martedì, Settembre 28

Sfida geopolitica nell'Artico

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L’Artico si sta … sciogliendo! Alla fine estate boreale 2015, l’estensione dei ghiacci della calotta polare ha raggiunto il quarto record minimo dell’ultimo decennio con 4.41 milioni di kmq, lasciandosi per sempre alle spalle le medie delle misurazioni satellitari degli anni 1979-2000 e 2000-2010 (rispettivamente  6.70 e 6.14 milioni di kmq). Gli effetti perversi dei cambiamenti climatici stanno così ridisegnando la mappa dell’Artico, riattizzando vecchi contenziosi e innescandone di nuovi e, soprattutto, offrendo nuove straordinarie opportunità. Parte così una nuova corsa all’Artico, poco più di un secolo dopo la conquista del Polo Nord geografico anche se, al posto degli esploratori, ora a gareggiare tra loro sono le major del petrolio e del gas e gli armatori. Di fronte ai nuovi scenari che si aprono nell’Artico, i cinque attori geopolitici del Rimland (cioè, in senso antiorario, Norvegia, Danimarca – via Groenlandia, Canada, Stati Uniti e Russia) agiscono di conseguenza. In termini di diritto internazionale, ai fini del riconoscimento legale di un possibile allargamento della piattaforma continentale, in pratica la continuazione sottomarina della massa continentale costiera, secondo i meccanismi previsti dalla Terza  Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS III) – cioè lo statuto giuridico e ontologico dei mari, ratificato da 166 Paesi – in modo da assicurarsi diritti sovrani ed esclusivi di esplorazione e sfruttamento sulle risorse naturali del sottosuolo di aree sottomarine sempre più vaste. Aree  che si possono spingere sino a 350 miglia marine dalla costa ovvero a 100 miglia dall’isobata dei 2.500 metri di profondità.

Così, dalle dispute di un tempo sulla sovranità dei mari si è passati ai processi in corso di appropriazione  delle risorse del mare!. L’unico Paese che, al momento, ha definito le proprie ambizioni geomarittime nell’Artico è la Norvegia, vera petro-monarchia boreale. Da un lato, si è vista infatti riconoscere dall’organo della Convenzione a ciò deputato, la Commissione sui limiti della piattaforma continentale (Clpc),  n’area addizionale di fondali di ben 235mila kmq mentre. Dall’altro, con i due accordi bilaterali con l’Islanda e la Russia, ha finalmente risolto le annose controversie sui propri confini del mare. Con l’Islanda, nell’area denominata Northern Dreki, a metà strada cioè  tra l’isola norvegese di Jan Mayen e l’Islanda stessa e quindi con Mosca, con cui si è finalmente accordata, dopo quarant’anni di trattative,  per un’equa definizione della frontiera marittima nel Mare di Barents.

Più difficile la situazione delle rivendicazioni prospettate da Russia, Danimarca e Canada perché sostanzialmente convergono, accavallandosi, verso uno stesso punto centrale dell’Artico,  che arriva a comprendere la sovranità sul polo nord geografico, fonte di miti e leggende che, se non nasconde certo il santo graal polare, rappresenta pur sempre un motivo di prestigio internazionale in una contesa a tre, al momento irrisolta. E il quinto attore artico, gli Stati Uniti? Non avendo ancora ratificato la Convenzione sul diritto del mare, Washington rimane in un certo qual senso al palo,  non potendo avanzare domande formali di allargamento della propria piattaforma continentale  a una Commissione che de iure  non riconosce, sebbene sempre più viva sia la sua attenzione strategica per lo scacchiere artico di fronte alla riapertura russa delle basi navali e aeree dell’epoca della Guerra Fredda.

Ma qual è la vera posta in palio nell’Artico? Le motivazioni sono in buona sostanza due. Da un lato,  l’accesso alle preziose e ingenti risorse dei fondali del continente liquido (stimate un quarto di tutte le riserve di petrolio e gas naturale inesplorate del pianeta). Dall’altro, la concreta prospettiva di sfruttamento delle nuove rotte commerciali, lungo i leggendari Passaggi a Nord-Est, lungo la costiera siberiana e a Nord-Ovest, attraverso l’intrico degli arcipelaghi canadesi, rotte capaci di sconvolgere l’attuale dinamica delle comunicazioni marittime globali, con buona pace di Suez e Panama. E gli attori coinvolti non sono soltanto i cinque  paesi rivieraschi direttamente interessati ma, in particolare, i Paesi asiatici del Far East, Cina in testa, che vedono nell’Artico una fonte di approvvigionamento energetico più vicina dei mercati del Medio Oriente e rotte più brevi per esportare in Europa le proprie merci al posto del consueto tragitto via Malacca – Suez o via Panama. E rotte più brevi significano risparmi sostanziali in termini di costi d’esercizio della nave, carburante, noli, premi assicurativi, senza contare che, lungo la via di Bering, non si pagano gli esosi pedaggi richiesti per il transito di Suez o di Panama. E, infine, last but not least,  nell’Artico non si corre il rischio – pirateria, come nel Mare Arabico o nello Stretto di Malacca e, quindi, non si è costretti a versare i relativi sovrapprezzi assicurativi (con costi stimati per lo shipping sui $ 13-15 miliardi all’anno).

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