia addirittura prigioniero di Riyad in quanto non è ancora tornato in patria e viste le circostanze in cui sono avvenute le sue dimissioni, il tono con cui sono state pronunciate e il suo mancato ritorno in Libano, non si tratta di una possibilità totalmente da escludere. Pertanto, non è stato Hariri ad aver sottolineato la sua vicinanza all’Arabia Saudita quanto al contrario è stato proprio il regime saudita ad aver voluto dimostrare di avere una fondamentale voce in capitolo tanto negli affari libanesi quanto in quelli regionali. Tale mossa, infatti, è stata chiaramente una mossa anti-iraniana e anti-Hezbollah”.

Una strategia che può essere letta, secondo l’analisi di Annalisa Perteghella, come un tentativo di danneggiare Hezbollah facendo cadere un governo di cui faceva parte e che poteva quindi in qualche modo legittimarne l’operato: “Dal dicembre scorso, quando Hariri è stato nominato Primo Ministro, vi è stato una sorta di grande compromesso fra Hezbollah, l’Iran, che è il suo principale sostenitore, e l’Arabia Saudita, il cui principale rappresentante in Libano era proprio Hariri. Con l’uscita di scena dell’ex Premier e il conseguente venir meno della componente saudita del Governo libanese, Riyad vuole portare avanti un’opera di delegittimazione della parte di Hezbollah presente al Governo e segnalare che non è più disponibile alla convivenza con gli alleati dell’Iran in Libano, lasciando ad intendere che d’ora innanzi vi sia spazio solo per una visione saudita”.

Gli sconvolgimenti di questi giorni aprono un nuovo capitolo nella lunga guerra per procura che da decenni contrappone Arabia Saudita e Iran nella lotta per l’egemonia del mondo islamico. “Se si ripercorre quello che è successo in questi mesi a partire dalla nomina a principe ereditario di Mohammad bin Salman” – sottolinea Annalisa Perteghella – “è evidente come l’Arabia Saudita stia serrando i ranghi e preparando il terreno a uno scontro che non deve necessariamente sfociare in guerra aperta, ma che sicuramente rappresenta un aumento della pressione nei confronti dell’Iran. Si sta assistendo ad un cambio inedito della politica del regime saudita, che in passato è sempre stata caratterizzata da uno svolgimento non eclatante e a basso profilo. Questa volontà, al contrario, di rimettere in gioco gli equilibri dimostra una sicura intenzione da parte saudita di portare la contrapposizione dell’Iran ad un livello più alto, facendo capire a Teheran di non essere disposta a consentirne il ritorno nell’area mediorientale”.

Le pressioni per le dimissioni di Hariri si collegano strettamente ad altri recenti eventi che hanno riguardato il regno saudita, quali le accuse all’Iran di aver fornito i missili ai ribelli Houthi nello Yemen, la rottura diplomatica con il Qatar e il recente giro di vite contro la corruzione interna. Tutti fenomeni fra loro collegati dalla svolta generazionale impressa dal principe ereditario Bin Salman e dalla concentrazione dei principali centri del potere saudita nelle mani dell’erede al trono, con l’ambizioso obiettivo di rendere l’Arabia Saudita la prima potenza regionale del Medioriente. “Il fatto stesso che Mohammad Bin Salman si prepari a diventare il prossimo Re rappresenta una rivoluzione” – sottolinea Perteghella – “perché non era lui l’erede designato originale essendosi sempre seguita la linea di successione dinastica in forza della quale sarebbe dovuto ascendere al trono il fratello dell’attuale monarca. Un altro elemento di rottura è dato dalla giovane età del futuro Re: bin Salman ha infatti solo trentadue anni e pertanto ha di fronte a sé praticamente una vita intera per poter governare. Nominato erede al trono, Bin Salman ha cominciato a preparare la sua ascesa eliminando gli oppositori interni e centralizzando tutto il potere su di sé attraverso l’eliminazione del capo delle forze armate e dei vertici dei media e limitando il potere delle élites religiose. Conseguenza delle azioni del principe è stato il venir meno di quella sorta di sistema di check and balances che aveva caratterizzato gli assetti della politica saudita, la concentrazione del potere nelle mani del futuro Re e la possibilità da parte di quest’ultimo di imporre la propria visione di un’Arabia Saudita che torna ad essere protagonista”.

E’ difficile, tuttavia, che dietro le mosse del principe ereditario Bin Salman non vi sia un’approvazione da parte degli Stati Uniti, i quali puntano, secondo l’analisi di Annalisa Perteghella, “al medesimo obiettivo che si sono posti Arabia Saudita e Israele: limitare l’influenza dell’Iran nella regione. Nella stessa direzione è andato il tentativo da parte del Presidente Trump di cancellare l’accordo sul nucleare, tentativo che non è andato a buon fine perché da una parte vi è il fronte compatto dei Paesi che hanno firmato l’intesa e dall’altra vi è l’Iran che sta effettivamente rispettando l’accordo. Nello stesso tempo gli Stati Uniti stanno proseguendo in un’opera di disimpegno dalla regione mediorientale: in questo vi è una sintonia fra l’Amministrazione Trump e la precedente Amministrazione Obama, la differenza risiede nel fatto che Trump, a differenza di Obama, riconosce tanto nell’Arabia Saudita quanto in Israele alleati in grado di poter badare agli interessi americani nell’area. Il fatto che Obama non sia più Presidente è stato interpretato dai leader di entrambi i Paesi come una sorta di ‘liberi tutti’, un’occasione per tornare a far sentire la propria voce e imporre la propria visione”.

Nelle ultime ore, gli eventi stanno subendo una drammatica evoluzione. L’Arabia Saudita ha infatti invitato i propri cittadini presenti in Libano a lasciare il Paese, una mossa che può essere interpretata – secondo l’opinione di Annalisa Perteghella – con più di una chiave di lettura: “L’imminenza, seppure improbabile, di un attacco da parte di Israele, una nuova misura per aumentare l’escalation senza tuttavia arrivare ad una guerra, oppure un tentativo di proteggere i propri cittadini contro possibili ripercussioni da parte di Hezbollah”. E su quest’ultimo punto è interessante notare, secondo la analista, “come in questi giorni Hezbollah non abbia risposto alle dimissioni di Hariri con violenza o minacce di ripercussioni, recitando al contrario la parte dell’ attore moderato per far passare il regime saudita come il nemico del Libano e della pace”. Organizzazioni reputate terroristiche, come Hezbollah, che recitano la parte del moderatore e un regime con una politica solitamente di basso profilo e poco aperta alle comunicazioni con l’esterno, quale l’Arabia Saudita, che impone con iniziative energiche, se non addirittura convulse, la propria visione strategica dimostrano come gli equilibri del Medioriente non debbano mai essere dati per scontati.

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