martedì, Settembre 21

Sharing economy e i nuovi fenomeni commerciali

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Si fa presto a dire sharing economy. In realtà, dietro all’etichetta di ‘economia della condivisione’ si nascondono piattaforme, fenomeni commerciali e ormai pure sociali molto diversi tra loro. Il tratto comune è quello del consumatore che si fa ‘produttore-consumatore’, ossia ‘prosumer’, fornendo ad altri il bene (oggetto o servizio) che al tempo stesso genera per sé. Eppure non tutte le forme di sharing economy forniscono un aumento di reddito in senso stretto e non tutti i produttori restano dei ‘dilettanti’ che utilizzano una data piattaforma come attività secondaria. In tal senso è utile partire da una distinzione che è stata rilanciata anche dal Comitato Europeo per le Regioni. Da una parte abbiamo la pulling economy, rappresentata da forme di collaborazione come Blablacar (trasporto condiviso in auto privata): attività che non aumentano il reddito di chi fornisce il servizio, ma consentono ai fruitori di risparmiare danaro e magari abbattono l’impatto ambientale di una data azione. Si tratta di fenomeni che implicano una organizzazione a rete, dal basso, che si contrappone alla pushing economy di tipo tradizionale, verticale, gerarchizzata. Un meccanismo evidentemente legato all’esplosione dell’Ict, dell’Information communication technology. Dall’altra parte, abbiamo invece l’economia on demand che si divide a sua volta in ‘economia dell’accesso’ (per esempio il car sharing) e in ‘economia dei lavori’, dal celeberrimo Uber al meno conosciuto Petme (cura del cane in assenza del padrone), giusto per fare un paio di esempi tra tanti. In ogni caso, siamo di fronte a un fenomeno in fase di crescita esponenziale. Le piattaforme di sharing economy aumentano giorno dopo giorno, ormai siamo alla soglia delle 200, di cui una settantina legate al crowdfunding (finanziamenti collettivi dal basso). Secondo una recente ricerca di Mosaicon, il giro d’affari italiano supera il milione e mezzo di euro, ma ci avviciniamo a quasi 60 milioni l’anno se consideriamo i soldi che gli utenti si prestano in rete senza intermediari finanziari, con il peer to peer lending. I settori più interessati sono il food, i trasporti e il turismo. Mentre sale il peso dei servizi culturali.

Altroconsumo ci racconta che il 62% degli italiani ha provato in qualche modo, anche una volta sola, l’economia della condivisione. Dunque, il fenomeno è già di massa, pur avendo ampi margini di crescita. In base alle previsioni di PricewaterhouseCooper, il fatturato globale della sharing economy è destinato a salire a 335 miliardi di dollari in dieci anni. Mentre molti osservatori stimano che in Italia i ricavi del comparto potranno toccare i 12-15 miliardi di euro entro 15-20 anni. Rischio o opportunità per l’economia tradizionale? Stimolo a far meglio o concorrenza sleale? Sicuramente una sfida per gli operatori dei settori interessati. Il fenomeno Uber è quello che più ha scatenato polemiche e riempito paginate di giornali per la reazione furiosa dei tassisti. Stessa cosa, adesso, accade con Airbnb rispetto agli albergatori tradizionali. Ormai si parla addirittura di ‘Ubernomics’ per indicare una condivisione on demand che riguarda i servizi più disparati, cui corrispondono altrettante app. Da TaskRabbit, se hai bisogno di qualcuno che compri un regalo al posto tuo, a KitchenSurfing che ti spedisce uno chef in cucina. Senza dimenticare i social restaurant di Gnammo o Washio che ti aiuta quando hai dei panni da lavare. E la lista potrebbe continuare. Il già citato Comitato europeo delle Regioni, poche settimane fa, ha espresso per primo un parere importante sul tema della regolazione della sharing economy. E la relatrice è una italiana: l’ingegnere Benedetta Brighenti, vicesindaco di Castelnuovo Rangone, in provincia di Modena.

L’Economia della condivisione «è in grado di migliorare la qualità della vita nelle nostre città, promuovere la crescita e l’occupazione, soprattutto a livello di economie locali, nonché ridurre l’impatto ambientale delle imprese e del consumo», ha spiegato Brighenti, «Al tempo stesso», ha aggiunto, «dobbiamo impedire che le piattaforme orientate al profitto eludano le norme in materia di antitrust, fiscalità, sicurezza sociale e tutela dei consumatori, distorcendo così il mercato senza dover sostenere costi fissi comparabili a quelli delle imprese tradizionali». Ecco il nodo gordiano: bilanciare le istanze dell’innovazione che crea nuova ricchezza e migliora la vita degli utenti con quelle del mercato, della concorrenza e della tutela del lavoro.

Serve, insomma, un intervento legislativo. E l’input non può che essere coordinato a livello europeo. D’altronde, nel febbraio scorso, erano stati 47 marchi importanti della sharing economy, con AirBnb e Uber in testa, a scrivere al presidente di turno dell’Ue, l’olandese Mark Rutte, per chiedere una strategia sul settore che superi le barriere dei singoli stati membri. Tuttavia, anche in Italia qualcosa si sta muovendo. La prima proposta di legge organica (troppo, per alcuni) sull’economia della condivisione è stata presentata poche settimane fa dall’Intergruppo Parlamentare Innovazione che raccoglie eletti di diverse formazioni, dal PD a Forza Italia, con in testa Stefano Quintarelli, deputato del Gruppo Misto, tra i maggiori esperti di Ict in Italia.

La proposta, che fino al 19 maggio è in condivisione pubblica sul web, consta di 12 punti principali. Si parte dal principio che nessuna forma di lavoro subordinato può essere statuita tra l’utente che usa una data piattaforma quale operatore e la piattaforma stessa. I beni e i servizi offerti appartengono a chi li produce e li mette a disposizione, non alla piattaforma. E’ prevista, inoltre, un’assicurazione obbligatoria per le attività esercitate e, soprattutto, viene istituito il ‘Registro elettronico nazionale delle piattaforme’, sotto la vigilanza dell’Antitrust. Proprio questo è uno dei passaggi più contestati della legge di Quintarelli e compagni, perché viene bollato da molti osservatori come una inutile burocratizzazione di fenomeni che in fase di start-up avrebbero invece bisogno di flessibilità ed elasticità.

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