lunedì, Maggio 10

Sette giorni di bombe su Gaza image

0

 

Tel Aviv – La situazione del conflitto tra Israele e Hamas attraversa una fase un po’ strana, perché nessuna delle due parti in causa ha davvero motivo di combattere.

Israele è stata molto impegnata nel tentativo di mantenere la calma all’interno del suo territorio, soprattutto dopo il rapimento e l’assassinio dei 3 ragazzi israeliani e del ragazzo arabo, a nord di Gerusalemme. La stabilità del Governo israeliano era già stata compromessa dall’emergere della fazione Yisrael Beiteinu (‘Israele è la nostra patria’) -di Avigdor  Lieberman– all’interno del Likud.  Benjamin Netanyahu ha cercato di tenere insieme la sua coalizione e non aveva certo bisogno di un’escalation.

Dall’altro lato, Hamas ha cercato di consolidare la sua posizione, dopo aver perso il sostegno regionale del regime dei Fratelli Musulmani in Egitto e del Governo siriano di Damasco. Questi fatti hanno portato alla firma dell’accordo di riconciliazione con l’autorità palestinese e all’accordo su un Governo di transizione. Un conflitto con Israele era dunque l’ultima cosa che Hamas poteva augurarsi, dato che la posta in gioco è la sua stessa esistenza.

Ma allora perché si è arrivati all’attuale fase di conflitto? Entrambe le parti, è ovvio, ci sono state trascinate dentro contro la loro volontà.

Le difficoltà di Hamas, in Cisgiordania, sono emerse dopol’incidente’ del rapimento e dell’assassinio dei ragazzi israeliani. I principali capi del movimento sono stati arrestati, e alcuni dei prigionieri liberati nella ‘negoziazione Shalit’ sono stati arrestati di nuovo, con un doppio danno d’immagine. A questo punto Hamas doveva manifestare la forza del proprio movimento in Cisgiordania, e il solo modo per farlo era aprire il fuoco da Gaza. Hamas non mirava all’escalation, gli servivano solo un paio di giorni di bombardamenti. Ma le cose sono andate in modo diverso e anche se Hamas ha ordinato la tregua, alcuni gruppi ribelli, così come alcuni ufficiali regolari della stessa organizzazione, hanno continuato a sparare.
In cerca di un effetto di grande impatto, Hamas ha lanciato alcuni missili a lunga gittata e poi ha cercato di realizzare un assalto di commando via mare contro le basi dell’Esercito israeliano. Entrambe le operazioni sono fallite. La ‘Cupola di Ferro’ e il sistema israeliano di intercettazione, praticamente imbattibili, hanno protetto Israele da qualsiasi danno, sia umano che materiale. Hamas, a Gaza, ha sofferto ferite gravi: oltre 100 persone sono morte e diversi edifici sono andati distrutti. L’organizzazione è ancora in grado di lanciare dei missili, ma le interessa soprattutto preservare la propria immagine, emblematica della vittoria conseguita, che renda possibile avviare la tregua.

Israele, dall’altro canto, cerca un cessate il fuoco più a lungo termine, e definitivo. Netanyahu gestisce il conflitto in modo molto cauto, dopo ripetute minacce di far partire l’invasione via terra della striscia di Gaza, e alcune ‘avvisaglie’ di quanto potrebbe presto accadere, continua a rinviarla. Deve dimostrare ai falchi del suo Governo di avere sempre il controllo della situazione, ma di essersi voluto affidare al parere dei comandanti del suo Esercito, che sono contrari all’invasione via terra.
Le capacità difensive della ‘Cupola di Ferro’ consegnano, però, nelle mani di Netanyahu le chiavi della stanza dei bottoni, e certamente continuerà le incursioni finché qualche mediatore (l’Egitto o gli USA) saprà architettare un cessate il fuoco di lungo termine. Questa posizione potrebbe cambiare se Hamas dovesse riuscire a colpire Israele tramite assassini o conducendo attacchi contro obiettivi strategici. Un’eventuale offensiva via terra rischia di produrre serie conseguenze (in termini di morti, e anche nel quadro del sostegno internazionale) e di dover combattere ancora molto a lungo per estirpare Hamas da Gaza.

Allo stato attuale sembra che nessuna delle due parti in causa voglia andare in escalation. Ma, come abbiamo già visto più volte, gli eventi in Medio Oriente sfuggono facilmente a ogni controllo.

Articolo tradotto e inserito nel dossier Israele-Palestina, a cura di Valeria Noli

 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->