domenica, Ottobre 24

Sfida islamica alla Russia field_506ffb1d3dbe2

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Musul mrussia

Nonostante lo scetticismo dei loro colleghi americani non si può escludere che i responsabili russi delle operazioni antiterrorismo riescano a parare la minaccia incombente sui giochi olimpici invernali di Soci. Ci riescano, naturalmente, ricorrendo a quelle maniere forti (quali esattamente, resta poi sempre da vedere) che voci interne ed estere si sono levate ad accusarli di non avere usato, sinora, fino in fondo. Per farlo hanno solo un mese scarso di tempo, molto poco tenuto conto tra l’altro che il nemico da affrontare è dei più sfuggenti.

Anche ammesso che ci riescano, tuttavia, avranno soltanto vinto una battaglia relativamente piccola, malgrado tutta la multiforme importanza che Vladimir Putin e i suoi collaboratori attribuiscono all’evento da difendere. Piccola, cioè, rispetto alle ben maggiori dimensioni del problema sottostante alla momentanea emergenza: quello ormai plurisecolare del confronto tra lo Stato russo e la componente islamica della sua popolazione.

Il confronto risale infatti all’espansione dell’impero zarista nel XVIII secolo, quando assunse subito un carattere parzialmente ma aspramente conflittuale, benchè reso in seguito per lo più latente dalla durezza dei successivi regimi moscoviti e dalla sproporzione delle forze in campo. Nella Russia odierna gli islamici sono solo la parte preponderante di minoranze etniche complessivamente ammontanti, oggi, ad un quinto dell’intera popolazione. Una quota, peraltro, in continua crescita grazie ad una natalità ben superiore rispetto ai russi.

Principale protagonista e simbolo della resistenza islamica alla dominazione russa è stata nell’arco di due secoli la minuscola ma indomabile Cecenia, oppostasi a lungo con le armi alla conquista zarista e poi nuovamente, nei giorni nostri, agli attacchi della Russia post-comunista per troncare la sua corsa all’indipendenza. Nel frattempo, trovò modo di confermare la propria irriducibilità anche sotto la ferula di Stalin mostrando di non disdegnare l’aiuto di Hitler dopo l’invasione nazista dell’URSS, al punto da provocare la deportazione in massa della propria popolazione in Asia centrale. Una sorte peraltro condivisa, nel 1944, dagli abitanti della vicina Inguscezia.

Nella prima metà dell’800 gran parte del Caucaso settentrionale assistette e appoggiò le imprese di un leggendario condottiero come l’imam Sciamil, nativo del Dagestan e capace di creare nella regione un emirato, ossia un vero e proprio Stato islamico, dopo avere ripetutamente sconfitto in battaglia le truppe russe. Sopraffatto e catturato solo nel 1859, è rimasto sempre vivo nella memoria dei popoli caucasici, per cui suona del tutto naturale che il presunto capofila dell’attuale movimento islamista, il ceceno Doku Umarov, si atteggi a emulo di Sciamil attribuendosi la guida di un nuovo emirato caucasico.

Nella scorsa estate Umarov dichiarò guerra, in nome di Allah, alle Olimpiadi di Soci, e pochi dubitano che i recenti attentati di Volgograd e Stavropol’, come gli altri precedenti, si debbano quanto meno alla sua ispirazione. Era stato il nuovo emiro, del resto, a proclamare due anni fa una tregua nelle attività terroristiche, in effetti rispettata prima di una svolta nell’indirizzo della controparte. Con il ritorno di Putin alla presidenza federale, infatti, il Cremlino abbandonò una linea tollerante grazie alla quale l’islamismo salafita più moderato aveva goduto di parecchia libertà d’azione in particolare nel Dagestan.

Sotto l’influsso anche di circostanze e sviluppi esterni (Afghanistan, Siria e mondo arabo in generale), proprio il Dagestan ha rafforzato il proprio ruolo di nuovo epicentro della più o meno esplosiva agitazione nord-caucasica sempre svolto dalla Cecenia prima della sua “normalizzazione”, nel senso cecoslovacco del termine. Una normalizzazione certo assai più brutale di quella che segnò la fine della “primavera di Praga” del 1968, eppure con conseguenze assai più ambivalenti e al limite contraddittorie.

La strenua e spesso feroce resistenza cecena all’offensiva finale sferrata dalle truppe di Putin all’alba del nuovo secolo venne punita facendo terra bruciata materialmente e metaforicamente. Ancora oggi la Corte europea per i diritti dell’uomo condanna la Russia a pagare somme ingenti per indennizzare i congiunti di persone scomparse nel nulla durante la repressione seguita alla carneficina e alle distruzioni belliche. Nel piccolo paese “pacificato” si è instaurato un regime ligio a Mosca e governato da due despoti come Achmed Kadyrov, assassinato nel 2003, e poi suo figlio Ramzan, che hanno avuto carta bianca usata per isolarlo ancor più, di fatto, dal mondo russo.

I Kadyrov sono stati e continuano ad essere sovvenzionati lautamente da Mosca per la ricostruzione soprattutto di Groznyj, il capoluogo (compresa l’erezione della moschea più grande e del grattacielo più alto d’Europa), e il mantenimento di un minimo vitale per la popolazione, rimasta però in larga parte sotto la soglia di povertà (come del resto nel Dagestan, dove la disoccupazione è al 70%). Mentre tuttavia i russi abitanti nel paese si sono ridotti di dieci volte (al 2% del totale) rispetto al 1989, quelli abitanti nel grosso della federazione vedono come il fumo negli occhi, oltre alla suddette sovvenzioni, le numerose migliaia di ceceni trasferitisi per lavoro o altre attività più o meno lecite.  

Ma qui non si tratta solo dei ceceni bensì dei nord-caucasici in generale e musulmani in particolare, e in questo secondo caso non solo di quanti sono da secoli cittadini russi ma anche degli immigrati o comunque presenti nella Federazione russa provenendo dalle repubbliche asiatiche ex sovietiche. Nel primo caso la dipendenza dai finanziamenti federali malvista dall’opinione pubblica russa è un dato comune a tutte le repubbliche autonome del Caucaso settentrionale, così come lo è il sentirsi sempre meno a casa propria dei russi sempre meno numerosi che vi abitano.

Entrambe le categorie, musulmani caucasici o asiatici, tendono oggi a venire accomunate dai russi come gente litigiosa e infida, facile a praticare la criminalità (benchè spesso le cifre non lo attestino) e al limite il terrorismo; gente, come  minimo, che porta via il lavoro ai russi. Di qui la diffusa richiesta di introdurre i visti di ingresso almeno per limitare l’immigrazione, che si scontra però con l’opposizione dei datori di lavoro e con una politica estera mirante invece a rafforzare i legami con le repubbliche asiatiche ex sovietiche.

Nel caso dei caucasici si caldeggia spesso la separazione dai loro Paesi, in pratica la loro espulsione dalla Federazione russa, o almeno la cessazione delle sovvenzioni, al punto da indurre governo e parlamento a varare una legge che punisce gli appelli di questo genere con pesanti multe e pene anche detentive. Naturalmente, un ulteriore aggravamento e un’estensione della sfida terroristica  renderebbero più arduo il mantenimento di una linea ufficiale relativamente benevola nei confronti della minoranza più irrequieta e problematica.

A completare un quadro così complesso resta da aggiungere che sia la minaccia del terrorismo sia altri aspetti critici del rapporto tra musulmani interni e russi accennano a lambire mancano, al di fuori dell’area caucasica, anche la più grande e popolosa delle repubbliche autonome della federazione, il Tatarstan. Che, inoltre, si parla spesso di un’area esplosiva solo vicina ai siti  dell’evento olimpico forse ignorando che la stessa Soci e dintorni erano abitati un tempo dai circassi, altro popolo di fede islamica che oppose una fiera resistenza alla conquista zarista subendo poi l’espulsione in massa dalle sue terre.

L’”emiro” Umarov promette di rendere giustizia anche ai circassi, oggi confinati in una delle repubbliche autonome più piccole, mentre i suoi messaggi in generale sembrano in grado di mobilitare persino un numero crescente di russi etnicamente talialcuni dei quali già coinvolti in atti terroristici. Che Putin e compagni, insomma, si trovino di fronte a scelte tattiche e strategiche oltremodo difficili, è davvero il meno che si possa dire.

 

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