domenica, Ottobre 17

Sharon, l’uomo dello Stato per soli ebrei field_506ffb1d3dbe2

0
Sharon, all'epoca ministro dell'Agricoltura, insieme al premier Begin, nel 1981, durante la visita della colonia di Alon in Cisgiordania (Foto: Reuters)

Sharon, all’epoca ministro dell’Agricoltura, insieme al premier Begin, nel 1981, durante la visita della colonia di Alon in Cisgiordania (Foto: Reuters)

Gerusalemme – Ariel Sharon è morto. Dopo otto anni di coma irreversibile, uno dei padri fondatori del progetto sionista è spirato in un ospedale israeliano. Generale, ministro, premier: la carriera di Sharon ha accompagnato i 66 anni di storia israeliana, sfogliare la sua carriera è come rileggere le tappe fondanti lo Stato di Israele. Sharon, uomo pratico, non certo un intellettuale, è stato tra i principali fautori dell’occupazione della Palestina, la creazione – tuttora in corso – di uno Stato a maggioranza ebraica e del suo riconoscimento nel mondo come democrazia.

Lo ha fatto a colpi di armi da fuoco, massacri, colonizzazione dei Territori. Nato il 26 febbraio 1928 a Kfar Malal, ha cominciato a muovere i primi passi in campo militare a soli 14 anni, quando entrò a far parte prima di Gadna, battaglione paramilitare sionista, e poi delle famigerate forze Haganah, che dopo il 1948 diedero vita all’esercito israeliano. I miliziani dell’Haganah iniziarono le prime azioni militari contro la popolazione palestinese già nell’autunno del 1947, fino all’infausta “battaglia per Gerusalemme”. Per le azioni compiute, Sharon venne promosso a comandante di plotone, impegnato per tutto il 1948 in attacchi militari contro l’esercito giordano che tentava di difendere Gerusalemme.

Una carriera fulminea: nel 1950 venne promosso ufficiale di intelligence del Commando Centrale. Brillante stratega militare, Sharon passerà alla storia per le atrocità commesse contro il popolo palestinese e i profughi in Libano. Negli anni Cinquanta e Sessanta, Sharon ordinò e guidò massacri in Cisgiordania, fino al 1967 controllata dalla monarchia giordana. È il caso del massacro di Qibya, nel 1953: 69 civili palestinesi, molti bambini, vennero uccisi dalle truppe di Sharon, in risposta ad un attacco della resistenza palestinese a Yehud. Sharon ordinò di far esplodere con la dinamite tutte le case del villaggio.

Il 1956 è l’anno della guerra di Suez: Sharon è comandante dell’Unità 202 e responsabile dell’occupazione della zona orientale della Penisola del Sinai. Sotto il suo comando, l’esercito israeliano fu in grado di avanzare all’interno del territorio egiziano, lasciandosi dietro oltre 300 morti nelle schiere dell’esercito egiziano. Una carriera scintillante, che gli permise nel 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni, di mettersi a capo della più potente divisione sul fronte egiziano.

A seguito delle operazioni del 1967, le strategie militari di Sharon divennero oggetto di studio da parte dell’esercito degli Stati Uniti, per le innovazioni introdotte nella battaglia di terra: attacchi simultanei multipli, portati avanti da piccole unità di soldati, in grado di bucare e sfibrare il fronte nemico.

Negli anni Settanta, entra a far parte del partito di destra Likud, nonostante da giovane sembrasse più vicino all’ideologia socialista del partito laburista. Uscito dal partito durante la guerra dello Yom Kippur, Sharon passa da una fazione politica all’altra, fino a fondare una sua lista, Shlomtzion, che vince due seggi alla Knesset. Subito dopo le elezioni del 1977, Sharon fa confluire la sua lista dentro il Likud e ottiene così il Ministero dell’Agricoltura nel governo Begin.

È in questi anni che Sharon pianifica il progetto coloniale all’interno dei Territori Occupati nel 1967: durante il suo mandato, raddoppia il numero di coloni negli insediamenti illegali a Gaza e in Cisgiordania, gettando le basi per la futura e selvaggia espansione delle colonie in terra palestinese. «Tutti devono trasferirsi, correre e occupare più colline possibile per allargare le colonie ebraiche, perché tutto quello che prenderemo oggi, resterà nostro per sempre. Quello che non occuperemo, resterà in mano loro», disse Sharon in un discorso passato alla storia e che spiega bene gli attuali sviluppi del conflitto israelo-palestinese. Un conflitto coloniale, un furto di terre, per cui Sharon ha speso la sua intera carriera politica, fino a ottenere la poltrona di ministro della Difesa nel 1981.

L’anno dopo è l’anno del massacro di Sabra e Shatila, i due campi profughi palestinesi a Beirut: dal 16 al 18 settembre 1982 circa 3.500 palestinesi furono barbaramente uccisi dalle falangi cristiane libanesi, sotto la diretta protezione e il concreto sostegno dell’esercito israeliano e del Ministero della Difesa di Tel Aviv. Uomini disarmati, donne, bambini, fucilati contro i muri, ammassati uno sull’altro, in una delle azioni più disumane mai compiute nella storia.

La commissione Kahan, creata dal governo di Tel Aviv nel 1982, dichiarò l’esercito israeliano e il ministro Sharon indirettamente responsabili del massacro per aver volutamente ignorato il bagno di sangue e la vendetta dei falangisti cristiani contro i profughi palestinesi, in un periodo in cui la città libanese di Beirut era occupata da Israele e quindi sotto la responsabilità di Tel Aviv. L’anno dopo, 1983, Sharon fu rimosso dalla poltrona di ministro della Difesa, ma rimase nel governo con un dicastero senza portafoglio.

Negli anni successivi Sharon è passato da un ministero all’altro, fino a ricoprire la carica di ministro degli Esteri tra il 1998 e il 1999. L’anno dopo, il 28 settembre 2000, la provocatoria passeggiata di Sharon alla Spianata delle Moschee a Gerusalemme, accompagnato da oltre mille poliziotti israeliani, accese la rabbia palestinese. Scoppia la Seconda Intifada, durante la quale la durissima reazione militare israeliane alle manifestazioni popolari palestinesi lasciò sul terreno 5mila palestinesi e circa mille israeliani.

L’anno successivo, a febbraio, Sharon è eletto primo ministro dello Stato d’Israele. Sotto la sua guida la colonizzazione della Cisgiordania è proseguita spedita, accanto ad una decisione che ha creato non poca confusione nella comunità internazionale. Nel dicembre 2004 Sharon ordina l’evacuazione forzata delle colonie nella Striscia di Gaza: ad agosto dell’anno successivo 9.480 coloni ebrei vengono potati via con la forza dagli insediamenti a Gaza. Immediato il plauso internazionale: Sharon viene incensato come uomo di pace, pronto a cedere terre a favore del negoziato.

Niente di più sbagliato: in quella decisione sta l’intero progetto sionista. “Il sionismo, dalla fine dell’Ottocento, ha come obiettivo la creazione di uno Stato ebraico, a maggioranza ebraica. Nel 1948 e nel 1967 Israele tentò di raggiungere questo obiettivo attraverso la deportazione forzata e di massa della popolazione palestinese – ci spiega l’analista e giornalista israeliano Sergio YahniNel 2000 non può più agire in questo modo, sarebbe inaccettabile per l’intera comunità internazionale. Per questo l’obiettivo oggi è un altro: se gli arabi non possono essere deportati, allora chiudiamoli in enclavi chiusi, in cantoni, dove massimizzare la popolazione palestinese in spazi minimi”.

Sharon è stato l’apripista di una simile visione, già istituzionalizzata con gli Accordi di Oslo del 1994 e la divisione dei Territori Occupati in Area A, B e C. Gaza ne è l’esempio lampante: perché a Israele dovrebbe interessare la Striscia? Un territorio piccolo con la più alta densità abitativa del mondo. Un milione e 700mila palestinesi vivono a Gaza. Israele non sa che farsene: per questo il ritiro dei coloni di Sharon va letto nella giusta prospettiva. Con quella decisione Sharon ha istituzionalizzato la divisione in cantoni del popolo palestinese, enclavi su cui Israele non ha controllo, se non esterno, che non gestisce a livello militare o amministrativo. Se non fosse caduto in coma l’anno dopo il ritiro da Gaza, Sharon avrebbe fatto lo stesso in Cisgiordania”.

L’Area A, ovvero le principali città palestinesi in Cisgiordania (Betlemme, Jenin, Nablus, Ramallah, Gerico e così via), diventerà la nuova Gaza. Tante piccole Gaza, scollegate tra loro e circondate da colonie israeliane e dallo Stato di Israele. Questo è il cuore del progetto sionista, che Sharon ha lanciato, rafforzato e incarnato a partire dagli anni ’70 quando lanciò la costruzione delle prime colonie.

Sharon era solito girare per la Cisgiordania – continua Yahni – Individuava una collina e diceva: costruiamoci un tank per l’acqua. Perché? Perché se costruisci un tank per l’acqua, hai bisogno di truppe che lo controllino. Se arrivano le truppe, hai bisogno di costruire case per le famiglie dei soldati. E poi negozi, scuole e così via. Così Sharon lanciava una nuova colonia e ha avuto successo: in pochi decenni ha permesso di muovere mezzo milione di israeliani non radicali in Cisgiordania”.

Questo era il suo target: famiglie della classe media, laureati, giovani coppie. Persone che non possono permettersi una casa a Tel Aviv o Gerusalemme e allora si trasferiscono negli insediamenti. Sono gli strumenti della colonizzazione e Sharon sapeva bene che ne sarebbero stati anche lo zoccolo duro: se non hai altre alternative se non una casa in una colonia, la difenderai contro il nemico palestinese fino alla morte”.

L’ideatore delle colonie, della colonizzazione economica e non ideologica e della divisione definitiva del popolo palestinese: questo è stato Sharon, uomo pratico e vero realizzatore del sogno sionista, uno Stato per soli ebrei.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->