domenica, Settembre 19

Shakespeare in camicia nera

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Quello che mi dice fa riflettere, visto l’attuale scontro tra Trump e l’intelligence, il Giulio Cesare criticatissimo di Eustis non potrebbe essere visto in questa dinamica?

Non mi sento di poterlo escludere, diciamo che questo genere di cose si vengono a sapere dopo diversi anni. È probabile che fra anni verrà reso noto un coinvolgimento della CIA in questi termini. L’esempio che le facevo prima è proprio così: dopo quindici anni si è saputo che l’agenzia preferisse determinate forme d’arte rispetto ad altre. È difficile rispondere sul presente, magari fra quindici o vent’anni potrò essere più preciso sull’argomento.

La strumentalizzazione di cui parlavamo per opera del fascismo, o di Hitler in Germania, avviene attraverso la messa in scena o attraverso la riscrittura delle opere come l’Amleto?

Questa è una domanda cruciale, è molto importante a mio avviso distinguere qui dentro e dare una risposta chiara in questo senso. Perché c’è una modalità diversa di appropriazione di Shakespeare in Germania con il nazismo, e in Italia con Mussolini. La messa in scena di un’opera poteva essere fortemente ideologica, abbiamo un chiaro esempio in Amleto, messo in scena durante l’epoca nazista, in cui Amleto è un eroe, quasi della Berna: è un giovane audace, cattivo e che possa spingere all’azione, questo è paradossale, perché Amleto nell’opera originale di Shakespeare è esattamente il contrario di tutto questo. Amleto è uno che dilaziona, che rimanda continuamente, non è di certo un esempio di eroe. In Germania c’era questa idea di assorbire la rappresentazione di Shakespeare, per una finalità ideologica, ritenuta superiore. In Italia questo non avviene. Shakespeare viene rappresentato per i fatti suoi, segue la sua scia. Ci sono questi registi che timidamente si affacciano, venendo in Italia in tournée, fanno le loro cose, ma non rispecchiano nelle rappresentazioni l’ideologia del Duce. Il discorso ideologico in Italia segue altre strade, di solito è nella letteratura critica, nel giornalismo, nelle recensioni che questa ideologia si affaccia. Negli studi biografici di Shakespeare, compiuti durante il fascismo, il drammaturgo inglese viene dipinto come un prefascista che, per sfortuna sua, è nato troppo presto per indossare la camicia nera, altrimenti lo avrebbe fatto. In Italia è soprattutto nella scrittura che entra questo vettore ideologico, proprio perché manca una figura registica vera e propria. La maggior parte dei registi che rappresentano Shakespeare in Italia durante il fascismo sono stranieri come Marx Reinhardt o Pietro Scharoff, che era di origini russe. Questi vengono in Italia, fanno vedere cos’è la regia e poi se ne vanno, senza interessarsi tanto dell’opinione del Duce.

Questi registi stranieri che venivano in Italia durante il ventennio, venivano apprezzati o non venivano capiti dal popolo?

Sostanzialmente venivano apprezzati, anche se l’esperienza era quasi d’élite, paradossalmente in epoca fascista non era il popolo che andava a teatro, ma il teatro ad andare dal popolo. C’erano i carri di teschi che si spostavano, andando a portare il teatro alle masse in quelle zone dove il teatro non c’era, in forma stabile. Si trovava uno spiazzo, ad esempio nella Pianura Padana, e si faceva una grande rappresentazione dove partecipavano moltissime persone, incuriosite dalla novità. Mentre il teatro nelle città era frequentato da persone che potevano permetterselo. Detto questo, accadeva che i registi venissero anche particolarmente apprezzati; il problema è, che nonostante questi apprezzamenti, finivano lì e una vera figura registica non si formava, anche perché c’era sempre questa idea sotterranea che l’unico vero regista di tutto doveva essere Mussolini. Per cui un regista sulle scene poteva rappresentare un antagonista, un deus ex machina che poteva rivaleggiare.

Che lei ricordi, c’è stato un autore che si è scontrato in particolar modo con Mussolini?

Fondamentalmente che io sappia no, mi spiego meglio: la censura teatrale durante il fascismo funzionava benissimo, era forse il settore della censura che funzionava meglio. C’era un censore centrale, che si chiamava Zurlo, che ha scritto un libro di memorie sulla sua attività, che gestiva una fitta rete di collaboratori. Il sistema funzionava particolarmente bene, perché tutte le opere venivano bloccate in entrata, in quanto qualsiasi opera, prima di poter essere rappresentata, doveva essere sottoposta alla lettura di Zurlo e i suoi collaboratori, e se veniva riscontrato qualcosa di pericoloso, l’opera veniva bloccata già in questa prima fase. Zurlo sembra che sia stata una figura abbastanza diplomatica che non spaventava più di tanto gli autori. Lui stesso quando rispondeva, suggeriva quali modifiche fare affinché potesse essere messa in scena. C’era quindi una parvenza di educazione e diplomazia della censura che assumeva un ruolo non del tutto repressivo, in modo che l’autore potesse decidere se modificare gli aspetti considerati sovversivi, o se tenerlo in un cassetto ed aspettare altri tempi. Per cui grandi opere di protesta non ce ne furono mai, per il buon funzionamento del sistema della censura teatrale, a differenza della cesura libraria, che funzionava in maniera più farraginosa, dove capitava che alcuni testi venissero pubblicati, causando l’ira del duce. Questo nel teatro non succedeva.

Un’ultima domanda che esula un po’ dal discorso letterario, sappiamo che la storia è fatta di ‘corsi e ricorsi’, crede che ci siano dei punti di somiglianza tra Trump e il Duce, e in particolare, tra l’attuale società e quella del ventennio?

Beh Trump ha molti più capelli ad occhio e croce! Non è solo una battuta. Nelle memorie di Zurlo, c’era il problema che se un personaggio era un po’ troppo calvo e anche negativo, poteva incappare nelle maglie della censura, in quanto un personaggio molto calvo rimandava in qualche modo a Mussolini. Che dire? Non saprei, nella società attuale il dittatore difficilmente si propone a scena aperta, come fece Mussolini. Oggi si sta più attenti, le dittature oggi sono molto più camuffate e si esprimono maggiormente in campo economico, perciò come dicevamo prima queste cose si capiscono meglio dopo, che durante.

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