domenica, Agosto 1

Riyad, si dimette il Premier del Libano: cosa c’è dietro? L'analisi di Matteo Bressan, analista presso NATO Defense College Foundation, e Annalisa Perteghella, analista presso ISPI, sugli scenari aperi dai recenti eventi in Libano

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Il Libano di nuovo al centro del grande gioco mediorientale. Le dimissioni, annunciate il 4 novembre scorso, del Primo Ministro libanese Saad Hariri, rischiano di compromettere i già fragili equilibri politici del Paese e di creare una crisi in grado di assumere dimensioni regionali.

Nell’annunciare la sua uscita di scena l’ormai ex Premier libanese ha ammesso di temere per la sua vita, denunciando l’esistenza nel Paese di un clima simile a quello che portò nel 2005 all’assassinio del padre Rafik Hariri, all’epoca Capo del Governo, e ha successivamente accusato l’Iran e il partito sciita libanese Hezbollah di agire per la destabilizzazione dell’intera regione. Ma dietro le motivazioni ufficiali, appare chiaro come le dimissioni di Hariri siano strettamente collegate tanto alle dimensioni politiche interne del Libano, quanto al contesto internazionale in cui il Paese è collocato.

Secondo l’analisi di Matteo Bressan, analista presso il NATO Defense College Foundation e autore insieme a Domitilla Savignoni di ‘Siria il perché di una guerra’ (Salerno Editrice) in libreria dal 16 novembre, le dimissioni di Saad Hariri non possono essere identificate unicamente con un semplice mutamento di politica interna perché quasi nulla di ciò che accade in Libano prescinde da quella che è la situazione geopolitica della regione: “I maggiori eventi che riguardano il paese avvengono in forza di condizionamenti esterni più o meno forti e si traducono spesso in scelte di politica interna, un esempio l’elezione, quasi un anno fa, del presidente libanese Michel Aoun, considerata sia come un accordo interno sia una vittoria di Hezbollah e quindi dell’Iran. Il contesto regionale è quindi di centrale importanza. Attualmente la strategia statunitense nella regione si concentra sulla messa in discussione dell’accordo sul nucleare con l’Iran, le stesse monarchie del Golfo aumentano la loro pressione su Teheran e Israele, proprio in virtù della sostanziale vittoria del Presidente Bashar al Assad in Siria, si ritrova ad affrontare quella che molti hanno definito una sorta di libanizzazione della Siria. È noto infatti che in seguito alle difficoltà dell’esercito di Assad, nel 2012-2013, l’Iran era intervenuto in Siria in difesa del suo grande alleato e tale intervento da parte del regime di Teheran è ciò che maggiormente preoccupa lo Stato di Israele”.

La storia politica del Libano è stata segnata da numerosi periodi di vuoto istituzionale, tanto a livello di Governo quanto a livello di Presidenza: dal 2014 e prima ancora nel 2013 vi è stato infatti uno stallo causato dall’assenza di un Governo per oltre un anno e, successivamente, vi sono stati due anni di assenza del Presidente. Il Governo appena caduto a causa delle dimissioni di Hariri era in carica da circa un anno, da quando un accordo fra le varie forze politiche del Paese aveva reso possibile l’elezione dell’attuale Presidente Aoun.

Il punto fondamentale della questione, secondo Matteo Bressan, “consiste nel capire se l’agenda politica del Libano, sia esso con o senza un premier, con o senza un Presidente, possa cambiare oppure no: siamo infatti di fronte a un Paese che per dinamiche interne, quali la presenza degli Hezbollah, ha un’agenda politica che è spesso indipendente dal cosiddetto potere reale. Pertanto, in questo anno di Governo, il premier Hariri non è stato in grado di impostare una revisione della linea politica nei confronti degli Hezbollah in Siria. Lo stesso risultato si è avuto qualche anno fa quando il Libano ha cercato di rimanere indipendente e neutrale rispetto agli eventi della guerra in Siria: anche allora, nonostante le autorità libanesi dell’epoca cercassero di rimanere estranee al conflitto, gli Hezbollah hanno comunque deciso di intervenire militarmente nel Paese”.

All’indomani delle dimissioni di Hariri, pertanto, Bressan ritiene che ci troviamo di fronte ad “un Paese privo di un Premier, quale Hariri, particolarmente vicino all’Arabia Saudita e che al contempo faceva parte di una coalizione di Governo con gli Hezbollah, ma questo non muta in misura sostanziale gli assetti politici interni alla nazione perché l’Esecutivo libanese non muterà la propria linea politica”.

Gli eventi di questi giorni apriranno certamente una fase di instabilità all’interno del Paese, la quale tuttavia non deve essere sopravvalutata: “Non credo che l’assenza di Hariri possa costituire un colpo devastante al Libano: spesso si confonde un leader con la comunità di riferimento e Hariri, oltre a non avere la forza di alcuni anni fa, non è certamente paragonabile alla figura carismatica del padre. L’Hariri divenuto Premier nel 2016 è infatti un premier fortemente indebolito anche nei confronti di altri attori importanti della comunità sunnita e di esponenti del suo stesso partito quali l’allora Ministro della Giustizia Ashraf Rifi, che nella roccaforte sunnita di Tripoli presentò alle elezioni municipali liste autonome rispetto ad Hariri”.

L’uscita di scena di Hariri potrà paradossalmente mettere in una posizione difficile l’attuale Presidente del Libano   Michel Aoun, da sempre considerato estremamente vicino al partito di Hezbollah: “Hariri può certamente prendere le distanze da Hezbollah” – afferma Bressan – “ma tale presa di distanza va a rafforzare quella convinzione che anche la presidenza del libano sia corresponsabile di eventuali azioni che Hezbollah dovesse fare in futuro. Nel momento in cui gli Hezbollah dovessero fare qualcosa tale da esporli ad un’azione militare da parte israeliana, è ovvio che mancando un premier che era considerato anti-hezbollah pur convivendo al Governo con i medesimi, si potrebbe configurare una maggiore responsabilità dei vertici istituzionali libanesi”.

Il vuoto di potere ai vertici dell’Esecutivo libanese aumenta il rischio che le tensioni già elevate fra Israele e il partito Hezbollah possano degenerare in una vera e propria guerra, rievocando lo spettro dell’intervento militare israeliano del 2006. Ma se “Israele si sta preparando militarmente ad un eventuale conflitto, come dimostrato anche dall’esercitazione militare svolta questo settembre, una delle maggiori negli ultimi vent’anni”, Bressan sottolinea come gli esiti di un eventuale conflitto sarebbero imprevedibili per entrambe le parti: “Israele è consapevole delle rinnovate capacità da parte degli Hezbollah di condurre attacchi, dovuta anche all’impegno in Siria. Oggi, secondo gli israeliani, Hezbollah avrebbe capacità sia di colpire con i propri razzi l’intero territorio di Israele, sia quella di condurre delle vere e proprie azioni di guerriglia urbana. Bisogna tuttavia considerare l’alto numero di perdite, superiori alle duemila unità, subite da Hezbollah in Siria: se già le vittime sono così numerose in un conflitto come quello siriano, potrebbero certamente diventare maggiori e in definitiva controproducenti nel caso di una guerra tradizionale come quella, eventuale, contro l’esercito di Israele”. Pertanto, uno scontro diretto fra Hezbollah e Israele “non sembra al momento imminente, d’altra parte potrebbe invece esserci un aumento dell’attuale escalation fra i due contendenti con l’obiettivo, da parte israeliana, di avere lungo il confine con la Siria rappresentato dalle alture del Golan, una zona di sicurezza in cui non vi siano milizie ostili”.

Tuttavia, le relazioni future fra Israele e Libano, come sottolinea Matteo Bressan, potrebbero essere influenzate in misura determinante dall’evoluzione del vicino scenario siriano: “Israele, infatti, non parla più di un fronte nord, corrispondente al sud del Libano, per le proprie operazioni, ma da alcuni mesi a questa parte indentifica un unico grande fronte settentrionale che vede indistintamente una serie di nemici dal Libano alla Siria. Un fronte all’interno del quale ci sono gli Hezbollah, le milizie iraniane in Siria e le forze armate di Assad”. E qualora un intervento armato di Israele dovesse davvero concretizzarsi, Bressan ritiene che l’unico attore internazionale con la capacità militare ma soprattutto la forza politica per scongiurare uno scontro a fuoco sarebbe la Russia: “ E’ vero che la Russia è stata determinante per la riconquista da parte di Assad di buona parte del territorio siriano, ma non credo che Mosca abbia la stessa agenda politica dell’Iran o degli Hezbollah. La Russia dovrà innanzitutto far riconoscere ad Israele il dato incontrovertibile della vittoria di Assad. Successivamente Israele avrà una serie di opzioni: potrà accettare la presenza da parte dell’Iran ai suoi confini o potrà continuare a condurre operazioni mirate contro gli Hezbollah in Siria rischiando a questo punto di aprire scenari non prevedibili. Israele potrebbe in alternativa fare in modo che la Russia intervenga per ridurre l’influenza iraniana, in particolare agendo sulla zona di de-escalation nel sud della Siria che, Israele, ha già dimostrato di non gradire lungo il proprio confine attraverso una serie di raid militari come quello dello scorso 7 settembre, i quali costituiscono indubbi messaggi nei confronti di Stati Uniti e Russia”.

Un’eventuale intesa per congelare la crisi verrebbe negoziata in maniera ufficiosa, al di fuori dei riflettori della diplomazia ufficiale in quanto “non vi è la necessità di un vero e proprio accordo ufficiale, è sufficiente una intesa ufficiosa purché solida, anche perché gli accordi diplomatici in Siria non hanno mai veramente funzionato”, mentre la vera carta forte che può giocare la Russia in questa partita è data dal fatto di essere “l’unica potenza ad avere sul campo una forza diplomatica sufficiente a sbloccare l’impasse e soprattutto, di essere capace di parlare con tutti gli attori convolti: da Israele agli Hezbollah, dai sauditi all’Iran, passando per la Turchia”, conclude Bressan.

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