lunedì, ottobre 15

Settembre: ecco arrivare i problemi veri I due partiti di governo si 'beccano' sull’essenza dei veri problemi; la tentazione è puntare ad elezioni anticipate. Intanto l’opposizione si sta suicidando deliberatamente

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Scolastici ricordi… L’immortale poesia di Gabriele D’annunzio, l’incipit che tutti conoscono: «Settembre, andiamo. È tempo di migrare. / Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori / lascian gli stazzi e vanno verso il mare: / scendono all’Adriatico selvaggio /che verde è come i pascoli dei monti…».
Già: settembre: solo che non abbiamo per nulla bevuto questa estate, «ai fonti alpestri», tantomeno «rinnovato la verga d’avellano». E in quanto al «tratturo antico», non ci porta al piano, piuttosto dritti filati al baratro.
Si può fare come il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte: tace e cova la sua rabbiosa frustrazione confidando al Sottosegretario alla presidenza Giancarlo Giorgetti la sua sostanziale impotenza; si può fare come il leader grillino Luigi Di Maio, per il quale le varie agenzie che giorno dopo giorno certificano il declino italiano, non sono attendibili. Si può fare come il leader della Lega Matteo Salvini, che semplicemente se ne frega, concentrato com’è nel trovare negli immigrati clandestini e nell’euro-burocrazia i nemici responsabili di ogni male; si può fare come il Ministro dell’economia Giovanni Tria, che ammette lasofferenzadel Paese, ma al tempo stesso nega che siamalata‘, che sia fragile; da Shangai dove si trova, per cercare di convincere i cinesi ad acquistare i nostri titoli (e lo faranno, naturalmente dietro adeguato corrispettivo), ribadisce che le riforme verranno portate avanti nell’ambito dell’equilibrio dei conti pubblici a fine mese,  e quando questo impegno diventerà un fatto, con la Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza, lo spread si sgonfierà; e crediamoci, come a suo tempo abbiamo creduto a Salvini e alla sua promessa di eliminare, agli inizi di agosto, le accise sulla benzina…

Stefano Buffagni, Sottosegretario agli Affari regionali, grillino doc, assicura: «Ottimi segnali per l’economia italiana, sold out per l’asta dei BTP», e questo perché la domanda è stata superiore all’offerta. Si dimentica di aggiungere che la fiducia degli investitori stranieri verso l’Italia è in caduta verticale, e che i BTP sono stati sì venduti, ma solo perché si sono offerti quattro miliardi di interessi in più. L’ ‘ottimo’, insomma, non è così ‘ottimo’. Se ne sono accorti i due colleghi che Giovanni Luca Aresta e Azzurra Cancellieri. Anche loro lesti nell’esultanza. Per Aresta ‘ineccepibili risultati’; Cancellieri ‘se lo spread dovesse alzarsi notevolmente, gli interessi in più che pagherebbe lo Stato andrebbero innanzitutto nelle tasche dei risparmiatori’. Qualcuno deve averli avvertiti che si tratta di affermazioni spericolate. I post festosi sono stati rimossi con la stessa prontezza con cui erano stati postati.

Chi è appena un po’ attento a queste cose, sa che è cosa usuale che l’asta dei BTP veda una domanda superiore all’offerta. Il problema è che se si guardano i dati delle precedenti aste, emerge con chiarezza quella che gli esperti del settore definiscono ‘bid to cover ratio’, in sostanza l’indebolimento del rapporto tra domanda e offerta, certificato dal balzo dei rendimenti: 3,25 per cento per il decennale; vale a dire 37 punti base più della precedente asta; per i BTP a cinque anni 63 punti in più. Se gli investitori prestano denaro al Paese, ma chiedono rendimenti più alti, significa che l’Italia viene percepita come Paese a rischio maggiore, aumentato. E si potrà dire: ‘percezione’. Il fatto concreto è che questa ‘percezione’ costa subito più soldi: allo Stato, che è fatto da banche, da imprese, da famiglie, da persone. Mai come in questo caso, ‘lo Stato siamo noi’.

Giorno dopo giorno i due partiti di governo sibeccano sull’essenza dei veri problemi che non sarà più possibile rimandare. I nodi vengono al pettine, ma né Lega né M5S sembrano disporre di un pettine in grado di scioglierli. La tentazione, dopo aver creato un ‘nemico’ (immigrati, euro-burocrazia), è quello di risolvere il tutto facendo saltar in aria la scacchiera; e puntare ad elezioni anticipate. E’ possibile perfino che si traduca nella mossa vincente, almeno per la Lega, anche se le ultime attendibili rilevazioni demoscopiche dicono che per la prima volta il trend positivo per Salvini si è fermato.

Più in generale: qual è il presupposto di una democrazia? Che esista, che possa esistere, una opposizione che controlla esorvegliachi governa; e possa prepararsi, nel caso, a sostituirla senza che questo comporti traumi e metta in discussione l’essenza dello Stato. E’ questa la situazione dell’Italia? La risposta è no. Non perché ci sia un regime tipo Corea del Nord o Venezuela; non perché chi governa impedisca alle opposizioni di essere tale. ‘Solo’ perché l’opposizione, in preda a un incredibile cupio dissolvi, si sta suicidando deliberatamente.

Si prenda il Partito Democratico. Nei giorni passati il libro dei sogni di un Walter Veltroni; le aspirazioni velleitarie di un Nicola Zingaretti; il patetico balbettare di un Maurizio Martina; le consuete e logore, logorroiche arroganze di Matteo Renzi. Mancava Carlo Calenda. Lacuna colmata con un’intervista rilasciata al ‘Corriere della Sera’. Esorta il PD a muoversi: «L’Italia rischia il default. Dialogare con Di Maio? E’ da sconfitti». Non è che il PD possa dirsi esattamente ‘vincitore’; ma non è qui il problema. La questione è cosa sia il PD, cosa sia stato, cosa vuol essere; su quali ‘gambe’ intende procedere, quale ‘offerta’ politica intende dare al Paese. Calenda non intende candidarsi a Segretario del congresso: «Penso che il PD non sia il soggetto che alla fine dovrà presentarsi alle elezioni. Non si tratta di un cambiamento di nome: è necessario un cambiamento di offerta politica e di modo di fare politica. Dobbiamo far nascere il nuovo movimento progressista italiano, unarea larga con una proposta ben strutturata che possa andare da Pizzarotti a Enrico Rossi, da Giovannini a Bentivogli, da Più Europa ai liberali che non vogliono fare la ruota di scorta della Lega. È una battaglia decisiva per lItalia e per l`Europa, non possiamo giocarla di rimessa». Peccato che Calenda, nella stessa intervista, sostenga che «…dobbiamo darci una mossa: le persone che hanno una voce pubblica forte nel partito devono coordinarsi e fare un passo avanti: Gentiloni, Renzi, Minniti, Martina, Delrio, Pinotti ma anche Sala e Gori. Parlare con una sola voce forte dopo aver deciso insieme la linea da seguire…».
Un nuovo movimento progressista, una ‘nuova offerta politica’, che cammina sulle gambe dei ‘soliti noti’: Gentiloni, Renzi, Minniti, Martina, Delrio, Pinotti, ma anche Sala e Gori…Mancano Walter Veltroni, Romano Prodi e altri. Li avrà senz’altro dimenticati. In sintesi, la proposta pare mutuata dal Jovanotti di ‘Io penso positivo’: «…Io credo che a questo mondo / Esista solo una grande chiesa / Che passa da Che Guevara / E arriva fino a madre Teresa / Passando da Malcom X / Attraverso Gandhi e San Patrignano / Arriva da un prete in periferia / Che va avanti nonostante il Vaticano…»; ma qui non sono canzonette.  Come replica l’aspirante Segretario Zingaretti? Dicendo che con i grillini occorre trovare ‘alleanze sociali’. Chissà che vuol dire, ‘alleanza sociale’.

Nel frattempo, scende in campo il corrusco e corrucciato filosofo Massimo Cacciari. Ritiene «indispensabile chiudere con il passato ed aprire nuove strade allaltezza della nuova situazione, con una netta ed evidente discontinuità: rovesciando lideologia della società liquida, ponendo al centro la necessità di una nuova strategia per lEuropa</em>». Urge, sostiene, «…<em><strong>un’assunzione di responsabilità, di un’iniziativa concreta</strong>. In alcune università si stanno preparando momenti di dibattito, nel mondo cattolico si sono mosse le Acli, a livello europeo Etienne Balibar sta preparando qualcosa di analogo per la Francia…vogliamo evitare che lEuropa muoia. L’Europa è demograficamente vecchia, ma è necessaria, se non vogliamo un destino popolato da miserabili staterelli sovrastati da quanto decideranno gli Imperi, il ripetersi dei conflitti del Novecento, il ritorno in farsa delle tragedie del vecchio secolo».
Non si può che convenire; e soprattutto quado Cacciari sostiene che è finita lEuropa che si è andata costruendo negli ultimi 20-25 anni</strong>: «<em>Anni in cui si sono inanellati una serie di errori straordinari. È il punto di partenza di qualsiasi azione: non si possono coprire le immense responsabilità delle classi dirigenti politiche, economiche e intellettuali. <strong>L’Europa attuale è una costruzione a-storica</strong>, ignorante dello specifico, di ogni tradizione, <strong>in preda da tempo a una deriva burocratica</strong>, centralista, antifederalistica</em>...».
<strong>Ha un’idea</strong>, <strong>Cacciari</strong>: «…<em><strong>Un progetto che si chiami Nuova Europa</strong>. <strong>Senza questa iniziativa il PD rischia la liquidazione</strong>. O ti ritiri e cavalchi in retromarcia o sfidi i populisti e i sovranisti su questo terreno… <strong>Quello che serve è una forza democratica europea di totale discontinuità con il passato</strong>. E’ questo la Nuova Europa: un progetto di Governo nuovo, di rottura con la vecchia interpretazione dell
Europa e in contrasto con i sovranisti». I possibili alleati: piuttosto eterogenei; un’insalata russa che va dal francese Emanuel Macron alla spagnola Ciudadanos, i greci di Tsipras, e altri ancora. Fascinoso, forse; astratto, al momento, certamente.

Aiuta di più un politico della prima repubblica come Giorgio La Malfa. Osserva che nelle elezioni europee ormai prossime lo scontro sarà tra due posizioni: «Chi non intende cambiare nulla di sostanziale nell’organizzazione UE, e chi invece promette che il recupero di poteri per gli Stati nazionali sarà la soluzione dei problemi più sentiti, dall’immigrazione all’economia». Uno scontro dall’esito incerto: «Può darsi cioè che i partiti tradizionali riescano ancora a mantenere una maggioranza, più risicata, dei seggi, e possano eleggere una Commissione Europea in continuità con lattuale. <strong>Ma i partiti nazionalisti avranno un grande successo</strong>. E<strong> se non vinceranno nel 2019 metteranno le basi per molte vittorie a livello nazionale e per uno sconquasso finale dellUnione Europea nel 2024. Sui no dell’Europa, sulla negazione di qualsiasi proposta di cambiamento che preveda maggiore solidarietà fra i Paesi dell’Unione e sullimposizione di maggiori regole e vincoli, come è nei documenti elaborati congiuntamente dalla Francia e dalla Germania sulla riforma delleuro, la prospettiva è la sconfitta. Ancor più se poi si prendono gli atteggiamenti inutilmente gladiatori del presidente Macron».
C’è una possibilità a questo fosco futuro? L’unica possibilità per un esito elettorale diverso «è quello di articolare di più le posizioni. Di evitare la semplificazione estrema che esista solo l’Europa così com’è, oppure gli Stati nazionali. Bisogna offrire agli elettori una terza posizione nettamente distinta dalluna come dallaltra delle due versioni estreme che oggi sui confrontano. Una posizione che probabilmente avrebbe ancora nell’elettorato europeo una maggioranza ai consensi, se venisse formulata in modo serio e credibile, magari da forze politiche non compromesse con il passato».
Una ‘terza posizione’ che dovrebbe avere la forza di presentare le due pozioni che oggi si scontrano per quello che sono: posizioni estreme destinate a danneggiare lEuropa, perché la prima lEuropa dei vincoli – non può reggere e la seconda – il ritorno agli Stati nazionali- condannerebbe allirrilevanza un intero continente.
Ineccepibile; fa comunque ricordare la battuta del generale Charles De Gaulle: durante un comizio un tizio lo interrompe urlando: 'Mort aux cons!' (“Morte ai cretini!”); e De Gaulle imperturbabile: 'Vaste programme'
Perché certamente occorre prendere atto che l’Unione Monetaria va ripensata dalle fondamenta: i Paesi membri dell’Unione Monetaria hanno visioni radicalmente opposte di quello che significa un passo in avanti. La terza posizione, spiega, «<em>deve trovare il modo di<strong> allentare il vincolo monetario mentre si conferma il vincolo politico</strong>. Bisogna fare in modo di tranquillizzare i tedeschi che non saranno chiamati a pagare i debiti altrui, ma nello stesso tempo bisogna consentire che un Paese possa fare una politica di sostegno della crescita e dell
occupazione senza passare per dei vincoli europei senza contropartite…Dunque bisogna allentare i vincoli monetari. Bisogna studiare il modo, in contropartita di minori impegni di solidarietà, di concedere una maggiore possibilità per i singoli Paesi di fare politiche economiche indipendenti. Questo è il nodo difficile, ma non impossibile da sciogliere. Su una piattaforma di questo genere si può salvare la costruzione europea ed evitare che essa venga travolta dal voto degli elettori. Non è facile e non c`è molto tempo. Ma è la sola strada che si può intravvedere per salvare la costruzione europea in quello di buono e di essenziale che essa ha dato: il superamento delle storiche, centenarie ostilità che separavano i nostri Paesi. Oggi assistiamo alla rinascita di questi stereotipi di cui speravamo di esserci liberati per sempre. E ciò sta avvenendo per errori politici commessi che bisognerebbe quantomeno evitare di aggravare».
La Malfa è un economista: i suoi ragionamenti, le sue riflessioni, le sue proposte, sono ‘naturalmente’ condizionate dalla sua formazione e dagli studi che da sempre coltiva. Sono ragionamenti, riflessioni, proposte, ricche di spunti e suggestioni; ma con una lacuna di partenza. Fateci caso: non un accenno al ‘Manifesto di Ventotene‘ di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni; un ‘Manifesto’ concepito ed elaborato anche grazie anche agli stimoli e la ‘copertura’ di Luigi Einaudi, che di economia qualcosa masticava… Senza quella ‘radice’, senza quel patrimonio ideale, politico e culturale, non c’è prima, seconda e neppure ‘terza posizione’…

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