mercoledì, Dicembre 1

Settimana Ue-Africa: cooperare per lo sviluppo reciproco L'intervista al Dott. Bernardo Venturi, ricercatore presso lo IAI

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Il tema dello sviluppo dell’Africa e del possibile ruolo per l’Europa in tale processo è stato al centro delle priorità dell’Unione, in settimana scorsa. Oggi è inoltre in corso di svolgimento il principale appuntamento dell’iniziativa, cioè il vertice di Abidijan, con la presenza dei principali leader europei e africani. Una vasta serie di iniziative ha visto protagoniste le rappresentanze dei due continenti, per porre al centro dell’attenzione le opzioni possibili per uno sviluppo condiviso.

«La settimana dell’Africa», ha osservato in merito il presidente Antonio Tajani, «conferma il ruolo centrale che il Parlamento europeo intende svolgere nel definire un nuovo partenariato Ue – Africa. Dobbiamo guardare ai giovani africani, trovare il consenso politico per un cambiamento radicale della nostra azione in Africa, a cominciare da un bilancio pluriennale dotato di risorse adeguate», ha aggiunto il presidente del Pe.

Guardando indietro nella storia dell’Europa nemmeno così recente, si può già trovare tutta una serie di misure prese a livello comunitario allo scopo di innescare in Africa processi di sviluppo. Del 1975 la convenzione di Lomé, che interessò i paesi dell’Africa, i Caraibi e il Pacifico e si andò a collocare nel quadro postcoloniale; il suo obiettivo fu quello di privilegiare le esportazioni da tali paesi e di attuare un meccanismo di compensazione dei prezzi nella produzione agricola; fu sottoposto a revisione più volte, ma entrò in crisi perché lo si ritenne non in grado di risolvere il problema della povertà. A seguire, l’accordo di Cotonou del 2000 per la cooperazione allo sviluppo, quella in campo commerciale ed economico, quella in campo politico; si prevede infatti, rispetto a Lomé, la partecipazione dei rappresentanti della società civile dei paesi coinvolti negli accordi di partenariato. Inoltre, anche se tale scelta è stata contestata, si creano aree regionali di libero scambio commerciale con l’Ue.

Al settembre 2016, risale inoltre il varo del piano di investimenti per l’Africa, all’interno del Piano Juncker, volto a dare il via ad investimenti per 30 miliardi di euro in Africa, seguendo il motto di ‘aiutarli a casa loro’. Per comprendere meglio quali opportunità reali possano derivare ora da questo meeting politico, con quali obiettivi nella situazione socio economica e politica attuale, abbiamo intervistato il Dott. Bernardo Venturi, ricercatore presso l’Istituto Affari Internazionali (IAI), dove lavora su gestione civile delle crisi, Pesc/Psdc, peacebuilding, cooperazione allo sviluppo e affari africani. Ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Bologna e ha lavorato per diversi centri di ricerca, università e Ong. È co-fondatore dell’Agenzia per il Peacebuilding, ed è stato, tra l’altro, direttore del Centro studi difesa civile (Csdc) e membro eletto del Consiglio direttivo dell’European Peacebuilding Liaison Office (Eplo). Ha svolto periodi di ricerca presso l’United States Institute of Peace (Usip), il Peace Research Institute, Oslo (Prio) e l’Università di Stato della Moldavia (Usm).

 

Alla settimana dell’Africa, faranno seguito probabilmente degli accordi economici, in un quadro in cui già si sono avuti momenti importanti ma non decisivi, come la convenzione di Lomé del 1975 o l’accordo di Cotonou del 2000. Rispetto ad allora, cosa è cambiato? Ci possono essere speranze nuove di sviluppo?

Il Summit fa riferimento alla JAES e alla partnership che ne deriva, non sarà quindi la sede di accordi economici in sé, ma per creare la cornice per azioni congiunte nelle aree di priorità (Peace and security; Democracy, good governance and human rights; Human development; Sustainable and inclusive development and growth and continental integration; Global and emerging issues).

Pensando alla crisi economica che ha colpito il mondo occidentale, che sembra in corso di superamento, si potrebbe imboccare una via di progresso e crescita economica che coinvolga Europa e Africa in un circuito virtuoso e dai benefici reciproci?

Una partnership ben strutturata e sviluppata intorno ad ambiti chiari e definiti può contribuire al benessere di entrambi i continenti. Per parlare di progresso, occorrerà ragionare in termini di sviluppo umano e benessere e non soltanto di crescita economica. I dati mostrano infatti una crescita esponenziale in termini di diseguaglianza e questo può sia convivere con la crescita economica, sia portare instabilità.

Quanto è colpita oggi realmente l’Europa dalle migrazioni provenienti dall’Africa? Al di là di alcune emergenze come quella del 2015, si può affermare che il problema è anche nel modo in cui è percepito il fenomeno? Fino a che punto la nostra sicurezza può dirsi a rischio considerando il fenomeno migratorio dall’Africa? Quanto incide sulle nostre vite, in particolare, il rischio terroristico proveniente da quell’area?

I dati mostrano che non c’è un’emergenza del fenomeno migratorio dall’Africa all’Europa. I numeri sono in aumento, ma non è un trend nuovo o che può sorprendere. Su questo bisogna lavorare in modo ampio coi partner africani con prospettive di lungo periodo. Parte del problema è certamente come è percepito il fenomeno. Alcuni sondaggi mostrano come gran parte degli italiani non abbiano idea dei numeri effettivi. Il fenomeno migratorio irregolare dall’Africa non è collegato al terrorismo.

Di che tipo di cooperazione si ha oggi l’esigenza tra Europa e Africa per creare sviluppo? A Suo avviso, la situazione può dirsi migliorata o peggiorata?

Nella partnership tra Africa e Europa c’è bisogno di chiarire gli interessi di ognuno e lavorare a partnership concrete. Inoltre, la cooperazione allo sviluppo deve rimanere focalizzata sullo sradicamento della povertà. Su pace e sicurezza la partnership AU-EU ha portato buoni risultati e deve proseguire nella direzione intrapresa.

Cosa pensa della linea adottata dall’attuale governo italiano con la Libia in tema di immigrazione e più in generale rispetto ad un’emergenza che si può contenere, ma che continuerà se in Africa non si crea sviluppo endogeno?

L’Italia nell’ultimo anno ha focalizzato l’attenzione alla Libia solamente in chiave migratoria. Ogni attenzione al processo di pace e riconciliazione è scomparso. In questo modo, la politica italiana verso la Libia rischia di essere doppiamente miope. Da una parte, ha fatto accordi con gruppi informali per bloccare i migranti e tali accordi sono tutt’altro che stabili. Dall’altro, non supportando il processo di pace, non sta lavorando per una Libia stabile in futuro. A questo si aggiunge il dramma delle violenze che subiscono i migranti in Libia e sulle quali l’Italia preferisce chiudere un occhio.

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