sabato, Aprile 10

Sfida Artica

0

Greenpeace activists forced to end protest on Norwegian oil rig

Il 27 maggio un gruppo di attivisti di Greenpeace International hanno occupato la piattaforma petrolifera Transocean Spitsbergen, della Statoil, pronta a trivellare vicino alla riserva naturale dell’Isola dell’Orso, nel mare di Barens. Il gruppo è formato da attivisti che provengono da Danimarca, Finlandia, Norvegia, Svezia e Filippine e tra essi spicca anche la presenza  della finlandese Sini Saarela, una degli Arctic30 che ha passato oltre due mesi nelle carceri russe, per aver scalato un’altra piattaforma nell’Artico il settembre scorso. Secondo l’associazione votata alla salvaguardia dell’ambiente, il governo norvegese si era impegnato a non concedere licenze in prossimità del limite dei ghiacci, per l’impossibilità di ripulire eventuali sversamenti petroliferi in queste zone, ma questo è assolutamente insufficiente per prevenire possibili disastri ecologici. Il limite imposto infatti, secondo una recente ricerca dell’Istituto Polare, potrebbe arrivare ad appena 25 chilometri dal sito di trivellazione proposto dalla Statoil, rendendo quindi insufficiente la distanza tra le trivellazioni e l’ambiente artico da preservare.

L’occupazione, volta a chiedere alla Norvegia di ritirare la licenza concessa alla compagnia petrolifera, è durata due giorni, fino a che la polizia di Oslo non ha arrestato gli attivisti e posto fine alla protesta. Ovviamente questa lieve battuta d’arresto nella campagna di Greenpeace Save the Artic non ha scoraggiato gli attivisti, che hanno subito lanciato una petizione per la protezione dell’isola dell’Orso da inviare al ministro norvegese per l’Ambiente Tine Sundtoft. «Il messaggio per la Norvegia è chiaro: deve bloccare il piano di trivellazione petrolifera della Statoil» ha affermato Andrea Boraschi, Responsabile Campagna Energia e Clima di Greenpeace «Hanno rimosso gli attivisti, ma ora è la gente che sta intervenendo. 80 mila persone hanno già firmato la petizione che consegneremo al ministro per l’Ambiente».

Se gli ambientalisti hanno reagito estendendo la protesta alla popolazione e puntando dritto al cuore del Ministero dell’Ambiente, il governo norvegese ha preso le proprie contromisure, annunciando già il 30 maggio di aver predisposto una “zona di sicurezza” attorno al settore dell’Oceano Artico. Questa dicitura, che in un primo momento potrebbe far pensare alla decisione di Oslo di allontanare le trivellazioni dall’isola di qualche chilometro in più, in realtà non è che un modo per impedire alle navi di Greenpeace di avvicinarsi alle aree in questione. La zona di sicurezza, infatti, comprende un raggio di 500 metri dal punto previsto di trivellazione e «Le navi che non siano coinvolte nelle attività petrolifere dell’ente non avranno accesso a questa zona» ha avvertito il Ministero del Petrolio e dell’Energia. Una manovra dunque, per tentare di allontanare gli attivisti situati sulla nave Esperanza, che oggi sono presenti proprio nell’area del Mare di Barents dove l’ente di Stato petrolifero norvegese prevede di effettuare le trivellazioni più settentrionali mai realizzate dalla Norvegia (a una latitudine di 74 gradi). Com’è ovvio, Greenpeace ha contestato la legittimità del provvedimento, ritenendo che dovesse essere fornito un preavviso di 30 giorni, e annunciando che la nave resterà nelle acque della zona almeno fino al 28 giugno, data nella quale sarebbe dovuto scadere il preavviso. 

Come mai la Norvegia ha deciso di andare contro ogni raccomandazione ambientalista e trivellare proprio in quella zona dell’Artico? Semplice, la traballante economia europea dell’ultimo periodo ha posto nuovamente l’accento su ciò che ha reso la Norvegia così florida e quasi al completo riparo dalla crisi che ha colpito buona parte del Paesi europei: il petrolio dell’Artico. Oslo è il più grande esportatore di petrolio d’Europa e uno dei maggiori del mondo. Secondo le stime del 2010, esporta quotidianamente circa 1,6 milioni di barili, più del doppio del secondo paese europeo della classifica (il Regno Unito). L’oro nero dell’Artico, scoperto nel 1968, ha permesso al Paese di trasformarsi da uno Stato che nel secondo dopoguerra aveva ancora un economia basata sul pesce e sullo sfruttamento delle foreste, ad uno dei giganti economici mondiali. E certamente Erna Solberg, premier norvegese, non vuole vedere scivolar via questa ricchezza durante il proprio mandato. Tanto più che, proprio a causa del nefasto scioglimento dei ghiacci del Nord, conseguenza troppo spesso dimenticata dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento mondiale, oggi stanno emergendo dal Polo Nord nuove zone di territorio da esplorare e, possibilmente, trivellare. Infatti, è stato stimato che, all’interno dei circa 11 milioni di chilometri quadrati della superficie settentrionale del globo, vi siano incalcolabili giacimenti di oro, diamanti, uranio, piombo e carbone. Un tesoro per cui la gara alla conquista è già partita, e che di certo vede la Norvegia in poll position tra i favoriti.

Tra l’altro occorre sottolineare che le riserve di petrolio e gas del pianeta si stanno esaurendo, mentre il fabbisogno mondiale di queste cresce in modo esponenziale, e si calcola che nel Artico siano racchiusi approssimativamente il 30% delle risorse di greggio del pianeta e il 15% di quelle di gas, una quantità così ingente da riuscire a soddisfare l’intera domanda globale per molti anni. Risulta difficile dunque credere che Oslo possa cedere su una fetta di artico trivellabile, anche se questo vuol dire mettere a repentaglio flora, fauna e ambiente circostanti. 

 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->